Prima della partita di football del Super Bowl, ho letto sul quotidiano Los Angeles Times [L.A. Times] una storia piuttosto interessante su Ronald Reagan. Stava per lasciare una conferenza stampa nel New Hampshire quando qualcuno gli lanciò una domanda: “Per chi tifa al Super Bowl?”. Senza esitare, l’ex governatore della California, allora candidato alla presidenza, rispose: “I Rams”. Poi, a quanto pare, gli si accese una lampadina in testa; si fermò e disse: “Aspettate un momento. Non sono più candidato a governatore della California. Che vinca la squadra migliore”.
È sorprendente quanto facilmente cambino le nostre fedeltà, non è vero? Sotto la spinta di certe pressioni esterne, ci lasciamo influenzare con estrema facilità dalle circostanze e dalle persone sulle quali vogliamo fare colpo. Per la maggior parte della gente, questo fa semplicemente parte della vita. E spero che, studiando questa sera Daniele capitolo 3, possiamo fare ciò che abbiamo già fatto tante volte nel libro di Daniele: imparare a tracciare una linea, chiamarla “convinzione”, e stabilire nella nostra mente e nel nostro cuore che non scenderemo mai al di sotto di quella linea.
Non è facile farlo. Lasciate che vi dia un modo semplice per considerare la questione. Le nostre decisioni, i nostri atteggiamenti e i nostri comportamenti sono determinati da una di due cose: pressione esterna o principio interiore. Lasciate che lo ripeta. I nostri atteggiamenti, le nostre decisioni e i nostri comportamenti sono determinati da una di due cose: pressione esterna o principio interiore. E nella nostra vita la battaglia tra queste due realtà opposte è continua.
E siamo molto bravi ad autogiustificarci, perciò molte volte, quando cediamo alla pressione esterna, la definiamo un principio interiore. Ma, in fondo, dobbiamo arrivare al punto decisivo. Facciamo ciò che facciamo, diciamo ciò che diciamo e ci comportiamo come ci comportiamo perché ne siamo convinti, oppure perché sentiamo la pressione che viene dall’esterno? E le nostre convinzioni vengono in qualche misura modificate dalle pressioni che vengono esercitate su di noi?
Ci sono momenti in cui mi trovo in una situazione nella quale, se dico ciò che credo, rischio di allontanare molte persone, e mi ritrovo davanti allo stesso punto decisivo. Dico ciò che credo sulla base di un principio interiore, oppure cedo alla pressione esterna e lascio che sentano ciò che preferirebbero sentirsi dire?
Quando lavorate in un ambiente d’affari e avete l’opportunità, per così dire, di fare un ottimo affare, di ottenere un grande vantaggio personale e concludere un contratto importante semplicemente scendendo a un piccolo compromesso, magari dicendo una piccola bugia, imbrogliando un po’, violando una regola che vi sembra piuttosto insignificante, cedete a quel genere di pressione esterna oppure agite completamente e totalmente sulla base di ciò che sapete essere un giusto principio interiore? Perché, mentre viviamo e ci muoviamo in questo mondo, è proprio questa la questione fondamentale.
E francamente, se mai il mondo ne ha avuto bisogno, oggi ha bisogno di uomini e donne che vivano sulla base di principi interiori. Non so voi, ma che si parli di politica o di qualsiasi altra cosa, ci si stanca un po’ delle persone che cedono alle pressioni esterne e finiscono sempre per dire ciò che volete sentirvi dire.
Ora, mentre ci avviciniamo al terzo capitolo di Daniele, incontreremo tre giovani che vivevano sulla base di principi interiori e ai quali, in realtà, non importava quale fosse la pressione esterna. E come seguaci di Gesù Cristo, credo che abbiamo molto da imparare da questi tre giovani. Voglio che questa sera vi mettiate nella loro situazione. Voglio che vi vediate qui. Non mi interessa tanto che qui vediate Sadrac, Mesac e Abed-Nego, quanto che vediate voi stessi. E che vediate come reagireste in una situazione simile.
Da diverse settimane continuo a riflettere su questa cosa, e voglio davvero calarmi personalmente in questo sermone, e voglio che anche voi vi caliate personalmente nel sermone, perché è l’unico modo in cui potrà avere un vero significato per voi. Il fatto che questi tre giovani Ebrei abbiano fatto ciò che hanno fatto, di per sé, non è ciò che conta. Per noi oggi non significa realmente nulla, a meno che qui non ci sia qualcosa che abbiamo fatto nostro personalmente nel modo in cui affrontiamo il mondo. Mettiamo Dio al primo posto? Mettiamo la Sua Parola al primo posto? Facciamo ciò che facciamo interamente sulla base di un principio interiore? Oppure vacilliamo, scendiamo a compromessi e agiamo sotto la pressione esterna?
Studdert-Kennedy, che era un ministro anglicano e pastore a Worcester, in Inghilterra, fu anche cappellano durante la Prima guerra mondiale. E ha scritto alcune poesie davvero, davvero bellissime, che sono sempre state tra le mie preferite. Ma Studdert-Kennedy, oltre a essere poeta, era pastore e cappellano. E come cappellano dovette andare in guerra e lasciare la sua famiglia. Aveva un figlio piccolo, e dalle trincee in Francia, dove si trovava nel pieno di combattimenti molto duri, scrisse una lettera al suo bambino. Ecco ciò che disse. Ovviamente la lettera era destinata al figlio tramite sua moglie, perché il bambino non sapeva leggere.
“La prima preghiera che voglio che mio figlio impari a fare per me non è: ‘Dio, tieni al sicuro papà’. La prima preghiera che voglio che mio figlio impari è: ‘Dio, rendi papà coraggioso, e se dovrà fare cose difficili, rendilo forte per farle’. La vita e la morte non sono ciò che conta, figlio mio. Il bene e il male sì. Papà morto è sempre papà. Ma papà disonorato davanti a Dio è qualcosa di troppo terribile per essere espresso a parole. Immagino che anche tu vorresti aggiungere qualcosa sulla sua sicurezza, e anche la mamma lo vorrebbe. Bene, mettetelo dopo, sempre dopo, perché non è neppure lontanamente altrettanto importante”.
Ebbene, Studdert-Kennedy aveva ragione. Papà morto è sempre papà. Ma papà che scende a compromessi è qualcosa di terribile. Ed è questa l’integrità senza compromessi che Dio richiede, ed è precisamente ciò che vediamo nella vita di questi tre uomini, capaci di affrontare una pressione esterna letteralmente incredibile e tuttavia prendere decisioni basate assolutamente e unicamente sui principi interiori che avevano appreso dalla rivelazione divina.
E lo dico ancora una volta: non sto parlando soltanto del mondo della politica, o del governo, o degli affari. Vi sto dicendo che la chiesa di Gesù Cristo ha bisogno di uomini ai quali la pressione esterna non faccia paura. E questo, purtroppo, non è vero in ogni caso.
Un poeta lo espresse così: “Vidi il martire sul rogo: le fiamme non potevano scuoterne il coraggio, né la morte atterrire la sua anima. Gli chiesi da dove gli venisse la forza; egli alzò trionfante lo sguardo al cielo e rispose: ‘Cristo è tutto’”. Questo è il cuore dei tre giovani Ebrei, e confido che Dio dia anche a voi lo stesso cuore mentre questa sera imparate da questo meraviglioso brano.
