Come sapete, stiamo studiando il meraviglioso diciottesimo capitolo di Matteo. Abbiamo considerato il fatto che i credenti devono essere come bambini, e nelle ultime settimane e mesi abbiamo sottolineato quanto sia importante—nella comunione del popolo redento di Dio, la chiesa—che ci occupiamo attivamente e con decisione del peccato. Ed abbiamo visto come il Signore istruisce i Suoi discepoli riguardo alla disciplina di coloro che peccano, e poi abbiamo visto come il Signore istruisce anche sul perdono di coloro che peccano e poi si allontanano da quel peccato. E così abbiamo discusso tutta la questione della disciplina, del riprendere, del rimproverare il peccato, dell’essere ministri di santità, del cercare di andar dietro a quel cristiano che pecca per riportarlo all’ubbidienza. E mentre riflettevo su tutto questo nell’ultima settimana o giù di lì, ho pensato molto all’ambito della disciplina, e quello l'abbiamo chiaramente delineato; ed ho anche pensato al concetto del perdono che è presentato così meravigliosamente in questo diciottesimo capitolo. Ma c’era un’altra area che non abbiamo veramente considerato nel dettaglio, ed il capitolo — ovvero il diciottesimo capitolo di Matteo — non la considera veramente nel dettaglio, e mi riferisco al ministero della restaurazione.
Che cosa si fa quando qualcuno pecca? Lo si disciplina. Che cosa si fa quando si ravvede e si allontana da quel peccato? Lo si perdona, nel senso più completo. E poi, che cosa si fa dopo che è stato perdonato? Lo si ristabilisce. Lo si riporta completamente al punto in cui si trovava prima di cadere. E il ministero della restaurazione, a mio avviso, è un anello vitale e conclusivo nel processo del nostro modo di pensare.
Ora, con questo in mente, voglio portarvi a Galati capitoli 5 e 6 e, se posso, per questa mattina voglio portarvi fuori dal Vangelo di Matteo e tuttavia rimanere sullo stesso tema che stiamo trattando nel Vangelo di Matteo. E suppongo che basti dirvi—di nuovo, per rinfrescare un po’ il vostro pensiero, che affrontare il peccato nella chiesa è di grandissima importanza. Il Signore ha strutturato la Sua chiesa in modo tale che la purezza della chiesa sia una Sua grande preoccupazione. L’apostolo Paolo parla del desiderio di presentare a Cristo una vergine pura. Scrive agli Efesini dell’importanza di non avere comunione con coloro che compiono le opere delle tenebre. Dice ai Corinzi: “Quando trovate qualcuno nella vostra assemblea che è nel peccato, mettetelo fuori”. È una priorità altissima affrontare il peccato all’interno della famiglia di Dio. Come disse Paolo in 1 Corinzi 5: “Un po’ di lievito fa lievitare tutta la pasta”; e quindi una chiesa pura è il più grande desiderio di Dio. E abbiamo visto come, proprio per questo, sia essenziale trattare il peccato: mediante la disciplina, poi mediante il perdono, e ora mediante la restaurazione.
Ora, con questo in mente, lasciate che richiami la vostra attenzione su Galati, e voglio leggere a partire dal versetto 26, che è l’ultimo versetto del capitolo 5 e, in realtà, penso dovrebbe essere il primo versetto del capitolo 6; e leggerò fino al versetto 6 del capitolo 6: “Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri. Fratelli, se uno viene sorpreso in qualche fallo, voi che siete spirituali rialzatelo con spirito di mansuetudine, badando a voi stessi, perché anche voi non siate tentati. Portate i pesi gli uni degli altri, e così adempirete la legge di Cristo. Infatti, se uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, e si inganna da solo. Ciascuno esamini invece l’opera propria, e allora avrà motivo di vanto in se stesso soltanto, e non negli altri. Perché ciascuno porterà il proprio carico. Chi è istruito nella Parola faccia parte di tutti i suoi beni a chi lo istruisce”. Ora, qui avete un testo che tratta della restaurazione. In esso è implicita la disciplina. In esso è implicito il perdono. Ma il tema centrale è la restaurazione. Ora, questa è una cosa essenziale. Ci deve essere disciplina, ci deve essere perdono, e ci deve essere una restaurazione completa. Credo che questo sia l’intento del cuore di Paolo in 2 Corinzi capitolo 2, quando disse: “Se non fate questo, date un vantaggio a Satana”, ed è un invito aperto a Satana a entrare e distruggere la chiesa.
Quindi ci poniamo questa domanda mentre ci avviciniamo a Galati: che cosa fai con il cristiano che ha peccato, che ha risposto alla disciplina, che si è ravveduto del peccato, che è stato perdonato ed è stato riaccolto nella comunione? Che cosa fai per ristabilirlo in quel livello di forza spirituale che aveva prima di cadere? E la risposta si trova in questo passo. Questo è il ministero della restaurazione.
Ora, per comprenderlo nel suo contesto, voglio darvi un po’ di retroterra. La Galazia era un luogo molto speciale nella vita dell’apostolo Paolo. Nei suoi tre viaggi missionari riuscì a passare da quella regione. La prima volta per fondare delle chiese, le volte successive per confermare i loro responsabili e rafforzarle ed edificarle. Quindi era un luogo di ministero molto significativo per Paolo. La Galazia non è una città. La Galazia è una regione, un’area. È un distretto, e al suo interno c’erano molte città: Listra, Derbe, Iconio, Antiochia di Pisidia; e in tutti quei vari luoghi Paolo stabilì il Vangelo di Gesù Cristo, e la chiesa ebbe inizio. Tornò poi per rafforzare il Vangelo della grazia, insegnò loro come vivere nella grazia, insegnò loro come godere della potenza dello Spirito di Dio, e stavano andando bene. Avevano avuto un buon inizio, un inizio meraviglioso.
