Prendete la vostra Bibbia con me, e come sempre qui a Grace Church, guardiamo insieme alla Parola di Dio. E stasera ci concentreremo sul nono capitolo di Daniele. Daniele capitolo 9. Questo è il contesto per il messaggio di questa sera, così come lo è stato per il messaggio della scorsa domenica sera. E di fatto non si tratta tanto di predicare quanto di lasciare che questo capitolo “predichi” a noi. Infatti, tutto il libro di Daniele ci si presenta in questo modo in molti punti. Non sono qui tanto per esortarvi o proclamare, quanto per condividere con voi ciò che fluisce da questo testo meraviglioso.
Se tornassimo indietro al capitolo 6, un capitolo familiare del libro di Daniele dove troviamo Daniele nella fossa dei leoni, e se guardassimo a quello che lo ha portato lì, ci troveremmo nei versetti 10 ed 11. E lì leggeremmo questo: “Quando Daniele seppe che il decreto era stato firmato, andò a casa sua, dove aveva le finestre aperte nella sua stanza verso Gerusalemme; si inginocchiava tre volte al giorno, pregava e rendeva grazie al suo Dio, come era solito fare”, poi questi uomini si radunarono e trovarono Daniele che pregava e supplicava il suo Dio”. Troviamo dunque nel capitolo 6 un altro degli elementi della grande forza spirituale di Daniele: Daniele era dedito alla preghiera.
Sono sicuro che avete sentito molti messaggi sulla preghiera, probabilmente più di quanti avreste voluto. Forse vi state chiedendo se non abbiate già compreso tutto così bene che il resto è superfluo. Eppure, sembra che non importa quanti messaggi ascoltiamo o predichiamo, c’è sempre un elemento di convinzione in ciascuno di essi, perché non ci sentiamo mai come se pregassimo come dovremmo veramente.
Studiando il libro di Daniele, capitolo dopo capitolo, vediamo emergere in modo molto discreto le caratteristiche straordinarie del carattere di Daniele. Ed una di queste è sicuramente la preghiera. Daniele sapeva che pregare significava vivere alla presenza di Dio e che nulla poteva cambiare la cosa: né la minaccia di morte, né la perdita di reputazione o di posizione, nulla. La preghiera era un legame vitale con Dio. Era un po’ come Giacobbe, no? Quando Giacobbe lottò con il Signore, come dice Genesi 32, non lo lasciò andare finché Dio non lo benedisse. Restò aggrappato fino a ricevere la benedizione di Dio, ebbene, Daniele era così.
Daniele prevaleva nella preghiera contro l’editto del re. Prevaleva nella preghiera nel capitolo 9, in mezzo a quella che era una situazione di crisi per il suo amato popolo e la sua nazione. E qui vediamo nel capitolo 9, nei primi 19 versetti, la preghiera di Daniele. Ed è l’unica preghiera di sostanza che abbiamo da parte di Daniele, ed è una preghiera magistrale. Dal versetto 20 al 27 vediamo anche la risposta. E la risposta è talmente monumentale che ci vorranno settimane di studio solo per comprenderla, e riserveremo questo studio per un momento futuro, però per ora, voglio che ci concentrassimo sulla sua preghiera, perché desidero che vediamo la meraviglia di questa preghiera di intercessione straordinaria.
Qui vediamo Daniele, l’uomo di Dio, che invoca il Dio che ama ed in cui confida. E come abbiamo detto la volta scorsa, questa preghiera, in modo semplice e senza pretese, diventa per noi un modello di preghiera, non è che Daniele la offre intenzionalmente come modello, non è che ha l’obbiettivo d’insegnare in sè e per sè, ma il suo stesso esempio diventa una guida per la nostra preghiera. E Daniele stava vivendo una vita che stava, letteralmente scorrendo nel solco della preghiera, costantemente. D.L. Moody disse: “Coloro che hanno lasciato l’impronta più profonda su questa terra maledetta dal peccato sono stati uomini e donne di preghiera”, fine citazione. Robert Murray McShane, quel grande uomo di preghiera, disse: “Gran parte del mio tempo è dedicato a sintonizzare il mio cuore per la preghiera, perché la preghiera è il legame che connette la terra al cielo”, il Dr. Guthrie, un santo di Dio vissuto un secolo fa, disse: “Il primo segno di vera vita spirituale è la preghiera. Ed è anche il mezzo per mantenere la vita spirituale. L’uomo può vivere fisicamente senza respirare tanto quanto spiritualmente senza pregare”. Ora, se quello che D.L. Moody disse è vero: che le persone che hanno avuto il maggiore impatto sulla terra sono state persone di preghiera, allora ci aspetteremmo che Daniele fosse un uomo di preghiera. E se pregare è naturale quanto respirare, ci aspetteremmo di nuovo che anche la vita di Daniele fosse una vita che scorresse nella preghiera. Ed è proprio così.
Ed osservando di nuovo al nono capitolo, vedremo di nuovo il modello della preghiera di Daniele, che diventa una guida per la nostra preghiera d’intercessione. Ora vi ricordo che l’ultima volta abbiamo notato il contesto. Guardate ancora il versetto 1, voglio solamente rinfrescarvi la memoria: “Nell’anno primo di Dario, figlio di Assuero, della stirpe dei Medi, che fu fatto re del regno dei Caldei, il primo anno del suo regno, io, Daniele, meditando sui libri, vidi che il numero degli anni di cui il Signore aveva parlato al profeta Geremia e durante i quali Gerusalemme doveva essere in rovina, era di settant’anni”. È il primo anno dell’Impero medo–persiano. Babilonia è caduta. Il banchetto di Baldassarre è già avvenuto. I Medi ed i Persiani avevano preso il sopravvento. Ciro è ora il grande monarca del mondo e forse Dario non è altro che un titolo onorifico che si riferisce a Ciro. Però era il tempo dei Medo-Persiani e Dario, o Ciro, era sul trono. E non era solo il re della Persia, ma gli era anche stato conferito lo status di discendente dei Medi, affinché fosse approvato da entrambi i popoli che si unirono in quell’impero e non ha solo inglobato i Persiani ed i Medi, ma anche il regno dei Caldei, ovvero i Babilonesi, e quindi creò un impero mondiale, più grande e più potente di Babilonia. Ed è nel suo primo anno che Daniele si trovò a leggere i libri, e come ho accennato l’ultima volta, non ho dubbi che il popolo di Giuda, che era in esilio, sia riuscito a portare con sé alcuni degli scritti dell’Antico Testamento. Ovviamente avevano il libro di Geremia, che fu scritto, distrutto e riscritto come ci viene detto dallo stesso Geremia.
