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Siamo nel nostro studio del vangelo di Luca, al capitolo 9, e stiamo esaminando i versetti 23-27. Questo è davvero il cuore dell’insegnamento di Gesù, perciò non abbiamo cercato di correre attraverso quello che è un passo piuttosto semplice e diretto. La tentazione per me sarebbe quella di rimanere qui per mesi e mesi, sviluppando tutto ciò che è esplicito o implicito in questo passo; sto resistendo a questa tentazione e cerco di andare avanti.

Ma quando ci si chiede che cosa Gesù abbia insegnato e quale sia stato l’insegnamento più centrale e significativo, lo si trova proprio qui. Perché al versetto 23 Gesù dice: «Se qualcuno vuole venire dietro a Me…». E lì ci potremmo fermare e dire: “Questo è essenziale alla Sua missione. Egli è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto. È venuto a chiamare le persone a Sé”. E dice: «Se qualcuno vuole venire dietro a Me, ecco cosa deve fare…».

Qui, dunque, ci sono le condizioni stabilite per il messaggio più importante mai dato su questa terra: il messaggio del seguire Gesù. Cosa significa essere un seguace di Gesù? Cosa significa essere un discepolo di Gesù? Cosa significa andare dietro a Lui? Cosa significa diventare cristiano? Cosa significa essere salvato? Questo è il cuore del messaggio. E quello che Gesù dice qui affronta direttamente questa questione. Dunque, vuoi seguire Cristo, vero? Vuoi andare dietro a Cristo? Vuoi essere Suo discepolo? Vuoi essere un “piccolo Cristo,” che è ciò che significa la parola cristiano? Vuoi seguirlo nel Suo regno, il regno di Dio? Vuoi il Suo perdono, il perdono che Egli dà? Vuoi la vita eterna che Egli promette?

Ebbene, se vuoi questo, dice: «Devi rinnegare te stesso, prendere ogni giorno la tua croce e seguire Me». Questa affermazione di Gesù è ripetuta numerose volte nei vangeli. Sono sicuro che Egli l’abbia proclamata moltissime volte, centinaia di volte nel Suo ministero di predicazione, perché questo è il cuore stesso della questione del discepolato e della salvezza.

Ora abbiamo già visto i tre elementi: rinnegare sé stessi, prendere la propria croce e seguire. Ma voglio tornare su di essi, non in parte, ma come un tutto, e cercare di darvi un riassunto di ciò che Egli sta realmente dicendo qui. Ed è importante farlo perché ciò che Gesù dice è fondamentalmente l’opposto di quello che i predicatori predicano oggi.

Infatti, la chiamata fondamentale alla salvezza, le parole del nostro Signore, sono totalmente opposte a come la gente pensa nella nostra cultura. Viviamo in una cultura dell’amore di sé, per dirla in modo semplice; una cultura che è consumata dall’amore di sé, dall’edificazione dell’ego, dall’autostima, dal sentirsi bene con sè stessi, dal pensare di essere importanti, di essere preziosi, di essere eroi, di aver raggiunto qualcosa, di meritare onore. Stiamo affogando in premi per ogni cosa immaginabile e inimmaginabile. I genitori sono ossessionati dal rafforzare l’ego dei loro figli con ogni mezzo possibile, e anche dal rafforzare il proprio senso di valore. Questa è la generazione degli amanti di sè stessi.

E, solo per ricordarvelo, in 2 Timoteo capitolo 3 l’apostolo Paolo classificò “l’amore di sé” come un peccato — anzi, un peccato dominante. In una delle sue liste di iniquità — e ce ne sono diverse nelle sue lettere — egli inizia proprio con “amanti di sè stessi”, poi “amanti del denaro”, e continua con il resto. Questo descrive i seduttori, gli increduli, quelli fuori dal regno di Dio, quelli che non conoscono la verità. L’amore di sé è in cima alla lista come atteggiamento umano normale. I peccatori sono consumati dall’orgoglio. Sono consumati da sè stessi. Noi lo abbiamo trasformato nella virtù dominante della nostra società.