Poi arrivarono alcuni chiamati giudaizzanti. Erano giudei. Non negavano il cristianesimo. Non negavano Gesù Cristo. Non negavano il Vangelo. Dicevano semplicemente che il Vangelo è incompleto e che bisogna aggiungervi alcune cose, cioè la circoncisione e l’osservanza della legge mosaica. E dissero a quei cristiani della Galazia: “Voi non siete davvero cristiani e non siete davvero nel Regno, perché siete gentili incirconcisi e non vivete secondo la legge di Mosè”; e così imposero su di loro il legalismo giudaico e, per questo, li conosciamo come giudaizzanti. In sostanza insegnavano tre cose, e le vediamo chiaramente in questa lettera: primo, insegnavano che Paolo non era un apostolo legittimo, autorizzato. E dovevano insegnarlo, perché il modo migliore che conoscevano per screditare il suo insegnamento era screditare lui. Se riuscivano a dimostrare che non era affatto un apostolo, allora potevano partire da lì per demolire il suo insegnamento. E così attaccarono il suo apostolato, ed è per questo che Galati 1 e 2 sono scritti: per difendere l’apostolato di Paolo.
In secondo luogo, dicevano che la salvezza veniva dalla circoncisione e poi dalla fede. La sola fede non bastava. Dovevi avere anche quell’intervento. È per questo che furono scritti i capitoli 3 e 4: per rispondere a quell’argomento e mostrare che la salvezza è per grazia, mediante la fede, indipendentemente dalla circoncisione. E, in terzo luogo, i giudaizzanti insegnavano che la vita cristiana richiede la completa osservanza della legge mosaica. Ed è per questo che furono scritti i capitoli 5 e 6: per rispondere a quell’errore.
Ora, è evidente che i giudaizzanti avevano avuto un impatto. Non c’è dubbio, e lo si capisce dal fuoco negli occhi di Paolo mentre scrive. Voglio dire, non ci sono piccole cortesie formali. Questa è l’unica lettera che scrive in cui non elogia nessuno per nulla, e non ci sono quasi note personali. Va dritto al punto. E sa che hanno avuto effetto, ed è particolarmente evidente nel versetto 1 del capitolo 3: “O Galati insensati, chi vi ha ammaliati?” Versetto 3: “Siete così insensati? Dopo aver cominciato nello Spirito, volete ora raggiungere la perfezione mediante la carne?” E così li chiama insensati due volte. Qualcuno li aveva ammaliati. C’era stato un effetto profondo su di loro.
Ora, quando arriviamo al capitolo 6, questi Galati insensati, che ora erano un po’ coinvolti in questa battaglia tra libertà e legalismo, tra legge e grazia, quando arriviamo al capitolo 6 hanno ormai ascoltato bene Paolo. È stato detto loro di nuovo, in termini molto forti nei capitoli 1 e 2, che egli era davvero l’apostolo di Dio; ed è stato anche detto loro nei capitoli 3 e 4 che la salvezza è per grazia, e niente altro, mediante la fede. Ed è stato anche spiegato molto chiaramente nel capitolo 5 che la vita cristiana è una vita di libertà, non di legalismo. E quindi può darsi che proprio in questo momento un po’ di luce stia cominciando a sorgere e la nebbia si stia un po’ diradando.
Ma Paolo è uno strumento molto, molto acuto nelle mani dello Spirito di Dio, ed è ben consapevole del fatto che, nell’assemblea della Galazia, come risultato sia del suo ministero sia di quello dei giudaizzanti, ci sarà una divisione. Ci saranno quelli spirituali, i maturi, quelli che camminano nello Spirito; e poi ci saranno i legalisti che cercano, con l’energia della carne, di produrre tutto ciò che devono fare secondo quanto prescritto dal sistema mosaico. E in questo egli vede il potenziale per frantumare completamente le assemblee della Galazia. Riesce a vedere arrivare una guerra, e divisione, e discordia, e separazione, e sa di doverla affrontare. Ed è proprio quello che fa.
E, in sostanza, ciò che dice è questo: “Voi che siete spirituali, che siete centrati, che avete capito, che avete tutto in ordine e camminate nella potenza dello Spirito, la vostra responsabilità è di rialzare quelli che non lo sono”; e stabilisce per noi un principio di vita per la chiesa di Dio fino al ritorno di Gesù. I forti si prendono cura dei deboli. Gli spirituali si prendono cura dei carnali. Quelli che sono in piedi sollevano quelli che sono caduti. La chiesa non è mai stata progettata per essere un luogo dove si va a fare da spettatori. Non è un posto dove vieni, guardi la nuca di qualcuno e poi te ne vai dicendo: “Dio, non sei contento che sono venuto? Ho fatto il mio dovere religioso”. La chiesa è un luogo dove si serve insieme gli uni agli altri. E, sapete, sarebbe stato molto facile per i Galati spirituali, quelli che avevano davvero abbracciato la dottrina della grazia di Paolo e ora erano stati nuovamente confermati leggendo questa meravigliosa lettera, capire davvero di essere liberi nella grazia — non liberi di fare il male, ma finalmente liberi di fare il bene, resi capaci dallo Spirito Santo — e comprendere la libertà che è loro in Cristo, ed essere davvero spirituali, come nel versetto 16 del capitolo 5, “camminando nello Spirito”, e nel versetto 22, “manifestando il frutto dello Spirito”. Ed essendo loro quelli spirituali, guardare gli altri con atteggiamento di condanna. Ed è una tendenza, sapete.