Ma tra i libri che avevano con loro che probabilmente leggevano in esilio, c’erano le parole di Geremia, e mentre Daniele leggeva nel versetto 2 dal libro di Geremia, si imbatté nella profezia secondo la quale la desolazione di Gerusalemme sarebbe durata solamente 70 anni. E la cosa lo colpì profondamente, perché sapeva di essere in cattività già da quasi 70 anni. La stima più accurata potrebbe essere che fosse lì da almeno 67 anni. Era un uomo di oltre 80 anni e sapeva che, quando Dio fa una profezia, questa si compie. E sapeva che Geremia aveva detto che sarebbero stati 70 anni, e lo lesse in Geremia, e sapeva che nel suo caso erano già passati almeno 67 anni, e quindi sapeva che il tempo era imminente.
Potreste pensare che a quel punto, come abbiamo detto l’ultima volta, Daniele non avesse nulla per cui pregare; avrebbe potuto semplicemente affidarsi alla sovranità di Dio e dire: “Va bene, Dio, se saranno 70 anni, fallo e basta”. Ma Daniele sapeva che, in qualche modo, nel piano sovrano di Dio c’era la scelta umana. È come per la salvezza: la Bibbia dice che Dio ci ha scelti in Lui prima della fondazione del mondo. La Bibbia ci dice che siamo gli eletti secondo la sua prescienza e predestinati alla redenzione. La Bibbia ci dice che Dio conosce coloro che sono suoi. La Bibbia ci dice che Dio ha detto: “Ho un grande popolo in quella città che voglio che tu raggiunga”, confermando che sapeva chi fossero.
In altre parole, Dio ci ha scelti, eppure la nostra salvezza dipende anche dal fatto che dobbiamo fare una scelta, vero? Daniele sapeva che la sovranità di Dio si sarebbe compiuta, ma non senza una risposta da parte dell’uomo. E così, consapevole della sovranità di Dio, sapendo che ci deve essere un’accettazione umana, una disposizione del cuore affinché Dio possa porre fine al castigo, e quindi inizia a pregare. Non diversamente dall’apostolo Giovanni nel libro dell’Apocalisse, che, ascoltando la parola di Dio, “Ecco, vengo presto”, rispose: “Amen! Vieni, Signore Gesù”. Allinea la sua preghiera a ciò che sa che Dio avrebbe fatto. E potremmo dire che questo è il carattere di ogni singolo “amen” nella Bibbia, perché “amen” significa “così sia”, e quando diciamo a Dio, “realizzalo, sia così,” stiamo semplicemente affermando che la volontà di Dio si sarebbe compiutA, realizzando che l’uomo deve allineare il proprio cuore a Dio per conoscere la pienezza di quel compiuto proposito.
La preghiera è dunque necessaria, anche se Dio è sovrano ed assoluto e compirà la sua volontà. E a proposito, ci sono stati momenti in cui Dio ha prolungato le cose e altri in cui le ha accorciate. E così, in relazione alla sua sovranità, non possiamo limitarlo, egli può sempre accorciare le cose, e può allungarle. E così, Daniele si mette a pregare sapendo che, in qualche modo, la rettitudine del cuore umano deve allinearsi all’atto sovrano di Dio. E così Daniele prega. E mentre prega, emergono otto elementi della vera preghiera d’intercessione, che fluiscono da questa preghiera straordinaria. E come ho detto, questi non sono esplicitamente insegnati, ma implicitamente presenti. Non sono il proposito della preghiera, eppure diventano per noi un buon proposito perché ci aiutano a vedere cos’è incluso in una preghiera corretta di intercessione.
Ora, sinceramente, amici miei, abbiamo due problemi fondamentali quando si tratta della pregara: in primo luogo, non lo facciamo abbastanza, vero? E quindi la Bibbia ci esorta ripetutamente dicendo: “Perseverate nella preghiera,” “Pregate senza cessare”. Il secondo problema è che non sappiamo che cosa chiedere, ed è per per questo che Romani 8 dice che, anche se non sappiamo come pregare a causa della debolezza della nostra carne, lo Spirito intercede per noi. In altre parole, abbiamo due problemi: non preghiamo abbastanza e non sappiamo per cosa pregare, e quindi, nell’esaminare questo modello di preghiera, troviamo qualcosa della visione fervente di un uomo e del carattere della sua intercessione.
Ora, lasciatemi ripassare brevemente i tre punti di questi otto che abbiamo visto la scorsa settimana, perché voglio coprire gli altri cinque. La vera preghiera d’intercessione è generata dalla Parola di Dio. Ci rivolgiamo a Dio principalmente in risposta alla sua Parola che agisce sui nostri cuori. E vi ho condiviso che, dalla mia esperienza personale, so che i momenti di preghiera più fedeli sono quelli in cui ricevo la Parola di Dio. Infatti, settimana dopo settimana, mentre mi trovo seduto a studiare la Parola di Dio, trovo impossibile che quella sia una comunione a senso unico. Non riesco a sentire Dio parlare senza rispondergli in preghiera. Diventa una conversazione.