Ora, la storia si sviluppa attraverso otto elementi chiave e, come ha detto Jerry l’ultima volta, abbiamo visto il primo; io gli ho detto che questa sera avrei cercato di affrontare dal secondo all’ottavo, e loro erano scettici. Ma vedremo. Il testo ha l’andamento di una narrazione e passa dalla cerimonia, al comando, alla cospirazione, alla coercizione, al coraggio, alle conseguenze, al compagno e all’encomio.
E, curiosamente, vorrei aggiungere soltanto questa nota a margine. Daniele non compare in questo brano. E credo che questo sia estremamente importante per noi. Conosciamo tutti il grande carattere e la grande virtù di Daniele, come ci vengono mostrati nel primo e nel secondo capitolo. Abbiamo tutti visto questa straordinaria forza di carattere che Daniele mostrò nella sua posizione senza compromessi riguardo ai cibi del re, al vino del re e alle attività del re. E credo che, in un certo senso, ci sia sembrato che Anania, Azaria e Misael — altrimenti conosciuti con i loro nomi babilonesi Sadrac, Mesac e Abed-Nego — si fossero limitati ad andare avanti sulla scia di Daniele; così, proprio perché sappiamo che non era così, il Signore provvidenzialmente toglie Daniele dalla scena.
E non è neppure presente mentre accadono tutte le cose del capitolo 3, il che è sorprendente di per sé, perché si tratta di un avvenimento enorme nel regno di Babilonia. È probabile che Daniele fosse fuori dal paese per qualche incarico molto importante come primo ministro, o qualunque fosse il suo grado in quel particolare momento. Ma qui non c’è, e questi tre giovani rimangono soli; eppure rimangono saldi e coraggiosi.
Prima di tutto, la cerimonia. Tornate ai versetti 1-3. Ne abbiamo già parlato, ma soltanto per ricordarvelo. “Il re Nabucodonosor —” è il re di Babilonia, dove questi giovani, questi giovani Ebrei, erano stati deportati insieme a ciò che restava della nazione di Giuda. “Il re Nabucodonosor fece una statua d’oro, la cui altezza era di sessanta cubiti e la larghezza di sei cubiti —” cioè circa 27 metri di altezza e 2,7 metri di larghezza. “La eresse nella pianura di Dura, nella provincia di Babilonia. Poi il re Nabucodonosor mandò a convocare i satrapi, i governatori, i capitani, i giudici, i tesorieri, i consiglieri, i magistrati e tutti i governanti delle province, perché venissero alla dedicazione della statua che il re Nabucodonosor aveva eretto.
“E allora i satrapi, i governatori, i capitani, i giudici, i tesorieri, i consiglieri, i magistrati e tutti i governanti delle province si radunarono per la dedicazione della statua che il re Nabucodonosor aveva eretto; e si fermarono davanti alla statua che Nabucodonosor aveva eretto”.
Ora, ciò che avete qui è Nabucodonosor che costruisce una statua, un’enorme statua raffigurante se stesso, identificandosi, se vogliamo, come un dio, e pretendendo che tutte le persone di grado più elevato dell’Impero babilonese si prostrino e lo adorino. E, come vi ho detto prima, senza dubbio l’oro che rappresentava Nabucodonosor nella visione di Daniele dei quattro imperi mondiali aveva catturato la sua immaginazione, e così decise di costruire un’enorme statua tutta d’oro alla propria gloria.
E in un certo senso essa simboleggia il monarca e il suo impero riuniti in un’unica grande realtà, ed egli voleva che tutti si prostrassero e lo adorassero. Nabucodonosor stava semplicemente facendo ciò che tendono a fare tutti gli uomini che non conoscono Dio: adorano se stessi. Inventano dèi usciti dalla loro stessa mente, adatti al loro modo di pensare e al loro atteggiamento.
E dopo aver eretto questo grande idolo e aver preteso che tutti lo adorassero, egli mise questi tre giovani Ebrei davanti a una decisione davvero agghiacciante. Poiché conoscevano la Legge di Dio riguardo all’idolatria, sapevano che cosa significava erigere immagini scolpite e quanto questo fosse abominevole agli occhi di Dio; sapevano che era inaccettabile, e sapevano di trovarsi davanti alla realtà di dover prendere una decisione.
Ora, noterete che tutti i nobili avevano ben poco carattere, perché al versetto 2 si dice che egli li convocò tutti, e poi al versetto 3 vengono elencati tutti un’altra volta, quasi con tono sarcastico, e si dice che “si fermarono tutti davanti alla statua che Nabucodonosor aveva eretto”.
In altre parole, come spesso accade, tutti questi politici di primo piano e tutta la gerarchia di Babilonia erano disposti a fare qualunque cosa fosse necessaria per ottenere l’approvazione di Nabucodonosor. Erano pronti a sacrificare tutte le loro convinzioni; qualunque altra divinità adorassero o non adorassero, avrebbero messo tutto da parte per fare qualsiasi cosa fosse necessaria a ottenere il favore di quest’uomo e a evitare di trovarsi nella posizione di essere puniti o perfino uccisi per non averlo fatto.
E così tutti i grandi se ne stanno lì nel loro consueto atteggiamento di compromesso, e credo che al versetto 3 vengano ripetuti tutti proprio per umiliarli, quasi in modo satirico, mentre la loro mancanza di carattere viene messa in evidenza.
Ora passiamo dalla cerimonia al comando, al versetto 4. “Allora un araldo gridò ad alta voce: A voi è comandato, o popoli, nazioni e lingue”. Ora lasciate che aggiunga soltanto una nota. “Popoli, nazioni e lingue” è semplicemente una formula comune per rivolgersi a un insieme eterogeneo di persone. Viene usata di nuovo nello stesso capitolo, al versetto 7. Viene usata ancora, credo, verso il versetto 29. Sì: “popolo, nazione e lingua”. Viene usata nel capitolo 4, “popoli, nazioni e lingue”, al versetto 1. E viene usata ancora, credo, nel capitolo 6. È semplicemente un modo comune di rivolgersi a un’assemblea composta da gruppi diversi di persone. Così li raduna tutti insieme e dà loro un comando.
E qual è? È al versetto 5. “Nel momento in cui —” e questo significa “in quel preciso istante”; egli vuole una sottomissione assoluta, con assoluta precisione, in un momento esattamente stabilito. “Nel momento in cui udrete il suono del corno, del flauto, della lira, della sambuca, del salterio, della zampogna e di ogni sorta di musica, vi prostrerete e adorerete la statua d’oro che il re Nabucodonosor ha eretto”.
Ora, a quanto pare, quest’uomo aveva un’orchestra reale con tutti questi strumenti che suonavano insieme, senza dubbio una musica in qualche modo sensuale, per attirare l’attenzione di tutti sulla statua e indurli a prostrarsi. È piuttosto interessante notare — lo dico a beneficio di Clayton — che qui ci sono sia strumenti a fiato sia strumenti a corda. C’è il corno e c’è il flauto; il secondo termine indica appunto un flauto. E, tra parentesi, il corno aveva un suono più grave, mentre il flauto aveva un suono più acuto.