Le persone spirituali, quelle più mature, quelle che magari hanno avuto il beneficio di un buon insegnamento, di buoni modelli, di buoni esempi, di una buona eredità spirituale, e che sono state ubbidienti e, nel passato, hanno camminato con il Signore, a volte possono arrivare al punto in cui guardano dall’alto in basso tutti quelli che non vivono al loro stesso livello spirituale. E invece di vedere questo come un’opportunità di ministero, diventa un’occasione di orgoglio spirituale e di autoesaltazione, in cui ci si compiace un po’ della propria spiritualità. E Paolo lo percepisce. E c’è anche quell’altro pericolo: che quelli che sono deboli, che inciampano, che cadono, guardino ai più spirituali e li invidino. E l’invidia si trasforma in amarezza e gelosia, e così si crea una frattura proprio nel mezzo della chiesa. Perciò egli sa che deve esserci un avvicinamento tra questi due gruppi. Non vuole che i spirituali dominino sui carnali. Non vuole che i forti approfittino dei deboli o li disprezzino, e non vuole che i deboli risentano dei forti. Non vuole vedere una divisione tra spirituali e carnali.
E così anticipa questo problema in questa sezione di Galati. Guardate il versetto 26 del capitolo 5. Ha appena concluso dicendo che, se viviamo nello Spirito — e lo facciamo, se siamo cristiani — dobbiamo anche camminare nello Spirito. In altre parole, se la nostra vita è nello Spirito in senso posizionale, allora dobbiamo anche vivere praticamente nello Spirito, manifestarlo. E poi dice questo: “Non cerchiamo la vanagloria”, kenodoxos. Significa sentire di avere il diritto di rivendicare gloria, di meritare onore, pensando di avere qualche motivo per vantarsi. In sostanza sta dicendo: “Non diventate presuntuosi. Non cercate la gloria. Non cercate l’onore”. Ed è sempre questo il problema in cui il nemico vi spinge. Quando arrivate a un certo livello di maturità e crescita spirituale, cominciate a percepirvi come qualcuno degno di un onore speciale. E allora guardate dall’alto in basso quelli che non sono al vostro stesso livello, e iniziate a considerarli con disprezzo. E così nasce la frattura tra spirituali e non spirituali, tra forti e deboli; e invece che l’uno aiuti l’altro, uno finisce per compiacersi sopra l’altro. E penso che sia questo che ha in mente quando dice: “provocandoci gli uni gli altri”. Cioè irritandosi, stuzzicandosi. E l’altra faccia della medaglia, alla fine del versetto 26, è che l’altro finirà per invidiare chi sembra più spirituale.
E questo non è ciò che Paolo desidera in alcuna chiesa: una divisione di questo tipo tra forti e deboli. Non c’è posto per questo. È qualcosa che porta nel cuore, non solo qui in Galati, ma lasciate che vi porti a Romani capitolo 15, perché voglio che vediate che non è qualcosa di unico per le chiese della Galazia, ma una preoccupazione costante nel cuore di Paolo. In Romani capitolo 14 avete una sezione straordinaria su come i forti non debbano offendere i deboli, né farli inciampare, né in alcun modo distruggerli, ma piuttosto edificarli. E tutto si riassume nel capitolo 15, versetti da 1 a 3: “Noi dunque, che siamo forti, dobbiamo portare le debolezze dei deboli e non compiacere noi stessi. Ciascuno di noi compiaccia il prossimo nel bene, per edificarlo; poiché anche Cristo non compiacque se stesso”. E ci possiamo fermare lì. E stabilisce quel modello incomparabile: il modello è nientemeno che Gesù Cristo stesso, che non si è imposto su di noi pur avendone ogni diritto, vero? Ma si è abbassato per portare le debolezze dei deboli. E, credetemi, se mai c’è stata una distanza tra forte e debole, è stata tra Gesù Cristo e noi, non è vero?
E così, dice, Cristo è il modello, e l’atteggiamento è questo: vogliamo portare le debolezze dei deboli. Vogliamo cercare quei credenti che sono più deboli. Vogliamo trovare quei credenti che lottano profondamente con la carne, e non guardarli dall’alto con vanagloria né provocarli, ma servirli. Portare le loro debolezze, impedendo così che ci guardino con invidia e diventino gelosi e amareggiati.
E poi voglio portarvi a un altro passo, in 1 Tessalonicesi capitolo 5 versetto 14. Paolo dà questa istruzione alla chiesa di Tessalonica: “Vi esortiamo, fratelli: ammonite gli indisciplinati, incoraggiate gli scoraggiati, sostenete i deboli, siate pazienti con tutti”. Che si tratti degli indisciplinati, degli scoraggiati o dei deboli, bisogna essere pazienti, ma bisogna anche andare da loro. Sostenete i deboli. Questo, amici miei, è la chiave dell’unità della chiesa. Invece che il credente più maturo e spirituale stia con orgoglio sopra quelli che sono caduti nel peccato, dobbiamo aiutarli.
Questa settimana ho ricevuto una lettera di circa 18 o 20 pagine. Posso dire sinceramente che, in tutto il mio ministero, non ho mai ricevuto una lettera così. Una donna, in quella lettera, raccontava a lungo il suo percorso spirituale e, verso la fine, diceva che una mattina entrò nel bagno di casa. Era madre di diversi figli. Molto attiva in una chiesa nel Midwest. Prese una lametta e si preparò a tagliarsi il volto. Diceva: “Sono indegna. Sono inutile. Non valgo nulla”. Questa è una donna cristiana, che ha passato tutta la sua vita nella chiesa, e mi spiegava nella lettera perché era arrivata a quel punto. Diceva: “Perché le persone nella chiesa pensavano che io non fossi all’altezza degli standard che avevano stabilito, e così il pastore disse a tutta la chiesa di evitarmi. E così mi evitarono, e ogni volta che ne vedevo uno, si voltavano dall’altra parte, nessuno mi parlava, dovevo essere evitata. E ho deciso che, se non ero nemmeno degna di essere amata dal popolo di Dio, allora non valevo niente, e mi sarei tagliata il volto e poi mi sarei tolta la vita”.