La preghiera di Daniele era così. Il versetto 2 dice: “Io, Daniele, compresi dai libri...” E poi, nel versetto 3: “ed io volsi la mia faccia verso il Signore Dio per cercarlo in preghiera”. La preghiera nacque dalla comprensione della Parola di Dio, ora se studiate la Bibbia, scoprite che ripetutamente essa dice: “Vegliate in preghiera”, “Vegliate in preghiera”, Gesù lo dice ripetutamente, Pietro lo disse: “Vegliate in preghiera”. E quello di cui parlano è fondamentalmente, “guardate a quello che sta accadendo, cercate di percepire cosa sta veramente succedendo... tenete gli occhi aperti! Siate specifici sul cosa pregare”.
Ora ascoltatemi: l’unico modo per vegliare e sapere per cosa pregare è conoscere cosa dice la Parola di Dio su ciò che state vedendo, capite? Dobbiamo percepire il mondo ed i suoi eventi, la chiesa ed i suoi eventi, il popolo d’Israele ed i suoi eventi. Dobbiamo essere in grado di vedere cosa sta succedendo alla luce della Parola di Dio, altrimenti non potremmo comprendere i propositi di Dio nella storia e non potremmo pregare con intelligenza. E quindi non solo osserviamo la scena che ci circonda ma anche la Parola di Dio per determinare come pregare accuratamente e correttamente.
Nel capitolo 1 di Neemia, Neemia dice nel versetto 11: “O Signore, ti supplico, sia ora attento il tuo orecchio alla preghiera del tuo servo ed alla preghiera dei tuoi servi che si dilettano nel temere il tuo nome. E fà prosperare, ti prego, il tuo servo quest’oggi e concedigli misericordia davanti a quest’uomo, poiché io ero il coppiere del re”. Di cosa stava pregando? Di cosa stava pregando? Aveva saputo che la città di Gerusalemme era in rovina, e quindi? Perché quello lo spinse a pregare? Perché sapeva che Gerusalemme era la città amata da Dio, e tutto ciò che vedeva era filtrato attraverso la conoscenza della Parola di Dio, che lo portò in ginocchio. Non potremo mai comprendere cosa sta accadendo se non lo comprendiamo nel contesto della Parola di Dio. E nel mentre vediamo la Parola di Dio, come fece Daniele, che vide la realtà che lo circondava, il tempod ella cattività del castigo, il periodo in cui Giuda si trovava in Babilonia ed era sotto il dominio medo–persiano, un’epoca di sottomissione al paganesimo. Daniele poteva solamente comprendere ciò che stava accadendo e dove stava andando il tutto quando la Parola di Dio gli si aprì dinnanzi e vide che si trattava di 70 anni d’esilio e quello lo portò alla preghiera. Quindi, meglio comprendiamo la Parola di Dio, meglio saremo in grado di comprendere la scena e le nostre preghiere si conformeranno a ciò che Dio ha in mente. La preghiera di intercessione, dunque, miei cari, è generata dalla Parola di Dio.
Le persone del “Libro” sono persone di preghiera. Senza la Parola di Dio, le nostre preghiere rischiano di cadere in un linguaggio superficiale e privo di significato. In secondo luogo, la preghiera d’intercessione non solo è generata dalla Parola di Dio, ma è anche radicata nella volontà di Dio. E Daniele lo sa, e nel versetto 2 afferma: Geremia dice 70 anni, e io ti dico, Signore, nel versetto 3, è per questo che pregherò. E giù nel versetto 19 aggiunge: “Signore, ascolta, compi e non tardare”. In altre parole, “Dio, fai ciò che hai detto tramite Geremia, compi la tua volontà”. Come abbiamo visto la volta scorsa, questo è essenzialmente il cuore di tutta la preghiera. “Se chiediamo qualcosa, dice 1 Giovanni 5, secondo la sua volontà sappiamo che ci ascolta e che abbiamo le richieste che gli abbiamo rivolto”. La sua volontà, la sua volontà. La preghiera del discepolo dice: “Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia – cosa? – fatta la tua volontà”. La preghiera non è per cambiare la mente di Dio, perché Dio desidera già il meglio per noi, lo sapevate? Lo sapevate che Dio desidera il meglio per voi? Non vorreste mica cambiargli idea su quello, no?
La preghiera serve ad allinearci con la sua volontà, che è già la migliore. Dite: “E se non conosco la sua volontà?” È qui che entra in gioco Romani 8:26. Che promessa meravigliosa! Cosa dice? Be, ci sono tre versetti che dobbiamo capire perchè vanno mano nella mano, e dicono questo: “Similmente, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; poiché non sappiamo come pregare come si conviene”, mamma non è questa la verità? Conoscete la volontà di Dio in ogni situazione? Io no. Voglio dire, se studio la Parola di Dio, la conosco in alcuni casi. So che è volontà di Dio che le persone siano salvate. So che la sua volontà è che siamo consacrati allo Spirito di Dio, riempiti dallo Spirito, come dice Efesini 5:17 e 18. So che la volontà di Dio è che ci asteniamo da ogni immoralità sessuale, come dice 1 Tessalonicesi 4:3. So che la volontà di Dio è che siamo sottomessi alle autorità costituite da Lui. So che la volontà di Dio è che in ogni cosa rendiamo grazie, 1 Tessalonicesi 5. So che la volontà di Dio è che soffriamo per fare il bene, e non per fare il male. So molte cose che sono volontà di Dio. Ma non sempre la conosco. E quando non la conosco ne non so come pregare, “Lo Spirito intercede per me con sospiri inesprimibili”, questi non sono suoni estatici o grotteschi; è una comunione divina tra lo Spirito di Dio ed il Padre, ed il Padre che scruta i cuori conosce la mente dello Spirito perché intercede per i santi secondo la volontà di Dio. Quando non conosco la volontà di Dio, lo Spirito la conosce. E, a mio favore, le preghiere ascendono. Non è meraviglioso? Ed è per questo che sappiamo che tutte le cose cooperano al bene per che cosa? Per il bene... non è solo un qualcosa di causale senza senso... no, lo Spirito di Dio intercede per noi anche quando non conosciamo la sua volontà.