Poi avete una lira, L-I-R-A, che è una specie di arpa, e questa era un’arpa più piccola, dal suono acuto. Poi c’è la sambuca, che è molto difficile da identificare. In effetti, francamente, non abbiamo la minima idea di che cosa fosse. Mi dispiace. Poi c’è un salterio. Voglio dire, ci sono molte ipotesi, ma non servono a molto. C’è un salterio, che è un’arpa con una cassa di risonanza. La lira era un’arpa dal suono più acuto, mentre il salterio aveva un suono più grave. Poi c’era la zampogna e, che ci crediate o no, sostanzialmente era una cornamusa. E poi ogni sorta di musica prodotta da tutti questi strumenti costituiva il segnale. Quando la musica iniziava, tutti dovevano immediatamente prostrarsi e adorare la statua.
Ora, francamente, gente, quest’uomo ha davvero un ego incredibile. Ha radunato l’intera nazione, tutti i principali dignitari. Ha fatto venire l’orchestra reale. Sono tutti pronti. E quando parte il segnale, tutti devono prostrarsi davanti alla sua enorme statua.
Vorrei soltanto aggiungere che la musica ha sempre avuto un ruolo nella sensualità ed è sempre stata collegata al culto degli idoli. E, come per ogni altra buona cosa che Dio ci ha dato, Satana ha certamente usato la musica per promuovere il suo sistema malvagio, non è vero? E non l’ha mai fatto meglio di quanto lo faccia ai nostri giorni.
Bene. Poi, al versetto 6, arrivano le conseguenze. “E chiunque non si prostrerà e non adorerà sarà nello stesso momento gettato in mezzo a una fornace di fuoco ardente”. Ora, non so che cosa potrebbe essere una fornace infuocata se non una fornace ardente, quindi presumiamo che l’aggettivo “ardente” sia lì per intensificare l’espressione, perché comprendiate che egli sta usando una formulazione superlativa. Chiunque rifiuti di prostrarsi compie un atto di tradimento e sarà gettato nella fornace ardente. Se vi opponete alla grandezza di Nabucodonosor, questo è ciò che vi aspetta.
Ebbene, la maggior parte delle persone reagisce alle circostanze esterne e alla pressione esterna. Si conformano a ciò che viene loro richiesto, invece di agire sulla base di un principio interiore. Così il versetto 7 dice: “Perciò, in quel momento —” proprio in quell’istante “— quando tutti i popoli udirono il suono del corno, del flauto, della lira, della sambuca, del salterio e di ogni sorta di musica, tutti i popoli, le nazioni e le lingue —” eccoli di nuovo “— si prostrarono e adorarono la statua d’oro che il re Nabucodonosor aveva eretto”.
Ora, se volete vedere una massa di persone intimidite che non pensano con la propria testa, eccola qui. È il modo tipico di affrontare la vita. Fate tutto ciò che dovete fare per ottenere tutto ciò che volete ottenere, vivendo al livello più basso, sacrificando il principio interiore a causa della pressione esterna. Gli uomini invariabilmente si piegano al sistema. Si piegano ai poteri costituiti. Fanno tutto ciò che devono fare. Hanno paura di perdere la loro posizione, e così scendono a compromessi.
Ma, anche se il testo non ce lo dice, sappiamo che negli spazi bianchi della pagina stava accadendo qualcos’altro. Tutti erano a terra tranne tre uomini, e accidenti se si notavano. Loro non si prostrarono. E così passiamo dalla cerimonia, al comando, alla cospirazione del versetto 8: la cospirazione. Ora osservate.
“Perciò, in quel momento, alcuni Caldei si fecero avanti e accusarono i Giudei”. Ora, quando abbiamo iniziato a studiare questo libro, vi ho detto che probabilmente almeno 75 giovani erano stati portati dalla corte di Giuda alla corte di Babilonia per essere istruiti e poi servire a quella corte nelle questioni riguardanti gli affari giudaici. Ma di tutti quei 75 — ed è soltanto una stima ragionata; potevano essere di più o qualcuno di meno — di tutti questi giovani deportati, figli della famiglia reale di Giuda, soltanto quattro ci vengono presentati come uomini che non scendono a compromessi: Daniele e i suoi tre amici.
E così supponiamo che tutti gli altri si siano buttati a terra insieme a tutti gli altri. Erano pronti ad adeguarsi, ad accomodarsi alla situazione. Stavano facendo carriera nel sistema e non avevano alcuna intenzione di crearsi problemi, così seguirono semplicemente la corrente. Ma, a quanto sembra dall’indicazione del versetto 8, questi tre non lo fecero. E lasciate che mi affretti ad aggiungere che probabilmente avevano circa vent’anni. Erano giovanissimi. Una convinzione straordinaria per uomini così giovani.
Ora voglio che notiate al versetto 8 una parola molto importante — anzi, in realtà due parole. Prima di tutto, “Caldei”. I Caldei erano stati una sorta di colonna portante della cultura e della gerarchia babilonese. Ma quando questi tre giovani avevano dimostrato un carattere così grande, e quando Daniele era riuscito a interpretare il sogno di Nabucodonosor, sia Daniele sia i suoi tre amici, ricordate, furono innalzati a posizioni molto elevate, ed è molto probabile che fossero stati posti perfino al di sopra dei Caldei.
Tornate a 2:49. “Daniele fece una richiesta al re, ed egli affidò a Sadrac, Mesac e Abed-Nego l’amministrazione della provincia di Babilonia; e Daniele rimase alla porta del re”. A Daniele fu assegnata una posizione che — credo che a questo punto potremmo chiamarla così — era quella di primo ministro di Babilonia, mentre gli altri tre furono posti a capo degli affari della provincia di Babilonia. Erano dunque stati elevati. E i Caldei ne erano risentiti. Erano arrabbiati per questo. E così il testo dice che “accusarono i Giudei”.
È una parola molto interessante. Letteralmente significa “mangiare i pezzi di”. D’accordo? Veniva usata per descrivere il mangiare pezzi di carne strappati da un corpo, come farebbe un animale rapace che lacera la carne e i tessuti di un corpo e li divora. I Caldei vennero con malizia a calunniare, quasi in modo cannibalesco, per strappare la carne, per fare letteralmente a pezzi questi Giudei e divorarli. Quindi non è un termine giuridico. Non sta parlando di un’accusa presentata in un tribunale, ma piuttosto di un desiderio maligno, pieno d’odio, di lacerare la loro carne. E come cannibali si scagliarono contro questi tre Giudei.
E naturalmente, credo che dobbiamo anche ricordare che i Caldei erano spinti da Satana, perché erano sostanzialmente i sacerdoti del dio conosciuto come Bel-Merodac, che era la divinità principale — Bel è una forma simile a quella che conosciamo come Baal. E così videro la loro occasione e, spinti da Satana attraverso il loro falso sistema religioso, si scagliarono contro questi giovani Ebrei.
Con ipocrisia parlarono al re come se lo stessero difendendo. Accusarono i Giudei fingendo di aiutare il re a scoprire se tutti avessero ubbidito. Al versetto 9: “Parlarono e dissero al re Nabucodonosor: O re, possa tu vivere per sempre”. Gli diedero tutta quella retorica fiorita che ai re piace sentire. “Siamo davvero qui, o re, soltanto per assicurarti la nostra fedeltà”. Erano invidiosi delle alte posizioni occupate da questi ragazzi giudei e volevano fare tutto il possibile per cambiare la situazione, ma si presentarono con ipocrisia.