Poi continua dicendo: “Non sono riuscita a farlo, però, perché continuavo a pensare ai miei figli e a tutte le domande a cui avrebbero dovuto rispondere su ciò che la loro madre aveva fatto, e questo mi ha fermata”. Poi racconta che girò la manopola della radio e trovò il nostro programma, e proprio nel mezzo dell’orrore di cercare di vivere secondo il codice legalistico di quella chiesa, noi stavamo insegnando una serie su legge e grazia. E disse: “Grazie a Dio sono libera”, e continuò a raccontare ciò che il Signore stava iniziando a fare nella sua vita. La lettera era così toccante che l’abbiamo chiamata e le abbiamo offerto aiuto personale in ogni modo possibile.
Che cosa terribile. Che una chiesa, pensando di fare la volontà di Dio, arrivi a evitare una persona che non raggiunge il loro standard. Tra l’altro, uno dei problemi era che indossava pantaloni; fino al punto di voler arrivare a tagliarsi il volto? Questo è l’esatto opposto del ministero della chiesa verso i suoi membri, non è vero? Sostenete i deboli. Sostenete i deboli. Portate i loro pesi. E così siamo chiamati alla disciplina, sì, e siamo chiamati al perdono, sì; ma siamo anche chiamati alla restaurazione.
Ora, che cosa dobbiamo fare per restaurare? Torniamo a Galati. Paolo menziona tre cose in questo testo. Tre cose. La prima, molto semplice: rialzateli. Rialzateli. Versetto 1: “Fratelli, se uno viene colto in fallo, voi che siete spirituali ristabilite tale persona con spirito di mansuetudine, badando a voi stessi, perché anche voi non siate tentati”. Ora, il termine “fratelli” indica che stiamo parlando della famiglia, gente. È così che la chiesa si prende cura di se stessa. “Se uno viene colto in fallo”, la parola “fallo” qui è paraptōma. Significa uno scivolone, un errore, una caduta. E alcuni pensano che indichi qualcosa di meno grave di un peccato. Io non lo credo affatto. Non penso che sia meno di un peccato. Penso che sia peccato. E qualcuno dice: “Allora perché non usa la parola hamartia, peccato? O perché non usa anomia, trasgressione?” Perché usa la parola “caduta”? Beh, non credo che abbia a che fare con una distinzione teologica. Penso che abbia a che fare con lo stile del discorso. Sta parlando del camminare nello Spirito. Versetto 16 del capitolo 5: “Camminate nello Spirito”. Versetto 25: “Camminiamo nello Spirito”. E nel processo del camminare, se capita che cosa? Che uno cada. Non sta dando una definizione teologica del peccato come se fosse qualcosa di meno serio. Sta semplicemente mantenendo la sua metafora.
E così dice: “se uno viene colto”. Ora, lasciate che mi soffermi un momento su questa espressione, perché penso che sia stata fraintesa. Non credo che si tratti di uno che cammina e viene sopraffatto da un peccato, come se dicesse: “Questo peccato mi sta travolgendo”. Non è questa l’idea. L’idea è che, mentre un credente cammina, si imbatte in qualcuno che è caduto nel peccato. Vedete la differenza? Non è che il peccato sorprende lui; sei tu che sorprendi la persona caduta nel peccato. Se uno viene colto — ora, è una parola molto interessante, prolambanō, cogliere all’improvviso — non credo davvero che il peccato ci colga all’improvviso. Penso che, se camminiamo nello Spirito, abbiamo la capacità di discernere. Quindi quello che sto dicendo è che non esiste un peccato involontario. Penso che qui, e questa è probabilmente la resa migliore del testo — non posso essere assolutamente dogmatico, ma è la mia preferenza — si riferisca al fatto di scoprire un altro cristiano nel mezzo del peccato. Ti imbatti in qualcuno che sta peccando, ed è questo il punto del versetto. Allora, ristabilite tale persona.
Ora, non potresti essere coinvolto nella restaurazione se prima non lo avessi incontrato — diciamo così — nel suo peccato, giusto? Voglio dire, l’hai visto. Sai che c’è. Ti ci sei imbattuto. E quindi trovi qualcuno nel peccato, la situazione è chiara. Conosci qualcuno che è nel peccato. Ti imbatti in qualcuno che è nel peccato, e quello che penso voglia dire è che non vai in giro per la vita ficcando il naso nella vita di tutti. È che, mentre cammini nello Spirito, ti capita di incontrare questa situazione. Non è che fai parte di una specie di “polizia spirituale” e vai a indagare nella vita di tutti ovunque. È che tu, mentre cammini nello Spirito, mentre vai avanti, tu che sei spirituale, ti imbatti in qualcuno che è caduto. Per me, questa è l’interpretazione migliore.
Non è necessariamente sbagliato dire che si riferisce a qualcuno sopraffatto da un peccato, ma preferisco l’interpretazione che vi ho dato. Ora, notate ancora nel versetto: “voi che siete spirituali”. Questo è molto importante. Chi sono le persone spirituali? Che cosa significa essere spirituali? Ne parliamo spesso: diciamo che qualcuno è spirituale o carnale. Lasciate che vi mostri cosa significa essere spirituali. Andate a 1 Corinzi capitolo 2 versetto 15, ed è una definizione molto semplice: “L’uomo spirituale giudica ogni cosa, ma egli stesso non è giudicato da nessuno. Infatti chi ha conosciuto la mente del Signore per istruirlo? Ma noi abbiamo” — che cosa? — “la mente di Cristo”. Che cosa significa essere spirituali? Essere spirituali, nel versetto 15, equivale ad avere che cosa nel versetto 16? La mente di Cristo. La persona spirituale è quella che ha la mente di Cristo.