E così ci troviamo con il vangelo, da presentare a una generazione di persone che non solo sono orgogliose, ma hanno trasformato l’orgoglio nella virtù delle virtù, che sono innamorate di sè stesse e cercano di soddisfare ogni capriccio, ogni desiderio, ogni ambizione, ogni sogno, ogni speranza; che cercano di essere tutto ciò che possono essere, che cercano di dare valore a tutto ciò che sono, a tutto ciò che dicono, a tutto ciò che fanno. E noi affrontiamo questa cultura con il vangelo, e al cuore del vangelo c’è questa apertura: “Vuoi seguire Gesù, vero? Vuoi entrare nel Regno di Dio? Vuoi che i tuoi peccati siano perdonati? Vuoi il cielo eterno? Allora rinnega te stesso, prendi la tua croce e sottomettiti pienamente a Lui”. Ma non puoi nemmeno arrivare alla parte della sottomissione se non superi la parte della croce, e non puoi arrivare lì se non superi la parte del rinnegare te stesso.

Per darvi un termine che probabilmente non dimenticherete, prendo in prestito da Martin Lutero. Lutero, come sapete, diede avvio alla Riforma protestante. Era un prete cattolico che giunse a comprendere la verità della salvezza per grazia, mediante la fede soltanto in Cristo soltanto, indipendentemente dalle opere, dalle cerimonie e da tutto il resto; e così decise di confrontare il sistema cattolico romano, il grande sistema monolitico di errore e inganno, e selezionò 95 diverse affermazioni, 95 diverse proteste — ed è per questo che siamo chiamati “protestanti” — 95 diverse asserzioni contrarie al cattolicesimo. Le scrisse e le inchiodò alla porta della Chiesa del Castello di Wittenberg.

La quarta delle sue proteste, la quarta delle sue 95 affermazioni, era che un cuore penitente, un cuore che viene a Dio e riceve la salvezza, è caratterizzato da — ecco il suo termine — “odio di sé”. Odio di sé. Citando dalla quarta affermazione di Lutero: «E così la penitenza rimane finché rimane l’odio di sé». Disse che l’odio di sé era la vera penitenza interiore. «Questo» disse Lutero «è essenziale al vangelo.» Mentre il sistema romano, come ogni sistema di auto-giustizia e di guadagnarsi la salvezza con cerimonie e buone opere, è intriso di amore di sé; Lutero lo affrontò e disse: “Finché il peccatore non arriva a odiare sè stesso, non entra nel Regno di Dio”. Così, nella stessa nascita del protestantesimo, la stessa nascita del vangelo — per così dire, liberato da sotto la roccia dove era stato nascosto per mille anni nel cattolicesimo — al suo stesso inizio il vangelo viene definito come fondato sull’odio di sé del peccatore.

Odiando sé stessi perché si arriva a vedere che nella carne non abita alcuna cosa buona, che non c’è nulla di valore, nulla di degno. Che siamo, come disse Geremia, «ingannevoli più di ogni altra cosa, insanabilmente malvagi». «Ogni parte di noi è malata» — come disse Isaia — «dalla testa ai piedi.» Non c’è nulla di buono in noi. Non c’è nulla che abbia valore. Non c’è nulla che meriti onore o lode. È arrivare a quell’atteggiamento delle Beatitudini, di comprendere la povertà spirituale, di comprendere la bancarotta, di comprendere il proprio assoluto nulla, di guardare a tutto ciò che è stato fatto nella propria vita, che sia religioso, o educativo, o morale, o qualsiasi altra cosa, e come l’apostolo Paolo dire: “È tutto spazzatura. È tutto letame”. Questo semplicemente non si vende nella cultura dell’amore di sé.

Ma francamente è assolutamente assurdo suggerire che una persona possa incontrare Dio santo, il Dio giusto, ed entrare nel Suo regno senza voler essere liberato dal peccato, e senza voler essere liberato da una comprensione del peccato per ciò che realmente è, cioè qualcosa di pervasivo e dominante. Coloro che incontrano Dio alle condizioni di Dio, coloro che vengono a Dio ed entrano nel Suo regno, invariabilmente hanno un senso travolgente della propria peccaminosità.

Giobbe, che era l’uomo migliore secondo il primo capitolo, nel capitolo 42 disse: «Avevo sentito parlare di Dio con le mie orecchie, ma ora l’ho visto». E aggiunse: «Io detesto me stesso». In ebraico: «Io mi disgusto di me stesso. Disprezzo me stesso, tutto ciò che sono. Tutto ciò che sono al di fuori di Dio, tutto ciò che sono nella mia umanità, qualsiasi cosa e tutto di me è così macchiato e corrotto dalla caduta e dal peccato, odio tutto di me stesso».