Versetto 10: “Tu, o re, hai emanato un decreto —” e ripetono tutta la faccenda “— secondo il quale ogni uomo che udrà il suono del corno, del flauto, della lira, della sambuca, del salterio, della zampogna e di ogni sorta di musica dovrà prostrarsi e adorare la statua d’oro; e chiunque non si prostrerà e non adorerà dovrà essere gettato in mezzo a una fornace di fuoco ardente”. E lo riferiscono con notevole precisione. È praticamente parola per parola ciò che il re aveva detto. Ripetono la norma e poi, al versetto 12, rivelano il vero problema.
“Ci sono alcuni Giudei che tu hai preposto agli affari della provincia di Babilonia —” ed era proprio questo che non riuscivano a mandar giù — 2:49 — era questo che li irritava davvero: che a questi Ebrei deportati fosse stata affidata una posizione così elevata. “Quei Giudei — Sadrac, Mesac e Abed-Nego — non hanno tenuto conto di te, o re; non servono i tuoi dèi e non adorano la statua d’oro che tu hai eretto”.
Schiavi, ostaggi importati, stranieri, e tu li hai fatti governanti, e ora governano su di noi. È questo che li rode davvero. E qui intravedete qualcosa dell’orrendo peccato dell’invidia. Dio dice, per esempio, in Proverbi 14:30: “Un cuore sano è vita per il corpo, ma l’invidia è marciume delle ossa”. J. Allen Blair scrive: “Nel credente, l’invidia è come ossa che marciscono, nel senso che la potenza spirituale e l’utilità vengono limitate”.
Questo fu il caso nella vita di Saul. Era stato un grande re, unto da Dio per essere testimone del Signore. Ma a causa del peccato dell’invidia, la vita di Saul degenerò fino a diventare completamente inutile. Saul udì il popolo cantare: “Saul ha ucciso i suoi mille e Davide i suoi diecimila”. Era soltanto un canto, ma risvegliò nel suo cuore la malvagia passione dell’invidia. Cantico dei Cantici 8:6 dice: “La gelosia è crudele come il soggiorno dei morti”. La gelosia e l’invidia sono come un acido. Corrodono letteralmente l’anima. Distruggono la bellezza dell’anima come una tomba distrugge la bellezza del corpo. Ed essi venivano consumati dal peccato dell’invidia. E così portano la questione davanti al re.
Ora, notate che al versetto 12 li accusano di tre cose. Primo, a metà del versetto: “— O re, questi uomini non hanno tenuto conto di te”. Prima di tutto, non hanno tenuto conto di te. Non ti hanno prestato attenzione. Non hanno risposto alla tua autorità. Non ti hanno dato ciò che ti era dovuto.
Questo non è vero. Avevano fedelmente adempiuto ciò che sarebbe poi stato scritto nella Scrittura in Matteo 22:21, dove il nostro Signore disse: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Senza alcun dubbio avevano adempiuto la loro responsabilità verso il re fin dove essa non violava la loro responsabilità verso Dio. Erano buoni cittadini. Avevano risposto al re. Tornate al capitolo 1 e vedrete che gli avevano dato ciò che gli era dovuto.
Le altre due accuse erano vere. Versetto 12: “Non servono i tuoi dèi —” questo era vero “— e non adorano la statua che tu hai eretto”. Ora, ciò che è sorprendente è questo. Questi tre giovani conoscevano il prezzo della disubbidienza. E dovete chiedervi come si possa tenere così saldamente a un principio da restare letteralmente in piedi mentre tutta quella massa di persone si prostra, restare lì risoluto, pronto a entrare in una fornace di fuoco ardente. Questo sì che è carattere, gente. Questo significa vivere sulla base di un principio interiore, non della pressione esterna.
Ora pensate soltanto alla pressione. Pensateci. Nabucodonosor era loro amico. Nabucodonosor era il loro benefattore. Il loro destino era nelle sue mani. Resistere a Nabucodonosor sembrava del tutto inutile. Non avevano nessun’altra risorsa. Ogni possibilità futura di fare carriera a Babilonia dipendeva assolutamente dalla loro lealtà. Avrebbero potuto dirsi: “In fondo un idolo non è nulla, quindi perché preoccuparcene? Ci inginocchieremo insieme a tutti gli altri, ma pregheremo il vero Dio”.
Avrebbero potuto dire: “Lo fanno tutti. Se vogliamo raggiungere le persone dobbiamo mescolarci a loro”. Avrebbero potuto dire: “Beh, sapete, il fuoco, di solito, è fatale, e se siamo morti non siamo molto utili a Dio; inoltre occupiamo una posizione così strategica che, se finiamo bruciati, manderemo all’aria tutto il piano”.
E avrebbero anche potuto pensare: “Beh, se non ci prostriamo, faremo proprio il gioco di questi Caldei gelosi”. E magari per un momento avranno pensato che la morte non facesse parte del loro contratto.
C’erano moltissime cose che avrebbero potuto esercitare pressione su di loro, ma nonostante tutto rimasero risoluti e assolutamente senza compromessi. È sorprendente che, trovandosi in una situazione simile, abbiano preso una posizione così ferma. Stephen Girard, il milionario non credente di Filadelfia, molti anni fa disse un sabato ai suoi impiegati che il giorno seguente avrebbero dovuto venire a scaricare una spedizione appena arrivata. Ebbene, il giorno seguente era domenica. Un giovane si avvicinò alla scrivania e disse nervosamente: “Signor Girard, la domenica non posso lavorare”. “Bene, signore”, rispose il datore di lavoro, “se non può fare ciò che desidero, dovremo separarci”.
“Lo so, signore”, disse il giovane. “E so anche di avere una madre vedova di cui prendermi cura, ma la domenica non posso lavorare”.
“Molto bene”, disse il signor Girard, “vada alla cassa e le daranno quanto le spetta”.
Per tre lunghe settimane, racconta il biografo, il giovane girò per le strade in cerca di lavoro; poi un giorno il presidente di una banca chiese a Girard di indicargli una persona adatta a fare da cassiere in una nuova banca che stava per essere aperta. Dopo averci riflettuto un momento, Girard fece il nome del giovane che aveva appena licenziato.
“Ma credevo che avesse detto di averlo licenziato”, disse il presidente della banca. “Infatti”, ribatté Girard, “perché non voleva lavorare la domenica. E le dico una cosa: l’uomo disposto a perdere il lavoro per una questione di principio è l’uomo al quale si può affidare il proprio denaro”.
Sapete, se vi mettete nei panni di Nabucodonosor, dovete quasi chiedervi: perché preoccuparsi di tre uomini, giusto? Tutti gli altri sono già a terra. Che problema c’è? Ma avete mai notato che l’egomania non sopporta neppure una sola persona che non si conformi? Basta una persona per mandarli letteralmente su tutte le furie, figuriamoci tre. E così Nabucodonosor non era soddisfatto di avere tutti tranne tre. I megalomani non si accontentano mai di niente di meno che di tutti. Punto.
E così, la cospirazione. Dalla cospirazione passiamo al quarto elemento di questa narrazione: la coercizione. E qui, con la coercizione, troviamo Nabucodonosor che affronta i tre e cerca di costringerli a una risposta che gli sembri più adeguata. Ma li troviamo incrollabili. Notate, leggeremo i versetti 13-15; seguite. “Allora Nabucodonosor, nella sua ira e nel suo furore —” ora questo vi mostra che tipo di uomo fosse. Egli è — sono parole forti. È un folle furioso perché questi tre Ebrei non vogliono prostrarsi. Verrebbe da pensare, sapete: “Tutte queste migliaia di persone sono a terra. Non mi preoccuperò di quei tre. Ho comunque dalla mia una bella maggioranza”.