Nella mia vita, desidero una sola cosa nelle mie preghiere, una cosa ed una cosa solo, ovvero: che Dio compia la sua volontà. Perché mi ama, e la sua volontà è la migliore. Questo mette Dio al suo giusto posto. La preghiera è generata dalla Parola di Dio ed è radicata nella volontà di Dio. Terzo, è caratterizzata dal fervore, versetto 3, “Io volsi la mia faccia verso il Signore Dio,” e vi ho detto che l’idea di volgere la faccia è di risolutezza, d’impegno, d’intensità, “per cercarlo con preghiera e suppliche, con digiuno, sacco e cenere”, ora, il digiuno, il sacco e le ceneri accompagnavano la preghiera sincera e profonda. Ci sono molte cose che la Bibbia dice di fare in combinazione con il fervore. Se studiate la Bibbia, troverete i seguenti esempi: indossare sacco, sedere nella cenere e cospargerla sul capo, come in Giobbe capitolo 2. Radersi il capo, Giobbe 1; battersi il petto, Luca 18; piangere, 1 Samuele 1 e molti altri... Gettare polvere sul capo, strappare le vesti, digiunare, sospirare, gemere, gridare fortemente, sudare sangue, agonizzare, avere il cuore spezzato, versare il proprio cuore, strappare il proprio cuore, fare giuramenti, offrire sacrifici. Molte cose nella Bibbia indicano atti che accompagnano il fervore del cuore nella preghiera.
E quindi qui vediamo Daniele in una preghiera fervente, davvero fervente e ne è impegnato, gli ci riversa il cuore, come fece Anna, che nel riversare il proprio cuore non mangiò, perchè non c’era alcun appetito... O come Ester nel capitolo 4. Penso sia al versetto 16: “Radunate tutti i Giudei che si trovano a Susa e digiunate per me, non mangiate né bevete per tre giorni, né di giorno né di notte; anch’io e le mie ancelle digiuneremo allo stesso modo, e così entrerò dal re, anche se è contro la legge; e se morirò, morirò”, la preghiera fervente. La troviamo di nuovo nel capitolo 11 di Luca, in quella parabola meravigliosa raccontata dal nostro Signore, nei versetti dal 5 al 10, giusto per ricordarvela, velocemente: “E disse loro: Chi di voi, avendo un amico, andrà da lui a mezzanotte e gli dirà: ‘Amico, prestami tre pani, perché un mio amico è arrivato a casa mia da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti,’ e quegli da dentro gli risponderà: ‘Non mi disturbare, la porta è ormai chiusa e i miei figli sono con me a letto – così si tenevano caldi - non posso alzarmi a darteli’. Vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, tuttavia, per la sua importunità o insistenza, si alzerà e gli darà ciò di cui ha bisogno. Ed io vi dico: chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto”.
In altre parole, Dio risponde al fervore. Ricordate Giona, nel terzo capitolo, la preghiera fervente anche in quel momento. E così, Daniele prega con intensità. La preghiera non può essere una cosa passeggera; è un orientamento del cuore verso qualcosa. Brooks, anni fa, disse: “Così come un fuoco dipinto non è fuoco, un uomo morto non è un uomo, così una preghiera fredda non è una preghiera”, in un fuoco dipinto non c’è calore. In un uomo morto non c’è vita. In una preghiera fredda non c’è onnipotenza, né devozione, né benedizione. Le preghiere fredde sono come frecce senza punte, spade senza lame, uccelli senza ali. Non penetrano, non tagliano, non volano verso il cielo. Le preghiere fredde si congelano sempre prima di arrivare al cielo. “Oh, se i cristiani si rimproverassero per le loro preghiere fredde e si spronassero ad uno spirito più caldo e migliore quando supplicano il Signore”, e Jeremy Taylor aggiunse: “La debolezza del desiderio è un grande nemico al successo della preghiera di un buon uomo. Deve essere una preghiera intensa, zelante, operativa, perché pensate quanto sia indecente che un uomo parli a Dio per una cosa che non gli importa per niente. Le nostre preghiere svergognano i nostri spiriti quando chiediamo blandamente per cose per le quali dovremmo essere pronti a morire, cose più preziose dei scettri imperiali, più ricche delle spoglie del mare o dei tesori delle colline dell’India”, fine citazione.
E così, Daniele pregava ferventemente. Ora passiamo al quarto e poi all’ottavo segno della vera preghiera di intercessione: È generata dalla Parola di Dio; è radicata nella volontà di Dio; è caratterizzata dal fervore, e numero quattro, si realizza nella rinuncia a se stessi, è caratterizzata dall’abnegazione. Versetto 4: “E pregai il Signore, il mio Dio, e feci la mia confessione”, ora fermiamoci qui: il cuore di ogni vera preghiera, segnatevelo gente, il marchio di ogni vera preghiera è la consapevolezza iniziale che non meritiamo nemmeno di esser lì, capite? Voglio dire, non abbiamo nulla in noi stessi che ci renda degni di trovarci alla presenza di Dio, non abbiamo una singola cosa che ci dia il diritto di trovarci la! E quindi da dov’è che inizia tutto? Da quel fatto lì... “Ho confessato”, perchè Daniele? Perchè sapevo di non appartenere alla sua presenza, e soprattutto se avevo peccato... contrapponiamo questo alla preghiera del fariseo in Luca 18, che dice: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri... digiuno, pago le decime, e così via...” Ma Dio non ascoltò alla sua preghiera, non rispose, non gli diede conto perchè era autosufficiente, alla ricerca di sé, autocompiacente.