Guardiamolo da un’altra prospettiva. In Efesini 5 è scritto: “Siate ripieni dello Spirito”, e poi accadono tutte quelle cose. In Colossesi 3 invece è scritto: “La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente”, e accadono le stesse cose. Dunque concludiamo che essere ripieni dello Spirito equivale a lasciare che la Parola di Cristo abiti in noi riccamente. Quindi, essere spirituali — cioè essere ripieni dello Spirito — è lo stesso che avere la mente di Cristo. Allora, la persona spirituale è quella che ha la mente di Cristo. E la persona che ha la mente di Cristo è quella che è sotto il controllo dello Spirito Santo. Avere la mente di Cristo significa conoscere — perché la mente di Cristo è rivelata qui, giusto? — conoscere la Parola di Dio e camminare in ubbidienza ad essa. Vedete, quando impari la Parola di Dio, lo Spirito dà energia alla risposta ubbidiente. Quindi una persona spirituale è una persona che cammina nello Spirito. Che cosa significa camminare nello Spirito? Significa avere la mente di Cristo. Che cosa significa avere la mente di Cristo? Conoscere la Parola di Dio e ubbidirle. Ecco dunque cos’è una persona spirituale: qualcuno che cammina in ubbidienza alla volontà di Dio rivelata nella Sua Parola, reso capace dallo Spirito di Dio. Questa è la persona spirituale.
Quindi abbiamo due persone qui che camminano nello Spirito. Una cade nell’attività della carne. Quella che continua a camminare nello Spirito ha la responsabilità di rialzare l’altra. Non è così complicato, amici. È evidente. I forti si prendono cura delle debolezze dei deboli. Questo è il concetto di base. E Paolo lo illustra subito in 1 Corinzi capitolo 3, quando si rivolge ai Corinzi e li chiama carnali, e fa di tutto in quella lettera per rialzarli, dando loro istruzione — e quell’istruzione è la mente di Cristo. Cerca di infondere in loro la realtà della mente di Cristo e di chiamarli a camminare nello Spirito.
Torniamo quindi a Galati capitolo 6. Vediamo allora che, nel rialzare la persona, colui che è spirituale — cioè che cammina in ubbidienza, reso capace dallo Spirito Santo, conoscendo la mente di Cristo e rispondendo ad essa — è chiamato a restaurare colui che è stato colto nel peccato. La parola “restaurare” è una parola molto comune nel Nuovo Testamento, katartizō. È usata molto frequentemente. Significa semplicemente riparare qualcosa, nel senso di riportarlo alla sua condizione originaria. Restaurarlo alla sua condizione precedente. È usata per descrivere la riconciliazione tra due parti in conflitto. È usata per sistemare ossa rotte. È usata per rimettere al posto giusto un arto slogato. È usata per rammendare reti rotte. È una parola molto comune per indicare il rimettere insieme qualcosa, il riportarlo al suo stato originale. Ed è esattamente questo che ci viene richiesto.
Ascoltate: noi non solo riprendiamo, rimproveriamo e discipliniamo una persona che cade nel peccato; la perdoniamo con il cuore e la restauriamo relazionalmente quando si ravvede; e poi iniziamo tutto il processo di edificazione che la riporta a camminare nello Spirito come prima di peccare. Quindi c’è un processo di restaurazione spirituale, e sono profondamente convinto che la chiesa debba essere coinvolta in questo. Fa parte del fondere insieme le nostre vite. Non basta venire e andare. Non basta stare a guardare. C’è un processo di ricostruzione spirituale in cui siamo tutti coinvolti: i forti che aiutano i deboli. E lasciatemi aggiungere anche questo: non si tratta sempre di categorie assolute. Tutti noi siamo deboli in qualche area, giusto? Quindi ci troviamo tutti in qualche punto lungo quella linea della crescita spirituale. Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che sia più forte di noi in un’altra area per rafforzarci. Quindi tutti dobbiamo essere coinvolti in relazioni reciproche che portano forza a chi è debole.
Perciò, quando vedi una persona nel peccato, l’implicazione del versetto 1 è che devi rialzarla. E questo implica la disciplina. La affronti riguardo al peccato. Segui il processo. Se non ti ascolta, prendi uno o due testimoni affinché ogni cosa sia confermata dalla loro parola. Se ancora non ascolta, lo dici alla chiesa, e tutta la chiesa va a cercarlo con amore. E se non ascolta la chiesa, allora viene escluso, trattato come un pubblicano, come uno che è fuori, finché non si ravvede. E poi, quando si ravvede, c’è un pieno perdono relazionale che lo riporta dentro. Ma non finisce lì. Poi inizia tutto il processo di ricostruzione per riportarlo dove si trovava prima.