Ma non se siete un uomo come Nabucodonosor. È in preda a un furore assoluto e ordina che gli vengano portati Sadrac, Mesac e Abed-Nego; così questi uomini furono condotti davanti al re. “E Nabucodonosor parlò e disse loro: È vero, Sadrac, Mesac e Abed-Nego, che non servite i miei dèi e non adorate la statua d’oro che ho eretto?”.
Notate che lascia cadere la prima accusa formulata contro di loro al versetto 12, cioè che non tengono conto del re, perché sapeva che non era vero. Così elimina semplicemente quella prima accusa. Ma dice: “È vero che non adorate e non servite i miei dèi e che non volete prostrarvi davanti alla statua d’oro?”.
E poi ripete di nuovo tutta la formula. “Ora, se siete pronti, nel momento in cui udrete il suono del corno, del flauto, della lira, della sambuca, del salterio, della zampo—” doveva aver imparato questo discorso a memoria “— e di ogni sorta di musica, prostratevi e adorate la statua che ho fatto; ma se non adorerete, sarete nello stesso momento gettati in mezzo a una fornace di fuoco ardente”.
E poi aggiunge questa stupida affermazione: “E chi è quel Dio che potrà liberarvi dalle mie mani?”. Accidenti, si sta proprio lasciando prendere la mano. “Chi è quel Dio che potrà liberarvi dalle mie mani?”. Quest’uomo ha la memoria corta. Ha dimenticato lo stesso Dio che era stato capace di rivelare sogni e visioni? Che folle.
“È vero —” dice. “È davvero vero —” versetto 14 “— che non volete farlo?”. E, a suo merito, suppongo, è un uomo almeno in parte giusto. Prima di gettarli nella fornace ardente sulla base dell’accusa dei Caldei, concede loro almeno l’opportunità di parlare in propria difesa. Sono certo che sapesse che, politicamente, i Caldei erano comunque un po’ irritati per ciò che stava accadendo.
E il suo orgoglio lo manda su tutte le furie; a questo punto è letteralmente incandescente, e arriva al punto di contrapporsi a Dio, mettendo la propria potenza contro la potenza di Dio. “Chi è quel Dio che potrà liberarvi dalle mie mani?”.
Oh, la follia e la stupidità di un orgoglio simile. Quando vi mettete contro il Dio eterno, avete trovato qualcuno della vostra misura; e in questo capitolo, e nei successivi, egli trova chi è più forte di lui, come vedremo. Aveva dimenticato che il Dio di Daniele era più grande di tutti gli dèi di Babilonia, compresi i suoi, che non erano riusciti a dargli alcuna risposta sui suoi sogni né ad aiutarlo in alcun modo? Sembra proprio che quello stolto idolatra, nel pieno della sua egomania, l’avesse dimenticato.
Passiamo dunque dalla cerimonia al comando, alla cospirazione, alla coercizione e infine al coraggio, al versetto 16. E questo è il culmine; è semplicemente magnifico. “Sadrac, Mesac e Abed-Nego risposero e dissero al re —” ora siamo proprio lì, gente; che cosa diranno? “O Nabucodonosor —” non gli rifilano tutta quella storia del “viva il re”. “O Nabucodonosor, non abbiamo bisogno di darti risposta su questo”. Mi piace moltissimo. Bene, che cosa significa?
Beh, in sostanza: “Non abbiamo proprio nulla da dire”. Non è arroganza. Semplicemente non c’era nulla da dire. Stavano ammettendo la loro colpa. “Non abbiamo nulla da dirti per negare l’accusa, e non abbiamo nulla da dirti per spiegarci, perché le spiegazioni non cambierebbero nulla; quindi non ci preoccupa affatto darti una risposta. Noi restiamo fermi, e così resteremo”.
Avevano servito fedelmente Nabucodonosor fin dove potevano. Ma questo andava troppo oltre. E poi arriva quella dichiarazione sublime. In effetti, forse è la dichiarazione più sublime che un essere umano faccia in tutta la Bibbia, forse la più grande affermazione di vera fede che si trovi in tutta la santa Scrittura. Versetti 17 e 18: “Se così dev’essere, il nostro Dio che noi serviamo —” è piuttosto diretto “— è in grado di liberarci dalla fornace di fuoco ardente, ed Egli ci libererà dalla tua mano, o re —” in un modo o nell’altro. “Ma anche se non lo facesse, sappi, o re, che non serviremo i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai eretto”. Fine del discorso. Punto. Paragrafo.
Nessuna razionalizzazione, nessun dialogo, niente: “Beh, che cosa vorresti che facessimo? Potremmo piegarci a metà?”. Niente di tutto questo. “Non abbiamo alcuna difesa”, dicono. “Non abbiamo alcuna risposta. Non abbiamo alcuna via d’uscita. Non abbiamo assolutamente nulla da dire, se non che il nostro Dio, che noi serviamo, è più grande di te. Egli ci libererà dalla tua fornace di fuoco ardente; e anche se non lo farà, noi comunque non ci prostreremo”.
Oh, che dichiarazione sublime. Che fede avevano questi giovani. Che coraggio. Siamo tutti d’accordo, e qui, in questo luogo confortevole, è facile esserlo. Loro erano in piedi sul bordo della fornace ardente. La loro testimonianza non vacillò e non indietreggiò, e la loro fede rimase salda nel momento peggiore.
Amati, vi dico che questo accadde perché erano assolutamente impegnati a vivere secondo un principio interiore. Era stata insegnata loro la Parola di Dio e sapevano di dover rispondere in un certo modo sulla base della verità di Dio; e non l’avrebbero compromessa, qualunque fosse la pressione esterna. Che virtù. E non dipendeva dal fatto che ricevessero o no il loro miracolo. Erano pronti ad accettare la volontà di Dio, anche se avesse significato la morte, piuttosto che diventare idolatri.
Oh, ve lo dico: se c’è qualcosa che possiamo dare a questo mondo, è proprio uno spirito del genere. È un’integrità senza compromessi e senza esitazioni che dice: “Rimarrò fedele al mio Dio anche se mi costerà la vita”. E noi invece non ci prostriamo forse continuamente davanti agli idoli del ventesimo secolo per ottenere ciò che vogliamo ottenere tra la gente di questo mondo? Loro conoscevano la cecità di quel re pagano. Sapevano che lunghe spiegazioni sarebbero state inutili. Semplicemente si affidano a Dio.
E, come Giobbe in Giobbe 13:15, dissero: “Anche se Egli mi uccidesse, io confiderò in Lui”. Sapevano che ciò che sarebbe accaduto ai loro corpi non era la questione decisiva; la loro anima doveva essere saldamente ancorata alla verità di Dio. Questo è per noi, gente: una vita senza compromessi che non si prostra davanti a nessun idolo, qualunque sia il prezzo; l’idolo della popolarità, l’idolo della comodità, l’idolo della fama, l’idolo della rispettabilità agli occhi del mondo — nessuno di questi idoli può farci piegare. Colui che rimane saldo in questo modo, non scende a compromessi.
Dio è altrettanto buono quando non guarisce quanto lo è quando guarisce. Dio è altrettanto amorevole quando non ci dà tutto ciò di cui pensiamo di aver bisogno quanto lo è quando ce lo dà. Dio è altrettanto misericordioso quando dice “no” quanto lo è quando dice “sì”. Dio è Dio, e Dio deve essere adorato senza compromessi; quello che Egli fa sono affari Suoi. Potremmo riassumerlo dicendo che, quando si tratta di Dio, morire va bene quanto vivere. Giusto?