E così Daniele inizia con il riconoscimento che non merita di essere lì. Suppongo che Daniele, nel suo cuore, abbia passato in rassegna un sacco di cose. Son certo che abbia esaminato tutta la sua vita, e trovato ogni cosa che lo separava da Dio: la sua malvagità, la sordità alla voce divina, la disobbedienza a comandi chiari e semplici, il disprezzo della sovranità di Dio. Tutte queste cose portarono Daniele ad un punto di umiltà. E, miei cari, ve lo devo dire, l’umiltà è l’unico punto di vista dal quale può scaturire una vera preghiera, l’unico.
Quando Abraamo si trattenne davanti a Dio in Genesi capitolo 18, disse questo: “Ecco ora, ho preso su di me l’ardire di parlare al Signore, io che non son altro che polvere e cenere”, non mi merito di esser lì! Isaia vide Dio elevato e maestoso nel capitolo 6 e disse: “Guai a me, perché sono perduto”, e persino l’apostolo Paolo riconobbe la stessa verità su di sé: non aveva alcun diritto di stare alla presenza di Dio; era il “primo dei peccatori”. Giovanni vide la stessa cosa, e quando vide la bellezza del Cristo rivelato cadde in umiltà. E Daniele capisce tutto questo, Daniele comprende che non appartiene alla presenza di Dio. E quindi, prima di intercedere per qualcun altro, deve accertarsi di aver la giusta prospettiva. Se c’è impotenza nella tua vita di preghiera, forse è perché manca l’abnegazione... e l’abnegazione comprende questo – amici mieie – include il metter da parte la propria volontà per quella di Dio, giusto? E se siete lì cercando di persuadere Dio a fare ciò che desiderate per voi stessi, quella non è vera abnegazione.
Una preghiera che ho pregato spesso è simile a questa: “O Dio, so che spesso faccio il tuo lavoro senza la tua potenza. E pecco con il mio servizio morto, senza cuore, senza vista, mancando della luce interiore, dell’amore e del piacere. La mia mente, il mio cuore e la mia lingua si muovono senza il tuo aiuto. Vedo peccato nel mio cuore, cercando l’approvazione degli altri. Questa è la mia miseria, fare delle opinioni degli uomini la mia guida, mentre dovrei vedere il bene che ho fatto e darti gloria, considerare i peccati che ho commesso e piangere su di essi”.
È la mia ipocrisia predicare e pregare per suscitare gli affetti spirituali degli altri al fine di ottenere elogi, mentre la mia regola dovrebbe essere di considerarmi quotidianamente più vile di qualsiasi altro io conosca. Credo che nessuno possa davvero servire qualcun altro in preghiera, predicazione o quant altro finché non intraprendono la via della rinuncia di sè, perchè bisogna combattere comunque contro il proprio ego, tanto vale sbarazzarsene fin dall’inizio. E Daniele lo sapeva bene. E così, si confrontò con quella questione. Supplicò Dio per un ravvedimento più profondo, per un orrore più intenso del peccato, per temere persino l’approccio di Dio. Desiderava che Dio lo vedesse e lo purificasse. Uno degli altri autori puritani espresse questo concetto meravigliosamente: “Scava profondamente in me, grande Signore, agricoltore celeste, affinché io sia un campo arato, affinchè le radici della grazia, che si diffondono ampiamente ed in profondità affinchè tu e tu solo sia visibile in me stesso, la tua bellezza dorata come il raccolto estivo, la tua fecondità come l’abbondanza dell’autunno”.
La vera intercessione è generata dalla Parola di Dio, radicata nella volontà di Dio, caratterizzata dal fervore e realizzata nella rinuncia di se stessi, ed in quinto luogo, la vera preghiera d’intercessione è identificata con il popolo di Dio, è identificata con il popolo di Dio. Notate che dice: “Io pregai al Signore, il mio Dio,” nel versetto 4, e feci la mia confessione. Inizia con sé stesso, ma non si ferma lì. Guardate il versetto 5, e ci muoveremo velocemente: “Noi, abbiamo peccato”, versetto 5, versetto 6: “Noi non abbiamo ascoltato”. Versetto 7: “Signore, a te appartiene la giustizia, ma a noi la confusione”. Versetto 8: “O Signore, a noi appartiene la confusione”. Versetto 10: “Noi non abbiamo ubbidito”. Versetto 11: “Sì, tutto Israele ha trasgredito e la tua maledizione è riversata su di noi perché... – alla fine del versetto – perchè noi abbiamo peccato contro di te”. Versetto 12: “Ha parlato contro di noi, contro i nostri giudici che ci giudicavano”. Versetto 13: “Noi, nostro, e noi”. Versetto 14: “Noi, noi”. Versetto 15: “Noi, e noi abbiamo agito malvagiamente”. Versetto 16: “I nostri peccati, i nostri padri, una vergogna per tutti coloro che ci circondano”, ora ascoltatemi, la vera preghiera intercessoria identifica colui che prega con il popolo per cui sta pregando, è una cosa straordinaria!
Paolo la comprese bene quando disse: “Pregando sempre per tutti i santi”, e poi aggiunse in Efesini 6:19: “Pregate soprattutto per me”. Il fulcro delle nostre preghiere, miei cari, deve essere per gli altri. Dopo aver messo da parte noi stessi, entriamo in preghiera e realizziamo anzitutto che nemmeno meritiamo di essere lì, ma la Parola di Dio ci ha chiamati ad esser lì a cercare la volontà di Dio, a mettere da parte la nostra volontà e versare persino il nostro cuore per il bene del prossimo...