Ora notate l’atteggiamento di chi rialza, versetto 1: “con spirito di mansuetudine”. Spirito di mansuetudine. Umiltà. E di nuovo, con tutto il mio cuore, io credo che Gesù Cristo sia il modello in questo. In 2 Corinzi 10:1 Paolo dice: “Io, Paolo, vi esorto per la mansuetudine e la benignità di Cristo”. Cristo, che è venuto in questo mondo e ha guardato a peccatori empi, miserabili, vili, disubbidienti, ignoranti, e con pazienza e dolcezza aspetta che torniamo al luogo in cui desidera che siamo, desideroso di restaurarci al punto in cui eravamo prima di cadere. Questo è il modello. E noi lo facciamo con uno spirito di mansuetudine. Solo che la nostra mansuetudine differisce da quella di Cristo in un certo senso, perché qui dice: “badando a te stesso, perché anche tu non sia tentato”. E questo aggiunge un elemento: dobbiamo fare questo sapendo che potremmo essere nella stessa situazione, giusto? Cristo non poteva, per via della Sua perfezione; noi sì. E prima di pensarti spirituale e molto avanti nel tuo cammino verso la perfezione, non devi mai arrivare al punto di guardare qualcuno dall’alto in basso; piuttosto devi chinarti per aiutarlo, con umiltà — ed è questo che significa mansuetudine — rendendoti conto che potresti essere nella stessa situazione, perché non ne sei esente. Anzi, prima o poi ti succederà, perché il peccato abita in te.
Non c’è posto per l’orgoglio spirituale e la vanagloria. Non c’è posto per chi si considera migliore degli altri. Deve esserci mansuetudine, ricordando che anche noi potremmo cadere. In 1 Corinzi 10 Paolo presenta un esempio straordinario del popolo di Dio, Israele: come furono fatti uscire dall’Egitto. Il versetto 1 parla del passaggio sotto la nuvola e attraverso il mare; vagarono nel deserto, furono guidati dalla Shekinah, la gloria di Dio, e naturalmente entrarono nella terra promessa, e si parla di come Dio li sostenne nel deserto prima di questo. Ma dice che, nonostante tutte le benedizioni di Dio, alcuni di loro caddero nella fornicazione e, versetto 8, “ventitremila” morirono.
Queste erano persone con grandi privilegi, eppure peccarono. Ora guardate il versetto 11: “Tutte queste cose avvennero per servire da esempio e sono state scritte per ammonire noi, che ci troviamo alla fine delle età. Perciò chi pensa di stare in piedi guardi di non cadere. Nessuna tentazione vi ha colti, se non umana…”. E poi continua parlando della via di uscita. Ma non devi mai arrivare al punto di pensarti invincibile. Deve esserci una mansuetudine profonda nel nostro carattere e nel nostro atteggiamento, che, vedendo qualcun altro peccare, dica: “Non sarò orgoglioso né lo guarderò dall’alto. Ringrazio Dio che la mia vita non sia segnata allo stesso modo dal peccato”.
Quindi, rialzateli. E sii disposto a chinarti per rialzare qualcuno, sapendo che potresti benissimo essere tu quello da rialzare. E prima o poi lo sarai. Anche se il tuo peccato non sarà lo stesso, ci sarà comunque un peccato dal quale anche tu avrai bisogno di essere restaurato.
Secondo punto: il primo è rialzateli; il secondo è sosteneteli. Sosteneteli. Ed è dai versetti 2 a 5. È un passo meraviglioso. “Portate i pesi gli uni degli altri e così adempirete la legge di Cristo”. La parola “portare” significa sostenere, reggere. Qualunque cosa sia davvero pesante, la reggete per loro. Ora, direte: “Che cosa intende con questo? Portate i pesi gli uni degli altri?” L’idea, ancora una volta, è quella del cammino. Questo tizio sta andando lungo la strada e cade. Che cosa l’ha fatto cadere? Beh, aveva qualcosa di troppo pesante, e quello l’ha schiacciato. Lo ha sopraffatto ed è caduto. Potete immaginarlo: un lungo viaggio con un peso addosso. E a un certo punto il peso diventa insopportabile e giù va l’uomo. E tu dici: “Ora che lo hai rialzato, dovrai metterti sotto quel peso e aiutarlo a portarlo”. Ora, qual è questo peso? Credo che sia qualunque debolezza in quella persona, spiritualmente, che minaccia di farla cadere nel peccato. Qualunque punto vulnerabile nella sua vita, qualunque testa di ponte che Satana possa trovare, qualunque debolezza di carattere o di personalità, qualunque cosa sia il suo “tallone d’Achille”: è lì che devi metterti sotto e portare il peso, perché lui da solo non ce la fa. Molte volte una persona pecca, si ravvede, viene perdonata, viene riaccolta nella comunione, e poi nessuno si prende la briga di mettersi sotto il peso; e quella persona continua a portare lo stesso peso di tentazione, nelle stesse difficili circostanze di prima, e semplicemente cade di nuovo.
Un giorno venne da me un giovane. Era sconvolto. Piangeva. E disse: “Io ho dato la mia vita a Cristo”, ma disse: “prima di essere salvato ero omosessuale”. E disse: “Ho terribili problemi. Continuo a ricadere in relazioni”. E disse: “Mi ravvedo, me ne allontano, chiedo a Dio di perdonarmi”, e disse: “poi torno e lo faccio di nuovo”. Era una cosa devastante. Non sapevo bene come aiutarlo, così, d’impulso, gli dissi: “Va bene, ti dirò cosa voglio che tu faccia. Ogni volta che hai una relazione omosessuale nelle prossime due settimane” — e queste possono essere molto frequenti — “e ogni volta che coltivi pensieri impuri in quella direzione, voglio che tu scriva tutto in un paragrafo completo e me lo spieghi. Ogni volta che ci pensi e ogni volta che lo fai, scrivilo tutto. E tra due settimane, quando ci incontreremo, mi mostrerai tutta la lista”.
Rimase un po’ scioccato da quello che avevo detto, ma ci accordammo così. Due settimane dopo tornò, con un enorme sorriso. Entrò dalla porta e, prima ancora di salutare, disse: “Non ho niente da scrivere. Non ho fatto niente”. Io dissi: “Davvero?” Disse: “Sì, ed è la prima volta. Due settimane”. E io dissi: “Qual è la differenza?” Disse: “Non voglio dirtelo”.