L’apostolo Paolo, scrivendo a Timoteo, disse in 1 Timoteo 1:15: «Certa è questa affermazione, degna di piena accettazione: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo». Non c’era nulla in Paolo che lo raccomandasse a sé stesso. E non c’era nulla, quindi, in Paolo che lo raccomandasse a qualcun altro.

Oggi la gente si vanta spudoratamente di quanto sia grande, di quanto sia buona, di quante cose abbia realizzato, di quanto sia desiderabile, di quanto sia capace, di quanto sia preziosa. Ma fu Isaia a dire, quando vide Dio: «Guai a me, perché sono perduto». Letteralmente: “Mi sto disintegrando davanti ai miei occhi. Tutta la mia immagine di me stesso si sta sgretolando. Si sta frantumando”. Perché alla presenza di Dio si vide soltanto come un miserabile peccatore, e pronunciò su sé stesso la condanna, dicendo che era un uomo dalle labbra impure. Questo è ciò di cui stiamo parlando. Questo è l’autonegazione.

Non significa dire: “Venderò la mia casa e darò tutti i miei soldi necessariamente ai poveri”. Non significa dire: “Vivrà in povertà e stracci”. Non significa questo. Non significa dire: “Mi priverò di ciò che è mio in termini di beni materiali, o del mio lavoro, o altro”. Significa dire: “Io nego che in me ci sia qualcosa di valore, qualcosa di degno, qualcosa di buono, qualcosa che meriti di essere premiato, qualcosa che meriti di essere messo in mostra come esempio, qualcosa che meriti di essere esaltato”. È questa travolgente sensazione di affogare nella propria peccaminosità totale.

Pietro, ancora una volta alla presenza di Dio in Cristo, disse: «Allontanati da me, perché sono un uomo peccatore». Quando si rese conto che Gesù era Dio perché controllava i pesci quel giorno in Luca 5, non ebbe altro che disgusto di sé stesso. Disse: «Vattene. Non dovresti neppure starmi vicino. Non dovresti neppure essermi accanto.» Lo stesso atteggiamento lo vediamo in Luca 18, nel pubblicano che abbassa il capo e non osa alzare lo sguardo al cielo, perché non pensa neppure di avere il diritto di guardare in alto, temendo che Dio guardi in faccia un tale miserabile. Egli dice: «Dio, abbi pietà di me, peccatore.» E si batte il petto, ma non osa alzare lo sguardo. Non vuole nemmeno, per così dire, incrociare gli occhi con Dio. Si sente così indegno.

Quando diventi cristiano, non è che all’improvviso ti svegli per scoprire cosa puoi offrire a Dio. E ci sono molti altri esempi nelle Scritture di uomini e donne che, quando videro davvero Dio, furono letteralmente schiacciati dal peso del loro nulla, della loro peccaminosità. E, francamente, questo è assolutamente estraneo alla cultura in cui viviamo. È estraneo a una cultura fondata sull’amore di sé e sulla legittimazione di ogni desiderio passeggero. Qualsiasi cosa tu voglia, dovresti averla. Puoi essere ciò che vuoi essere. Puoi sognare il tuo sogno e vivere il tuo sogno. L’intero scopo della vita è desiderare qualsiasi cosa tu voglia desiderare e vederla compiuta, insistendo sui propri diritti, insistendo sui propri privilegi, insistendo sul rispetto, insistendo sulla ricompensa e sull’onore, sull’approvazione.

Le persone che entrano nel regno di Dio non insistono su nulla di tutto ciò. Si sentono indegne di tutto questo. Le persone che entrano nel regno di Dio sono letteralmente sopraffatte dall’odio per ciò che sono. Odio ciò che sono. Odio ciò che sono. Odio ciò che sono perché tutto ciò che sono è peccato.

Ora, questo produce ravvedimento. Questo produce un voltarsi, un desiderio di essere liberati e salvati da ciò che sei, e di essere trasformati in ciò che non sei ancora ma che desideri essere: qualcosa che è buono, che ha valore, che è giusto e utile. Torniamo a Luca 5:32, Gesù disse: «Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a ravvedimento». Io non posso fare nulla per le persone che pensano di essere già giuste. Non posso fare nulla con le persone che sono impressionate da sé stesse, o impressionate dalla loro religione, dalla loro moralità, dai loro soldi, dalla loro istruzione, dalle loro conquiste. Non posso fare nulla per loro. Io non sono venuto per loro. Essi non ascoltano il mio messaggio.