E Daniele si vedeva come parte integrante del popolo, come era comune per gli israeliti che si percepivano parte di un’entità totale, e credo che sia così anche per il corpo di Cristo, non trovate? Penso sia molto chiara la cosa, che studiando 1 Corinzi capitolo 12, scopriamo che siamo tutti un corpo, non è vero? E quando un membro soffre, tutto il corpo soffre; e quando un membro gioisce, tutto il corpo gioisce. Devo identificarmi con i peccati della chiesa, devo includermi in quelli.
1 Samuele 12:23 lo dice semplicemente: “Dio non voglia che io pecchi contro il Signore cessando di – far che? - di pregare per voi”, ed ho imparato molto tempo fa che il punto focale della mia vita di preghiera non sono io. Devo cominciare riconoscendo la volontà di Dio, devo togliermi dalla scena e devo iniziare a pregare per voi, capite? Ed al giorno d’oggi nel cristianesimo, in questo paese e nel resto del mondo, ci sono cristiani che mancano il bersaglio nella preghiera perché tutto ciò che hanno nella preghiera è “io, me, e me stesso”, e non stanno accogliendo i bisogni del popolo di Dio. Paolo pregava sempre per il prossimo, e nella preghiera includiamo tutti, “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, “Perdona i nostri debiti”, “Non ci indurre in tentazione”, c’è un senso in cui ci abbracciamo reciprocamente; la preghiera non è un esercizio privato e personale per ottenere da Dio ciò che desideriamo, capite? Eppure molti pensano sia proprio quello, però non è così!
Galati 6:2 dice che dobbiamo portare i pesi gli uni degli altri e così adempiere la legge di Cristo, e quale è la legge di Cristo? È il nuovo comandamento: “Io vi do un nuovo comandamento, che vi amiate gli uni gli altri”. In Filippesi 1, Paolo dice: “Prego sempre per voi” ed in Colossesi 1 afferma: “Prego sempre per voi”. In Filemone 4 e 5 dice: “Prego per voi,” e poi ricorda in 2 Corinzi 1:11: “Anche voi collaborando mediante la preghiera”, è reciproca la cosa, io prego per voi e voi pregate per me. Così nessuno dei due diventa egoista, giusto? È così che funziona il corpo. Dobbiamo impararlo ed impararlo bene. Dobbiamo pregare per coloro che sono in autorità su di noi, dobbiamo pregare per i leader, pregare per coloro che sono nel bisogno, e Daniele vide il suo popolo e lo raccolse tra le sue braccia, però sapete, c’è qualcosa di meraviglioso in Daniele: incluse sé stesso nei loro peccati. Incluse sé stesso nelle loro mancanze, si incluse nelle loro debolezze, nei loro errori, era “Noi” e “ci”, non era loro!
Daniele si incluse nella sua preghiera, non si mise da parte come se fosse giusto di per sé. Un uomo autocompiaciuto si rifiuterebbe d’identificarsi con i peccatori meritevoli di castigo. E voi potreste dire che Daniele avrebbe avuto tutto il diritto di alzarsi e dire: “Sono davvero felice di non far parte di quel gruppo lì... cioè, più o meno son stato fedele per oltre 80 anni. Sono rimasto qui nel palazzo, facendo il mio dovere. E ricordati di me, io son quello che riceve le visioni, che chiuse la bocca dei leoni che sfidò Nabucodonosor”... e così via, ed avrebbe potuto montarsi la testa in superbia, e ci sono persone talmente compiaciute di loro stessi che non si identificherebbero mai con i peccati degli altri, però non fu così per Daniele. Egli li accolse, perché erano il suo popolo, e sapeva di essere anche lui un peccatore, sapeva di avere fallito, e non si vergognava di identificarsi con i loro bisogni.
Daniele, come tutti i Giudei, comprendeva la solidarietà del popolo di Dio, e così dovremmo fare anche noi nella chiesa, il corpo di Cristo, e quindi, Daniele intercedette appassionatamente per il suo popolo. Ed io vedo lo stesso atteggiamento in Paolo, in Romani 9, dove Paolo dice che prega così intensamente per la salvezza d’Israele che, per salvarli, sarebbe quasi disposto a perdere la propria salvezza, se fosse necessario per darla a loro, tanto era il suo amore per il prossimo... che esempio meraviglioso e toccante... il segreto dell’intercessione? Volete saperlo? In una sola parola? Dire nelle proprie preghiere, “noi”. Non “io”, in modo che la nostra preghiera – ascoltatemi bene – non sia così egoistica da essere orientata solamente verso voi stessi, indipendentemente da come la cosa influenzi il prossimo, ma che invece sia davvero una preghiera a favore di ciò che è meglio per il corpo intero di Cristo, per “noi”.
La preghiera è quindi generata dalla Parola di Dio, radicata nella volontà di Dio, caratterizzata dal fervore, realizzata nella rinuncia a se stessi, identificata con il popolo di Dio e, numero sei, rafforzata dalla confessione. Rafforzata dalla confessione. Abbiamo già visto che Daniele aveva negato sé stesso esprimendo la propria confessione. Nel versetto 20 afferma: “Mentre io parlavo in preghiera e confessavo il mio peccato ed il peccato del mio popolo d’Israele”, vedete? C’è di nuovo quell’identificazione; dice: “Mentre pregavo e confessavo il mio peccato ed il peccato del mio popolo”. È così meraviglioso che Daniele non si limitò a diventare un critico della chiesa dicendo: “Beh, sono l’unico giusto qui, sono l’unico che sta facendo le cose nel modo giusto”, condannando tutti e portandoli tutti davanti a Dio per essere castigati e giudicati, no, sapeva di essere anche lui un peccatore. E quindi tutta questa preghiera è una preghiera di confessione.