Questo è un modo per portare il suo peso, vero? Lo porti creando un senso di responsabilità. Ci sono molti modi per portare il peso di qualcuno. Molti modi per sostenere qualcuno. Non saprei dirvi quante volte ho detto a persone: “Se senti di avere un problema in quell’area, se sei tentato in quella direzione, sai cosa ti suggerisco? Prendi il telefono e chiama qualcuno, fatti aiutare a portare quel peso”. Non so esattamente in che modo pratico lo si faccia sempre. Ma, in sostanza, è stare vicino a qualcuno e renderlo responsabile. È così che la vedo. Non conosco altro modo per portare i pesi degli altri se non quello di stare accanto a loro e aiutarli a rendere conto. Ma la restaurazione è più che dire a qualcuno: “Stai tranquillo, va tutto bene”. Voglio dire, lo riaccogliamo, diciamo che è a posto, ma poi quella persona continua a lottare sotto lo stesso peso, perché nessuno si è messo sotto ad aiutarla a portarlo, finché, alla fine, nel processo di ubbidienza spirituale, quel peso non si alleggerisce.
E, tra l’altro, non limitatevi a dire loro — come fanno molti — cose tipo Salmo 55:22: “Getta sul Signore il tuo peso, ed Egli ti sosterrà”. O 1 Pietro 5:7: “Gettando su di Lui ogni vostra preoccupazione”. Il Signore vuole fare questo attraverso di noi. Dobbiamo portare i pesi gli uni degli altri. E noterete, alla fine del versetto 2, che questo adempie la legge di Cristo. Sapete cos’è la legge di Cristo? Conoscete la legge dell’Antico Testamento, giusto? Qual è la legge di Cristo? Molto chiaro. Giovanni 13:34-35: “Un nuovo comandamento vi do”, disse Cristo, “che vi amiate gli uni gli altri”. Quindi, qual è la legge di Cristo? È la legge dell’amore. È la legge dell’amore. E l’amore rialza, e l’amore sostiene. Giacomo la chiama la legge regale. È chiamata la perfetta legge della libertà. Ed è la nostra responsabilità. Portare i pesi è il nostro ministero reciproco. E, francamente, la maggior parte dei cristiani non lo fa. Io mi chiedo, e lo chiedo anche a voi: chi state aiutando, in questo momento, a portare il peso della tentazione e della debolezza? Qualcuno? Qualcuno che state curando spiritualmente? Qualcuno di cui state portando il peso? Qualcuno che state accompagnando nel processo di restaurazione? È così facile per noi rimanere completamente disimpegnati. Voi dite: “Beh, non mi piace scendere a quel livello. Potrei essere influenzato da quelle cose, e io sono molto spirituale. Non voglio macchiare la mia purezza”.
Bene, il versetto 3 è per voi: “Se uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso”. In sostanza, questo versetto è una meravigliosa affermazione sull’uomo. Detto semplicemente: l’uomo è che cosa? Niente. È quello che dice. Togli tutte le frasi accessorie: siamo niente. Che cosa stai cercando di proteggere, poi? Sei niente. Se il migliore tra noi è il primo dei peccatori, che cosa siamo? Siamo niente. Questo è il punto. E non lo dico per negare che portiamo l’immagine di Dio; sto solo dicendo che, quanto al volerci esaltare o considerarci importanti, è l’esatto opposto della verità. Siamo niente. Tutto ciò che siamo, lo siamo per che cosa? Per la grazia di Dio. E allora chi siamo noi per essere così ingannati da non dedicarci a portare i pesi dei deboli? Quindi non evitiamo le persone. Quando desiderano sinceramente fare ciò che è giusto, quando vogliono ravvedersi e cercano aiuto, non ci limitiamo — si spera — a riaccoglierli. Li riaccogliamo e ci mettiamo sotto il peso con loro per portarlo insieme. E se pensi di essere troppo “spirituale” per farlo, ti stai sbagliando di grosso. Sei profondamente ingannato.
Sapete perché lo pensate? Perché il vostro metro di paragone è sbagliato. Ogni volta che penso di essere migliore di qualcun altro, è perché mi sto confrontando con qualcun altro — e posso sempre trovare qualcuno messo peggio di me. Voglio dire, se volessi sentirmi migliore degli altri, mi basterebbe vedere un ubriaco sdraiato in un fosso. Mi sentirei benissimo: “Io non faccio queste cose”. Puoi sempre trovare qualcuno peggiore di te. Ma questo è esattamente ciò di cui parlava Paolo in 2 Corinzi 10, quando dice: “Noi non siamo di quelli che si confrontano con se stessi”. Con chi ci confrontiamo? Qual è il nostro modello? Cristo. 1 Giovanni 2:6: “Chi dice di dimorare in Lui deve camminare come Egli camminò”. Quindi Cristo è il modello. Ci confrontiamo con Cristo. E sapete dove finiamo? In basso. Quindi quello non è autoinganno. Confrontati con Cristo. E quindi dice: “Rialzateli. Sosteneteli. E se pensi di essere troppo buono per farlo, ti stai ingannando”.