Paolo lo disse: “Per me il vivere è Cristo e il morire è —” che cosa? “— guadagno”. La morte non mise mai paura nel suo cuore. La morte non lo costrinse mai a scendere a compromessi. Un giorno posò la testa su un ceppo, la lama di un’ascia scintillò al sole e gliela separò dal corpo, e lui non esitò mai né scese a compromessi.
Ascoltate, il Signore ci chiama proprio a questo. In Esodo 32:26 fu posta la domanda: “Chi è dalla parte del Signore?”. In Matteo 10: “Chiunque Mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’Io lo riconoscerò davanti al Padre Mio che è nei cieli”. In Marco 8:38: “Chiunque si vergognerà di Me e delle Mie parole in questa generazione adultera, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo”.
In altre parole, c’è una chiamata a un impegno senza compromessi: confessare la realtà di Dio e rimanere fedeli. E il mondo viene continuamente da noi per chiamarci ai suoi idoli. Vogliamo essere popolari. Vogliamo essere famosi. Vogliamo essere apprezzati. Vogliamo guadagnare denaro. Vogliamo ottenere una promozione. Vogliamo prendere buoni voti. Vogliamo conquistarci qualcuno. E così scendiamo a compromessi, ci rendiamo inutili e screditiamo la nostra testimonianza.
Naaman, in 2 Re 5, fu purificato dalla lebbra e si presentò davanti a Eliseo. Ecco ciò che disse: “Nel mio cuore non ci sarà altro dio che Geova”. Questo va bene. Naaman dice: “Da questo momento in poi, nel mio cuore non ci sarà altro dio che Geova. Ma in questa cosa ti prego di perdonarmi —” dice a Eliseo “— quando il re entrerà nella casa di Rimmon per adorare là, e si appoggerà alla mia mano, e io dovrò inchinarmi davanti al dio Rimmon: in questo il tuo servo sia perdonato”. Naaman era così preoccupato di non scendere a compromessi che disse: “Guarda, nel mio cuore non c’è nessuno tranne Geova. Ma quando il re ha bisogno di appoggiarsi a me per chinarsi, per favore perdonami, perché non è un atto di adorazione rivolto a quel dio”. E Eliseo lo lasciò andare in pace.
La nostra fede è così reale che non esiste alcun prezzo capace di farci prostrare? Martin Lutero, solo, mentre si recava ad affrontare l’inevitabile momento della scomunica in ciò che è conosciuto come “la Dieta di Worms [The Diet of Worms]”, per comparire davanti al re Carlo V, al prelato romano e a tutti i principi riuniti, disse questo — ed è una grande affermazione. Martin Lutero: “Affiderò la mia causa al Signore, perché vive e regna Colui che preservò i tre giovani nella fornace del re babilonese. Se Egli non vorrà preservarmi, la mia vita è poca cosa in confronto a Cristo. Aspettatevi da me qualsiasi cosa tranne la fuga o la ritrattazione. Non fuggirò, tanto meno ritratterò; possa dunque il Signore Gesù fortificarmi”.
Prese esempio da quei tre Ebrei. Non disse: “Liberami”. Disse: “Se Dio vuole prendere la mia vita, è poca cosa”. Così, insieme a questi grandi uomini di Dio e ad altri, rimaniamo saldi di fronte alla pressione del mondo che ci invita a prostrarci ai suoi idoli, senza esitare e senza vacillare. E qualcuno ha scritto: “L’idolo più caro che abbia mai conosciuto, qualunque esso sia, aiutami a strapparlo dal suo trono e ad adorare soltanto Te”. Non c’è da meravigliarsi che in 1 Giovanni 5:21 Giovanni chiuda la sua meravigliosa epistola con le parole: “Guardatevi dagli idoli”.
Dunque vediamo la cerimonia, il comando, la cospirazione, la coercizione e il coraggio. E ora le conseguenze; le vedremo molto rapidamente, al versetto 19. Bene, dopo quella piccola faccenda, “Nabucodonosor fu pieno di furore”. Al versetto 13 si dice che era in preda a “ira e furore”. Ora ne è pieno. “E l’aspetto del suo volto cambiò”. Sapete che cosa significa? Significa che contrasse il volto. Era così furioso che cominciò ad arricciare la faccia e a fare smorfie contro di loro. È un uomo adulto. Stupido. È talmente frustrato nel suo tentativo egomaniacale di farsi adorare da tutti che è letteralmente fuori di sé e comincia a fare smorfie contro di loro. “E parlò —” e ora fa una cosa stupida “— ordinò che la fornace fosse riscaldata sette volte più del solito”.
Ora voi dite: “Accidenti, vuole proprio che quella cosa bruci sul serio”. Sì, ma è stupido. Se voleste davvero torturare qualcuno, abbassereste il calore e prolunghereste la sofferenza. Riscaldarla sette volte di più significa soltanto rendere il trauma più breve. Non sa nemmeno quello che sta facendo. Ha perso il controllo di sé. Eccoci qui, in una corte piena di adulatori senza spina dorsale e di uomini che cercano di compiacere gli altri, e vediamo questi tre giovani che sconcertano, confondono e trasformano Nabucodonosor in una specie di idiota. E così egli dice: “Riscaldatela sette volte più di quanto dovrebbe esserlo”.
Versetto 20: “Comandò agli uomini più forti che erano nel suo esercito di legare Sadrac, Mesac e Abed-Nego e di gettarli nella fornace di fuoco ardente”. Per quanto possiamo ricostruire la scena, probabilmente si trattava di una fossa nel terreno con una specie di apertura in basso; in alto c’era un’apertura scoperta, e loro venivano gettati dentro da quell’apertura, mentre il fuoco veniva alimentato dal basso.
E Nabucodonosor poteva avere una specie di balcone dal quale guardare giù attraverso quell’apertura superiore e vedere ciò che accadeva. Così il fuoco diventa sempre più caldo, sempre più caldo, e lui chiama gli uomini più forti — cioè i migliori soldati, probabilmente la sua stessa guardia personale — perché li leghino e poi li gettino nella fornace di fuoco ardente.
“E allora questi uomini furono legati con i loro mantelli, le loro calze, i loro turbanti e le loro altre vesti, e furono gettati in mezzo alla fornace di fuoco ardente”. Ora, ciò che è interessante è che i mantelli, le vesti, i turbanti e le calze indicano che erano vestiti di tutto punto. Voglio dire, erano tutti vestiti festivicamente— festi— erano tutti vestiti con abiti eleganti. A volte riesce, a volte no, giusto? Sto cercando di ricavare un avverbio da qualcosa che non è un avverbio. Ma comunque, erano vestiti elegantemente per la grande occasione. Ed erano tutti così vestiti; il re era talmente furioso che non si preoccupò nemmeno di farli cambiare.
Erano tutti vestiti elegantemente e credo che qui ci sia una sorta di indicazione dello Spirito Santo: erano davvero venuti per fare ciò che era giusto, come uomini che avevano risposto alla convocazione del re. Non erano ribelli. Erano vestiti in modo appropriato per un’occasione così importante. Semplicemente non potevano arrivare fino al punto di disubbidire al loro Dio. E così furono legati in gran fretta. Non fecero nemmeno in tempo a cambiarsi d’abito. Li legarono così com’erano e li gettarono in mezzo alla fornace ardente. Come ho detto, probabilmente attraverso un’apertura dall’alto.