E questo è un aspetto fondamentale: quando Dio è all’opera nella vita di una persona, il ravvedimento e la confessione diventano la norma, la norma. In effetti, più devota è la vostra anima, più profondo è il vostro amore per Dio, più alto è il vostro standard di santità, più vero è il vostro impegno per Cristo, maggiore sarà il vostro senso del peccato, ora se pensate che maturando come cristiani diventerete meno sensibili al peccato, quello è esattamente il contrario. Più maturate come cristiani, più diventerete sensibili al peccato. Più ci avviciniamo a Dio, più esso ci appare detestabile.
E quando Davide maturò e commise quel terribile peccato, riversò il suo cuore nei Salmi 32 e 51, fu così evidente che il peccato lo distrusse letteralmente. Lo annientò perché sapeva così tanto e aveva camminato con Dio; era un uomo secondo il cuore di Dio. Quando commise quel terribile peccato con Betsabea e suo marito Uria, si sentì distrutto e riversò la sua anima in quel Salmo meraviglioso, il 51, dove disse: “Oh, lavami, affinché io sia purificato, purificami”... lo odiava! Ed anche in Esdra, nei capitoli 9 e 10, il popolo si consacra a Dio; ascoltando la voce di Dio ed avvicinandosi a Lui, sono subito sopraffatti dal loro peccato e riversano la loro confessione.
Vediamo lo stesso nel capitolo 9 di Neemia: la parola giunge nel capitolo 8, e mentre si avvicinano a Dio e si trovano alla sua presenza, vengono travolti dal loro peccato. Anche Paolo vive questa esperienza. Nel capitolo 7 di Romani, quando Paolo capisce veramente la legge di Dio e ciò che essa implica, e quali erano gli standard di Dio, disse: “Io mi sono visto e il peccato è rinato, e sono morto. Mi ha ucciso”. La confessione è parte quotidiana della vita di un uomo o di una donna devoti a Dio, ed era anche parte delle preghiere di Daniele, nella confessione dei suoi peccati e dei peccati di coloro che lo circondavano.
In Geremia capitoli 3, 8 e 14 e nel primo capitolo delle Lamentazioni (scritte da Geremia), in tutti quei capitoli, Geremia grida a Dio in confessione, sentendo l’imminenza del giudizio nel mentre Dio stava per intervenire nella storia umana. Sentendo la presenza di Dio, Geremia desidera ardentemente che il suo cuore sia purificato, più ci si avvicina a Dio, più ci si sente sporchi. E come ho già detto, il classico esempio è Isaia 6, quando dice: “Vidi il Signore, elevato e glorioso, e il suo traino riempiva il tempio,” e gli angeli gridavano “Santo, santo, santo”... E Isaia risponde: “Guai a me”.
L’intercessione è dunque rafforzata dalla confessione. Un contadino portò suo figlio in un campo di grano. Voleva vedere se era pronto per la mietitura, “Guarda, padre,” disse il ragazzo, “guarda come gli steli mantengono la testa dritta. Quelli che tengono la testa così dritta devono essere i migliori. Quelli piegati ed abbassati non possono valere un granché”. Il contadino strappò uno stelo di ciascun tipo e disse: “Guarda, sciocco. La ragione per cui stanno così dritti è perchè che il grano è piccolo. Quelli piegati sono i buoni. Quelli diritti sono quasi inutili”, e così è nel mondo di Dio: sono quelli piegati e spezzati ad essere utili, perché confessano.
Ora lasciate che legga velocemente tutto questo, perché non c’è bisogno di fermarsi su ogni versetto perchè è ripetitivo. Versetto 5: “Abbiamo peccato e commesso iniquità, agito empiamente e ci siamo ribellati, allontanandoci dai tuoi precetti e dai tuoi statuti”, e qui Daniele dice quattro cose: abbiamo peccato, che è una parola, significa mancare il bersaglio, allontanarsi dal sentiero; Abbiamo commesso iniquità, che significa distorcere o agire in modo perverso; abbiamo agito empiamente, che implica fare qualcosa di sbagliato sapendo che era sbagliato, un male premeditato. E ci siamo ribellati, cioè sfidare l’autorità.
Daniele usa quattro termini diversi per il peccato in ebraico: mancare il bersaglio, distorcere, fare consapevolmente ciò che è sbagliato e sfidare l’autorità. E dice: “Siamo colpevoli, in qualsiasi modo lo si voglia vedere”. Ci siamo allontanati dai tuoi precetti e dai tuoi statuti e, quando ci siamo allontanati, non siamo tornati. Versetto 6: “Non abbiamo ascoltato i tuoi servi, i profeti, che parlarono nel tuo nome ai nostri re, ai nostri principi, ai nostri padri e a tutto il popolo del paese”, non abbiamo nemmeno ascoltato i tuoi messaggeri. Abbiamo proseguito per la nostra strada, ignorando il richiamo.
“Oh Signore, a te appartiene la giustizia, ma a noi la confusione”, passiamo giù al versetto 8, ci torneremo a quel versetto - “Oh Signore, a noi appartiene la confusione”, cosa significa? Significa vergogna; un modo migliore per tradurlo sarebbe “vergogna sul volto”, ed erano colmi di vergogna e quello si rifletteva sui loro volti. Erano vergognosi di sé stessi, lo diciamo anche ai nostri figli, no? “Non ti vergogni di te stesso?” Ci vergognavamo di noi stessi. Eravamo un popolo glorioso, il nostro paese era splendido, il nostro popolo era grande, eravamo orgogliosi ed ora siamo esuli, rifugiati, vagabondi. Il nord è stato portato in cattività sotto l’Assiria, senza mai più fare ritorno; il sud è stato deportato, e altri sono fuggiti in Egitto quando Ghedalia fu assassinato, come ci racconta Geremia. Siamo stati sparsi e siamo coperti di vergogna. I nostri peccati traditori ci hanno mandati via ed i nostri volti sono coperti di vergogna. I nostri re sono coperti di vergogna, i nostri principi, i nostri padri, perché abbiamo peccato contro di te.