In Luca 13:3 Gesù ci dice quanto sia importante questo ravvedimento. Verso 3: «Io vi dico, no; ma se non vi ravvedete, tutti allo stesso modo perirete». E sta parlando di morte e inferno. Al versetto 5 lo ripete: «Io vi dico, no; ma se non vi ravvedete, tutti allo stesso modo perirete». Due volte ci dice che moriremo e andremo all’inferno se non ci ravvediamo. E le uniche persone che si ravvedono sono i peccatori, coloro che sono consapevoli della loro miseria. Ecco perché l’opera dello Spirito Santo è quella di convincere di peccato.

Quindi ciò che Gesù sta dicendo qui è che se vuoi entrare nel Mio regno, se vuoi seguirmi, se vuoi che i tuoi peccati siano perdonati, se vuoi la vita eterna, devi iniziare odiando tutto ciò che sei senza di Me, riconoscendo che tutto ciò che di buono c’è in te sono stracci sporchi, disprezzando tutto di te stesso. E ora, poiché tutto ciò che avresti potuto guadagnare, o tutte le tue cosiddette opere, sono state ridefinite come miseria, e ti sei visto come totalmente indegno, sei proprio nel posto perfetto per allungare la mano, per gridare per misericordia e grazia. Quindi il vero messaggio del vangelo è il messaggio che devi iniziare odiando tutto ciò che sei. Questo non si vende bene nella nostra società.

E quando mai senti un predicatore predicare così? Questo non è “seeker-friendly”. Questo non si adatta alla cultura popolare al suo livello, che è il nuovo pragmatismo. Prova a predicarlo nelle chiese dove gli increduli vengono messi a loro agio. Quando è stata l’ultima volta che hai sentito qualcuno predicare sull’odiare sé stessi, sul disprezzare sé stessi, sull’aborrire sé stessi, sul non vedere in sé nulla di valore? Non c’è nulla in te, nella tua mente, nelle tue emozioni o nella tua volontà, nulla nelle tue conquiste che sia davvero buono. Non c’è nulla degno di onore, nulla degno di essere stabilito come esempio, nulla. Al suo meglio, è bontà umana che, priva della potenza di Dio e della gloria di Dio, è una specie di “bontà cattiva”.

Gesù chiamava sempre i peccatori a odiare sé stessi. Il messaggio di oggi nella chiesa è — e l’ho sentito di nuovo sabato, ascoltando un evangelista in televisione —: “Ti senti insoddisfatto? Senti che i tuoi sogni non si realizzano? Senti un vuoto nel cuore? Vieni a Gesù e Lui riempirà il tuo cuore, realizzerà i tuoi sogni,” e bla bla bla. Ed era tutto incentrato sul fatto che tu ottenessi ciò che vuoi da Gesù. Questo non è il vangelo.

In Luca 24:47 Gesù disse: «Quando andrete a predicare, ecco il tema: nel suo nome si deve predicare a tutte le nazioni, cominciando da Gerusalemme, il ravvedimento per il perdono dei peccati». Avete notato cosa disse? Non cominciate quando sarete fuori città. Cominciate qui. Non c’è un messaggio per Gerusalemme e un altro messaggio per altrove. Si comincia qui, e si comincia ora, proprio qui a Gerusalemme, dove non è popolare. Qui si comincia, e da qui si attraversa il mondo intero, si va in ogni nazione del pianeta, e si fa la stessa cosa: si predica che nel nome di Gesù le persone saranno perdonate dei loro peccati se si ravvedono. Se si ravvedono.

E il ravvedimento è il prodotto dell’odio di sé. È il prodotto di quell’atteggiamento delle Beatitudini. Le persone si ravvedono quando si guardano e si vergognano di ciò che vedono. Quando si guardano e sono contrite per ciò che vedono. È una ridefinizione della loro intera autovalutazione che dice: “Io non sono niente. Sono meno di niente. Sono peccatore. Sono miserabile. Sono malvagio fino al midollo”.