Ora, immediatamente capirono che Dio non li avrebbe salvati dal fuoco. Questo diventò assolutamente evidente mentre stavano per essere gettati dentro. Piano B: se non potete essere salvati dal fuoco, sperate di essere salvati nel fuoco. Ed è proprio ciò che accadde. Dunque sapevano che non avrebbero potuto evitare quell’esperienza, ma confidavano che Dio li sostenesse mentre attraversavano quella prova, per la Sua gloria. Forse ricordavano le parole confortanti di Isaia 43:2: “Quando camminerai attraverso il fuoco, non sarai bruciato e la fiamma non ti consumerà”. Sarebbe stato un conforto per loro, non è vero?
Ebbene, ai soldati non andò altrettanto bene. Versetto 22: “Poiché il comando del re era urgente —” era completamente fuori controllo “— e la fornace era eccessivamente calda, la fiamma del fuoco uccise quegli uomini che avevano sollevato Sadrac, Mesac e Abed-Nego”. I soldati che li gettarono dentro morirono tutti bruciati. Eccoli lì, fuori dalla fornace, morti bruciati, mentre gli altri erano dentro e se la passavano benissimo. Morirono nel fuoco.
Versetto 23: “E questi tre uomini, Sadrac, Mesac e Abed-Nego, caddero —” ed è per questo che crediamo ci fosse un’apertura in alto e che fossero stati gettati giù “— legati in mezzo alla fornace di fuoco ardente”. Ora, se non conosceste già tutta questa storia, potrei semplicemente dire: “Tornate la settimana prossima e scoprirete che cosa accadde”. Ma andiamo avanti.
Passiamo dalle conseguenze al compagno, al versetto 24. “Allora il re Nabucodonosor rimase stupefatto, si alzò in fretta e parlò, dicendo ai suoi consiglieri: Non abbiamo forse gettato tre uomini legati in mezzo al fuoco? Essi risposero e dissero al re: Certamente, o re. Egli rispose e disse: Ecco, io vedo quattro uomini —” non legati, ma “— sciolti, che camminano in mezzo al fuoco e non hanno riportato alcun danno; e l’aspetto del quarto è simile a un figlio degli dèi”.
Se pensate che Nabucodonosor fosse scosso quando tutto questo ebbe inizio, ora è davvero sconvolto. È seduto a una distanza di sicurezza e può guardare attraverso quell’apertura ciò che sta accadendo. Guarda dentro, e diverse cose lo lasciano stupefatto. Prima di tutto ne vede quattro, non tre. Poi vede che non sono legati, ma liberi. Non sono distesi a terra, stanno camminando. Non stanno bruciando né arrostendo, sono completamente illesi. Il quarto ha l’aspetto di un figlio degli dèi e loro non stanno cercando l’uscita; aspettano semplicemente con calma e si godono la compagnia reciproca.
Che dire dell’espressione “un figlio degli dèi”? Chi è? Nabucodonosor era un pagano. Non avrebbe riconosciuto il Figlio di Dio neppure se Lo avesse visto. Non avrebbe compreso una cristofania preincarnata, cioè un’apparizione di Cristo come quella che troviamo in Genesi 18. Credo che ciò che Nabucodonosor avesse in mente con quella frase fosse semplicemente un essere angelico, perché più avanti, al versetto 28 dello stesso capitolo, usa la parola “angelo”. Mi sembra che Nabucodonosor abbia riconosciuto un essere spirituale soprannaturale che avrebbe identificato con un angelo.
Ora, alcuni vorrebbero credere che fosse Cristo, e può benissimo darsi. Altri credono che fosse un angelo e, francamente, gente, non c’è alcun modo per esserne certi. Sappiamo che Cristo apparve in determinati momenti nell’Antico Testamento, ma che si trattasse di Cristo in un’apparizione speciale prima della Sua incarnazione sulla terra, oppure di un angelo, non è davvero questo il punto. Il punto, credo, è che Dio mandò quell’angelo dentro la fornace ardente per spiegare a quei tre uomini ciò che stava accadendo; e mentre camminavano in mezzo al fuoco, egli diceva loro: “Sono stato mandato da Dio per preservarvi in mezzo a questo fuoco. Non sarete bruciati. Godiamoci semplicemente questa comunione fino alla prossima scena del dramma”.
Credo che sapessero di non stare bruciando e che Dio avesse mandato il Suo angelo per prendersi cura di loro. Quando la Bibbia dice che il Signore afferma in Ebrei 13:5: “Io non ti lascerò e non ti abbandonerò mai”, credo che Dio intenda proprio questo. E credo che Dio mandi i Suoi angeli a prendersi cura di noi nel mezzo di circostanze terribili.
Anni prima, Elia era stato onorato in modo simile, quando Dio aveva mandato personalmente i Suoi angeli a portargli del cibo in un momento in cui era profondamente scoraggiato. Potete leggerlo in 1 Re 19. Che cosa meravigliosa sapere che non attraversiamo nessuna esperienza senza la presenza e la compagnia di Dio; e più caldo è il fuoco, più dolce è la comunione.
Sapete, posso dirvi, gente, per esperienza personale, che ogni volta che mi trovo in una situazione nella quale decido di prendere posizione su qualcosa e quella è la cosa impopolare da fare, e cominciano ad arrivare le critiche, si avverte questo straordinario senso della compagnia divina. È ciò di cui parlava Pietro quando diceva che, quando attraversiamo la persecuzione, lo Spirito di grazia e di gloria riposa su di noi. Ho provato questo senso travolgente della presenza di Dio che fortifica. Ed eccoli lì, nella fornace ardente, con quella compagnia divina.
Dunque, la cerimonia, il comando, la cospirazione, la coercizione, il coraggio, la conseguenza, la compagnia e, infine, che ci crediate o no, l’encomio, l’encomio. E questo è molto semplice da vedere, al versetto 26. “Allora Nabucodonosor si avvicinò alla bocca della fornace di fuoco ardente, parlò e disse: Sadrac, Mesac, Abed-Nego, servi del Dio Altissimo”. Come faceva a saperlo? Beh, era evidente che aveva incontrato qualcuno più forte di lui. “Uscite, venite qui”. Mi piace moltissimo. “Allora Sadrac, Mesac e Abed-Nego uscirono dal mezzo del fuoco”. Dovete immaginare Nabucodonosor che per tutto il tempo si strofina gli occhi.
Ed eccoci di nuovo. “E i satrapi, i governatori, i capitani e i consiglieri del re, radunatisi insieme, videro quegli uomini sui cui corpi il fuoco non aveva avuto alcun potere; neppure un capello del loro capo era stato bruciacchiato, i loro mantelli non erano cambiati e su di loro non era rimasto neppure l’odore del fuoco”.
Ora, fecero un’ispezione. Quando ero all’università, una volta avevo bisogno di comprare una giacca sportiva e non avevo soldi. Mia madre mi mandava sempre biscotti, non denaro. Così avevo bisogno di una giacca, e nella città dove si trovava la nostra università un negozio bruciò; allora decisi di approfittare della svendita dopo l’incendio. Non dimenticherò mai quella giacca. Ancora oggi ricordo l’odore di quella giacca. La indossai per circa tre anni all’università e non smise mai di puzzare. In effetti, quando le persone mi si avvicinavano, cominciavano automaticamente ad annusare. Se siete mai passati attraverso un incendio, sapete che l’odore del fumo che entra nei vestiti semplicemente non se ne va più.