La confessione continua. Nel versetto 10, di nuovo, dice che nel nostro peccato non abbiamo risposto: “Non abbiamo obbedito alla voce del Signore nostro Dio per camminare nelle sue leggi, che ha posto davanti a noi tramite i suoi servi, i profeti”, e di nuovo ripete la stessa cosa: non ascoltiamo i profeti. Non diamo ascolto. Non udiamo. E riassume il tutto dicendo: “Tutto Israele ha trasgredito la tua legge, allontanandosi per non obbedire alla tua voce, e perciò, la maledizione è riversata su di noi ed il giuramento scritto nella legge di Mosè, il servo di Dio, perché abbiamo peccato contro di lui”... Ora, Dio aveva dato loro delle maledizioni, come dice Deuteronomio 28:15, Dio gli diede delle maledizioni: “Se disubbidirete, ne pagherete il prezzo”, e Dio mantiene la sua parola, sia quella positiva che quella negativa, e la vergogna ed il giudizio arrivarono, perché Dio aveva detto che sarebbe successo se non avessero obbedito, e loro non hanno obbedito.
E voglio che notiate, nel versetto 11, che uno degli elementi più veri della confessione. E segnatevelo da qualche parte, uno degli elementi più veri della confessione è che, quando Dio ci castiga per il peccato, noi accettiamo la responsabilità per quel castigo senza incolpare mai Dio.
Le persone tendono a dare la colpa a Dio, proprio come fece Adamo. Disse: “La donna che mi hai dato”. Non ho chiesto io di essere sposato; mi sono svegliato una mattina e lo ero, “Tu mi hai dato questa donna. “Perché hai peccato?” La donna che TU mi hai dato. Sei stato tu”. Non sapevo nemmeno cosa fosse una donna, e mi sono svegliato ed ero sposato. Ed ora mi ritieni responsabile per questo peccato? La donna che TU mi hai dato. Passò la colpa a Dio. Nel libro di Apocalisse capitolo 6, quando la devastazione si abbatte durante la tribolazione, le persone bestemmiano contro di Dio. Dicono: “Non ci meritiamo tutto questo”, la gente dice: “Come può esistere un Dio in un mondo del genere? Se c’è un Dio, perché esistono tutte queste calamità? Se c’è Dio, mamma dev’essere un tiranno un po’ impacciato”, vedete, non sono disposti ad accettare il fatto che le conseguenze negative nel mondo derivano da azioni malvagie compiute da uomini malvagi che portano quelle stesse conseguenze su di loro stessi.
Uno degli elementi più autentici della confessione è che: “Perciò la maledizione è riversata su di noi e il giuramento scritto nella legge di Mosè, il servo di Dio, perché noi abbiamo peccato”, è colpa nostra, lo ammettiamo, ed il versetto 12 dice: “Egli ha confermato le parole che aveva detto contro di noi e contro i nostri padri, portando su di noi una grande calamità, poiché sotto tutto il cielo non è mai stato fatto nulla di simile a quanto è accaduto a Gerusalemme”, nulla nella storia umana può paragonarsi a questo. La devastazione della cattività di Giuda e d’Israele è stata senza precedenti. Ma è accaduto esattamente come Dio aveva detto che sarebbe accaduto. L’aveva scritto nel suo libro, aveva detto: “Se non obbedite, vi succederà questo,” e noi non abbiamo obbedito, e ci è successo. E non diamo la colpa a Dio.
Versetto 13: “Come è scritto nella legge di Mosè, tutto questo male è venuto su di noi”, continua a ripetere: “È scritto nel libro, è scritto nella legge di Mosè. Dio ce l’aveva già detto. Siamo stati chiaramente avvertiti!”. Ascoltate: quando peccate e le cose nella vostra vita vanno male, non incolpate Dio; è colpa vostra. Dio non accetta quella responsabilità. Non maledite Dio. Non mettete in dubbio Dio. Il peccato porta la sua giusta ricompensa. È scritto nella legge di Mosè, versetto 13: “Tutto questo male è venuto su di noi, eppure non abbiamo rivolto la nostra preghiera al Signore nostro Dio per allontanarci dalle nostre iniquità e comprendere la tua verità”.
Ora ascoltatemi, qui sta dicendo: “Anche quando il dolore è arrivato, non abbiamo comunque capito, non abbiamo confessato. Non abbiamo cercato perdono, non ci siamo ravveduti”, perciò il Signore ha vigilato sul male e lo ha portato su di noi, perché il Signore nostro Dio è giusto in tutte le opere che compie; noi non abbiamo obbedito alla sua voce”. Notate alla fine del versetto 14: “Il Signore nostro Dio è giusto in tutte le opere che compie”. Amati, non posso sottolineare abbastanza quanto sia vero che uno degli elementi fondamentali della vera confessione è ricevere tutte le circostanze negative, tutti i castighi che derivano dal peccato, come conseguenze meritate per la nostra peccaminosità. Oh, che prospettiva matura è questa!
Voglio dire di più su questo, ma non stasera. Voglio chiudere leggendo il versetto 15: “Ora, o Signore nostro Dio, che hai fatto uscire il tuo popolo dal paese d’Egitto con mano potente e ti sei fatto un nome glorioso come è questo giorno, noi abbiamo peccato, abbiamo agito empiamente”. E li, riassume il tutto.
Ascoltate miei cari, la vera preghiera intercessoria è generata dalla Parola di Dio, radicata nella volontà di Dio, caratterizzata dal fervore, realizzata nella rinuncia a sé stessi, identificata con il popolo di Dio, e rafforzata nella confessione.
FINE
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