E, a proposito, questo non è un’opera umana, come ho detto l’ultima volta. Questo non è un’opera umana. Questo non è qualcosa che un peccatore morto, cieco, sordo, dal cuore duro possa concepire da solo. L’unico modo in cui il peccatore arriverà mai a capirlo è quando il peccatore è esposto alla Parola di Dio e allo Spirito di Dio, quando lo Spirito di Dio prende la Parola di Dio e sveglia il peccatore alla sua vera condizione. Ma come può lo Spirito Santo svegliare il peccatore alla sua vera condizione se la verità non è predicata? È ciò che dice Romani: “Come udranno senza qualcuno che predichi?” Qualcuno deve dirlo. E la chiamata al ravvedimento non è un comando a sistemare in qualche modo la vostra vita prima di venire a Cristo. È un’inversione totale del modo in cui vi vedete, e comprende ogni parte del vostro essere.

Nel Nuovo Testamento sono usate tre parole greche per indicare il ravvedimento e illustrano i tre elementi, per così dire, del ravvedimento. C’è la parola metanoeō, è usata in diversi brani. È usata in Luca 11:32; Luca 15:7, 10. E questa parola, metanoeō, esprime fondamentalmente un’inversione del vostro pensiero, dell’atteggiamento mentale. Cambiate mente. Così il ravvedimento riguarda la mente. Dovete cambiare idea su come vi vedete, per vedervi come siete davvero, vedervi come la Scrittura dice che siete, vedervi come Dio dice che siete, vedervi come caduti, e depravati, e corrotti, dalla sommità della testa alla punta del piede.

La seconda parola che è usata è metamelomai ed è un’altra parola greca che significa “ravvedimento”. È usata in Matteo 21:29-32, solo che enfatizza il rimorso e il dolore. Una volta che la mente ha afferrato la nuova definizione di chi sono, segue un moto conseguente che va dalla mente ai sentimenti, e subentrano le emozioni, e c’è dolore, e c’è vergogna, e questo è metamelomai.

E c’è una terza parola, epistrephomai, che è anch’essa la parola per “ravvedimento”. È usata in Luca 17:4, Luca 22:32. E significa in realtà che cambiate direzione nella vita. E questo si riferisce alla vostra volontà. Quindi comincia nella mente, passa alle emozioni e attiva la volontà. E questi sono i tre elementi coinvolti nel ravvedimento. Cambiate il modo in cui vi vedete, provate rimorso e tristezza per questo, e così vi voltate e vi dirigete nella direzione del cambiamento. E ciò vi metterà nella direzione di Dio. E sarete come il pubblicano di Luca 18. Direte: “Dio, Dio, la mia mente comprende la mia miseria. Le mie emozioni la sentono così tanto che non posso neppure alzare gli occhi, e mi batto il petto. E poi la mia volontà entra in gioco e grida a Te e dice: ‘Voglio che Tu abbia misericordia di me, peccatore’”.

Quindi, intellettualmente, il ravvedimento inizia con il riconoscimento del peccato, una comprensione della profondità e ampiezza di quella peccaminosità. Poi passa all’emozione, che ha un senso travolgente di dolore e contrizione, rimorso. È la tristezza di cui parlò Paolo, che conduce al ravvedimento. E poi, volitivamente, implica un cambiamento di direzione lontano da quel peccato, verso Dio, verso Cristo, gridando per misericordia. Non è solamente un cambiamento di mente, è un cambiamento di mente, emozione e volontà.

David Martyn Lloyd-Jones scrisse: “Ravvedimento significa che ti rendi conto di essere un colpevole, vile peccatore alla presenza di Dio, che meriti l’ira e la punizione di Dio, che sei diretto all’inferno. Significa che cominci a capire che questa cosa chiamata ‘peccato’ è in te, che desideri ardentemente liberartene, che le volti le spalle in ogni forma e modo. Rinneghi il mondo qualunque sia il costo, il mondo e la sua mentalità e visione, oltre che la sua pratica. Rinneghi te stesso. Prendi la croce. Vai dietro a Cristo. I tuoi più cari e tutto il mondo possono chiamarti pazzo, o dire che hai mania religiosa. Potresti dover soffrire finanziariamente. Non fa alcuna differenza. Questo è il ravvedimento”. Ed è per questo che Gesù disse: “Dovete odiare vostra madre, dovete odiare vostro padre, vostro fratello, vostra sorella. Seguitemi”. Questo è il segno di ogni vero credente.