E così fecero loro, sapete, un’ispezione completa, e non c’era un solo capello bruciacchiato; le loro vesti non erano minimamente alterate dal fuoco e non c’era su di loro neppure l’odore del fuoco.
“Allora Nabucodonosor parlò e disse —” ora osservate “— Benedetto sia il Dio di Sadrac, Mesac e Abed-Nego”. Voi dite: “Ah, la conversione di Nabucodonosor”. Sbagliato. Al versetto 26 dice: “il Dio Altissimo”. Non sta abbandonando il suo politeismo; sta soltanto mettendo questo Dio in cima alla pila, tutto qui. Non sta dicendo: “L’unico vero Dio”. Sta semplicemente dicendo: “Tu devi essere quello supremo”, tutto qui. Continua a mantenere il suo politeismo tradizionale, molti dèi.
E qui, quando dice: “Benedetto sia il Dio di Sadrac, Mesac e Abed-Nego”, sta semplicemente riconoscendo ciò che i teologi chiamano “enoteismo”. È la convinzione secondo la quale determinati popoli e determinate nazioni hanno i propri dèi. E in modo enoteistico, nel suo politeismo c’è spazio per il Dio di Sadrac, Mesac e Abed-Nego, e a questo punto è disposto a dire che questo è il Dio Altissimo fra tutti gli dèi. È ben lontano dal dire che Egli è l’unico Dio, non è vero?
“Benedetto sia il Dio di Sadrac, Mesac e Abed-Nego, che ha mandato il Suo angelo e ha liberato i Suoi servi che hanno confidato in Lui, e ha reso vana la parola del re; essi hanno offerto i loro corpi perché non volevano servire né adorare alcun altro dio se non il loro Dio”. Egli dice: “Non posso fare altro che benedire il Dio di queste persone che non hanno accettato compromessi e non hanno voluto adorare nessun altro dio”.
E mi piace moltissimo questa affermazione, al versetto 28: “Essi hanno offerto i loro —” che cosa? “— i loro corpi”. A quale versetto vi fa pensare? Romani 12:1: “Presentate i vostri corpi come —” che cosa? “— sacrificio vivente. E non conformatevi a questo mondo”. È esattamente ciò che fecero. Volete un’illustrazione di Romani 12:1-2? Eccola. Offrirono i loro corpi. Ed egli dice: “Benedetto sia il Dio che riesce a ottenere una fedeltà simile dal Suo popolo”.
Ascoltate, possiamo mettere il mondo sottosopra. Possiamo mandare letteralmente in confusione il mondo pagano vivendo una vita senza compromessi, al punto che perfino nella loro incredulità saranno costretti a dire che il nostro è il Dio Altissimo. Perfino nella loro incredulità dovranno dire: “Benedetto sia il Dio di quella gente. Qualunque Dio riesca a suscitare una fedeltà del genere deve essere davvero un Dio straordinario”.
E poi l’encomio, al versetto 29: “Perciò io emano un decreto: chiunque, di qualunque popolo, nazione o lingua, dirà qualcosa di offensivo contro il Dio di Sadrac, Mesac e Abed-Nego, sarà fatto a pezzi e la sua casa sarà ridotta a un mucchio di rifiuti —” e questa era l’estrema profanazione: prendere la casa di una persona e farne un mucchio di letame, una sorta di latrina “— perché non c’è nessun altro dio che possa liberare in questo modo. Poi il re promosse Sadrac, Mesac e Abed-Nego nella provincia di Babilonia”. E quando governate già e venite promossi, quella sì che è una promozione.
Se pensate che i Caldei fossero scontenti all’inizio del capitolo 3, potete immaginare come si sentissero alla fine del capitolo 3. Egli dice: “Chiunque dirà una parola contro il loro Dio sarà fatto a pezzi e la sua casa sarà ridotta a un mucchio di rifiuti”. Nabucodonosor non è stupido. Ha deciso che sarà gentile con questo Dio, perché se c’è una cosa che desidera è avere questo Dio dalla sua parte.
A uno degli allenatori della National Football League fu chiesto perché avesse sempre un ministro cristiano a bordo campo. Gli dissero: “Crede in Dio?”. Rispose: “Beh, non ne sono proprio sicuro, ma nel caso ce ne sia Uno, Lo voglio dalla mia parte”. Questo è Nabucodonosor. Lo voleva dalla sua parte.
Ora lasciate che concluda rapidamente. Probabilmente né voi né io affronteremo mai una fornace ardente, giusto? Probabilmente mai. Ma affronterete prove di fuoco, credetemi, e anch’io. E verranno da diverse fonti. Prima di tutto, Satana ci affligge. Afflisse Gesù e Lo tentò. “Va attorno —” dice Pietro “— come un leone ruggente, cercando chi possa divorare”. È l’accusatore dei fratelli. Vuole seminare pensieri malvagi. Lo stesso Paolo disse di aver ricevuto un messaggero di Satana mandato a schiaffeggiarlo. Satana ci affliggerà facendo leva sulla carne.
In secondo luogo, il mondo ci tormenterà. Il mondo cercherà di attirarci. Il mondo cercherà di perseguitarci. Il mondo cercherà di costringerci al compromesso. E, che ci crediate o no, perfino Dio porterà delle prove nella nostra vita per mettere alla prova la nostra fede, giusto? In Ebrei capitolo 12 si parla di come Dio ci affligga attraverso la disciplina.
Dunque avremo le prove: alcune da Satana, alcune dal mondo e alcune che Dio permette; ma in tutto questo il risultato finale è che possiamo essere purificati e rimanere coraggiosi e senza compromessi. L’autore dell’inno dice: “Quando il tuo cammino passerà attraverso prove di fuoco, la Mia grazia pienamente sufficiente sarà il tuo sostegno; la fiamma non ti farà alcun male: il Mio unico scopo è consumare le tue scorie e raffinare il tuo oro”. Vedete? Preghiamo.
Padre, ricordo che, nel Medioevo, quando un guerriero andava in battaglia, la prima cosa che doveva fare era inginocchiarsi e piegare la spada sul ginocchio per vedere se si sarebbe spezzata. Aveva bisogno di sapere che avrebbe resistito nel vivo della battaglia. E, Signore, per molti versi noi siamo le Tue spade, e ci sono momenti in cui Tu ci pieghi sul Tuo ginocchio per vedere se ci spezzeremo. E se non ci spezziamo, allora Tu ci usi per ottenere grandi vittorie.
Fa’ che confidiamo nella Tua grande potenza liberatrice. Fa’ che le tensioni, le prove e le difficoltà che incontriamo ci raffinino come l’oro. E fa’ che non scendiamo a compromessi, rinunciando alla benedizione che riceviamo quando rimaniamo fedeli. E fa’ che sappiamo che, in mezzo a tutto questo, al nostro fianco ci sarà uno simile a un figlio degli dèi, un compagno divino, per fortificarci nel mezzo della battaglia.
Fa’ di noi un popolo senza compromessi, affinché, come questi giovani, possiamo rimanere saldi e il mondo possa dire: “Benedetto sia il Dio di questa persona, che ha saputo suscitare in lei una dedizione così totale”. Possa questa essere la nostra testimonianza, per amore di Cristo. Amen.
FINE
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