E poi, nei versetti 4 e 5, aggiunge un’altra cosa, piuttosto incisiva. “Ciascuno esamini l’opera propria”. Sapete una cosa? Puoi dire di servire il Signore, puoi sostenere di essere spirituale, ma dovrai dimostrarlo. Dovrai dimostrarlo. “Allora avrà motivo di gioire in se stesso soltanto”, dice. In altre parole, verrà un giorno in cui dovrai stare lì da solo, con la verifica della tua spiritualità. E penso che i versetti 4 e 5 ci portino al tribunale di Cristo, il momento in cui i credenti riceveranno la loro ricompensa. Apocalisse 22:12: “Ecco, io vengo presto e il mio premio è con me per rendere a ciascuno secondo le sue opere”. Penso sia questo il senso qui. Tutti noi dovremo affrontare una prova. 2 Corinzi 5: “Tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo per ricevere secondo ciò che abbiamo fatto nel corpo, sia in bene sia in male”. 1 Corinzi 3: “Le nostre opere sono legno, fieno, paglia, oro, argento, pietre preziose”. E il legno, il fieno e la paglia saranno che cosa? Bruciati. E credo che sia questo il punto nei versetti 4 e 5. “Ognuno dovrà provare la propria opera, e avrà motivo di gioire in se stesso soltanto, e non negli altri”. Cioè, ci sarà un giorno di prova. E allora, in quel giorno, il versetto 5 dice: “Ciascuno porterà il proprio carico”. Quindi è meglio che oggi ti metta sotto il peso di qualcun altro, altrimenti un giorno porterai il tuo carico per non averlo fatto — e perderai la ricompensa.
Tra l’altro, le due parole per “peso” qui sono diverse. Il peso del versetto 2 è una parola molto forte, baros: significa un peso enorme, schiacciante. La parola del versetto 5, invece, è bellissima: phortion, significa un piccolo zaino. È straordinario. Il peccato è un peso enorme. Perdere la ricompensa è come portare un piccolo zaino.
Quindi non voglio che pensiate che un giorno, davanti a Gesù Cristo, affronteremo qualcosa di schiacciante. È un peso piccolo, ma è pur sempre un peso. Un giorno porterai il tuo piccolo zaino di fallimento nel non aver dimostrato la tua spiritualità, se non sei disposto a metterti sotto il peso enorme di qualcun altro per aiutarlo a portarlo.
Infine: rialzateli. Sosteneteli. Edificateli. Versetto 6: “Chi è istruito nella Parola faccia parte di tutti i suoi beni a chi lo istruisce”. Ora, sei diventato tu l’insegnante, e la persona che stai restaurando è diventata lo studente. Alcuni hanno usato questo versetto per dire che un predicatore o un insegnante debba essere pagato, e prendono l’espressione “beni” — agathos — per riferirla al denaro, dicendo che chi ti insegna la Bibbia dovrebbe essere pagato. Ora, non sono qui per discutere questo. In realtà è vero. Personalmente preferirei andare a 1 Corinzi 9 per sostenerlo, non a questo testo, perché non credo che stia parlando di questo. Perché inserire qui un versetto sul pagare qualcuno che insegna? La parola “beni”, agathos — ascoltate bene — non è mai usata nella Scrittura per riferirsi al denaro. Mai. Quindi usarla in questo modo qui è piuttosto arbitrario. Ci sono due parole per “buono”: kalōs, che indica bontà nella forma; e agathos, che indica bontà nell’essenza. E qui è agathos. E significa eccellenza spirituale, realtà spirituale.
Per esempio, Romani 10:15 parla dell’annuncio delle “buone cose”, usando lo stesso termine. È usato due volte in Ebrei, una volta nel capitolo 9 versetto 11 e una nel capitolo 10 versetto 1, e ancora si riferisce alle buone cose del Regno di Dio: realtà spirituali. Se volete tradurlo nel modo più chiaro possibile, sarebbe così: “Chi è istruito nella Parola condivida con chi insegna tutte le ricchezze spirituali”. È proprio questo il senso. Che cosa sta dicendo? È un pensiero bellissimo, “Nel processo di restaurare questa persona, tu che insegni e tu che sei restaurato, condividete insieme tutte le ricchezze spirituali”. In altre parole, è un processo continuo, reciproco, di interazione ed edificazione, non è vero? Si edifica. Si edifica. Si edifica. Assicuratevi che il fratello che ha peccato si sottometta a chi insegna, e che insieme condividano tutte le ricchezze spirituali.
E questo, dunque, è il processo di ricostruzione di una vita, e la ricostruzione è fondamentale dopo il peccato. Allora, che cosa stiamo imparando? Rialzateli, e poi sosteneteli: forza alla loro debolezza. E poi edificate, perché non volete stare sotto quel peso per tutta la vita, e non volete che ci stia neanche lui. Quindi entrate nel processo di condividere tutte le ricchezze spirituali che portano forza. Questo è il processo. E così Paolo ci chiama al ministero della restaurazione. “Portate i pesi gli uni degli altri e così adempirete la legge di Cristo”, che è la legge di che cosa? Dell’amore.
Padre, Ti ringraziamo ora perché in questi giorni ci hai insegnato a essere come bambini, e quanto abbiamo bisogno gli uni degli altri. Abbiamo bisogno di essere curati come bambini, protetti come bambini, disciplinati come bambini. Abbiamo bisogno di essere perdonati come bambini, rialzati, sostenuti ed edificati. Padre, desideriamo davvero non essere soltanto ascoltatori della Parola, ingannando noi stessi, ma facitori. Donaci il ministero della restaurazione e mostraci come praticarlo. Mostraci come individuare le debolezze nelle persone intorno a noi e come edificarle. Aiutaci, quando incontriamo qualcuno che è caduto, a restaurarlo pienamente. E aiutaci, Signore, quando cadiamo noi, a cercare qualcuno che possa restaurarci. Fa’ che, invece che i spirituali guardino dall’alto i caduti e i caduti invidino i spirituali creando divisione, possano camminare fianco a fianco. Forza alla debolezza. Per la Tua gloria. Preghiamo nel nome di Cristo. Amen.
FINE
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