Ora perché sto parlando oggi di questo ravvedimento? Perché sto girando attorno a questo versetto? Perché c’è così tanto qui dentro che voglio che comprendiate la grande realtà qui. Torniamo al versetto 23, è esattamente di questo che parla il versetto 23. Parla di questo tipo di autovalutazione che sfocia nel ravvedimento. Volete andare dietro a Cristo. Volete voltarvi dalla strada su cui state andando e andare dietro a Lui. Questo è un voltarsi. Questo è un ravvedimento. Questo è il volitivo. Questa è la volontà.

Ebbene, comincerà con un’autovalutazione che è drammaticamente diversa dal modo in cui vi siete sempre visti. Dovete odiare voi stessi. Dovete odiare voi stessi al punto da essere disposti letteralmente a morire, se necessario. E questo è consequenziale. Se mi vedo per quello che sono davvero, perché mai vorrei sacralizzare la mia vita? Se mi vedo per quello che sono davvero, e voglio davvero essere qualcosa di completamente diverso da ciò che sono, allora la morte sarebbe in realtà abbastanza attraente per me.

Non sarò mai l’uomo che dovrei essere in questo mondo. Non sarò l’uomo che dovrei essere finché non sarò morto, giusto? Nessuno di noi lo sarà. Voglio il perdono per il mio peccato. Voglio giustizia nella mia vita. Voglio la pienezza della benedizione di Dio. Quando vengo a Cristo, voglio che il peccato esca di scena. Sono stufo del mio peccato. Sono stufo di me stesso. Sono stanco e logoro di ciò che sono. Voglio abbandonare tutto questo. Voglio venire a Cristo. Voglio andare per una strada diversa. Voglio essere una persona diversa. E il compimento ultimo di tutti quei desideri e di quelle brame arriva dopo la morte.

Quindi, come Paolo, la mia vita non è preziosa per me. C’è in me questa brama di essere ciò che voglio essere in Cristo, ciò che bramo essere in Cristo, ciò che desidero essere in Cristo. C’è questa fame e sete di giustizia che è caratteristica. Voglio allontanarmi dal peccato. Voglio essere in una situazione in cui il peccato non sia più presente. Così, la morte è un’amica benvenuta. Ecco perché Paolo disse: “Per me morire è guadagno”. È guadagno. Non sarò ciò che voglio essere, ciò che Dio vuole che io sia, finché non sarò uscito da questa vita.

Quindi, non è un grande salto se sto per rinnegare me stesso essere poi disposto a morire. “Prendere la croce” significa semplicemente essere disposto a morire. Le croci erano strumenti sui quali le persone venivano giustiziate. E Gesù qui sta dicendo che l’auto-rinnegamento significa che siete così stufi di voi stessi che sareste disposti persino a morire. Ora, se volete seguire Me, se volete venire dietro a Me, dovrete sentire questo. Dovrete capire la vostra vera condizione. Dovrete essere emotivamente sopraffatti da questa condizione, dolore, vergogna, al punto da essere desiderosi di rinnegare voi stessi, disposti ad andare qualunque sia il costo. Seguirete Cristo, anche se è la morte. Questo è il ravvedimento. Questo è ciò che è. È odio di sé, auto-rinnegamento.

E, sapete, anche adesso c’è – o dovrebbe esserci – una sorta di residua diffidenza verso ciò che sono, e persino un certo odio di sé. Qualcuno mi ha detto – stavo parlando agli studenti. Ho tenuto lezioni al college nelle ultime settimane, e dicevo agli studenti che una persona stava parlando con me dicendo: “Sai, voglio solo essere usato dal Signore. Voglio solo essere utile al Signore. Voglio essere utile al Signore”. E la mia risposta è stata: “Beh, sai, io non penso così, perché non ho nulla da offrire al Signore. Quindi la mia preghiera non è: ‘Signore, voglio essere utile a Te’. La mia preghiera è: ‘Signore, spero in qualche modo di poter essere usato da Te’. Spero – non voglio fare qualcosa per il Signore. Spero solo che il Signore possa fare qualcosa attraverso di me”.

Capite la differenza? Non sto offrendo me stesso dicendo: “Signore, Ti darò la mia vita per fare qualcosa per Te”. Dimenticatelo. Non sono una macchina a propulsione propria, sono solo uno strumento. E qualcun altro deve prendermi in mano, e quel qualcuno è Dio. Ma se sono uno strumento che Tu puoi usare, questo mi basta, che Tu possa usare questo vaso indegno, questo vaso di creta, come dice Paolo, questo secchio di immondizia, come Paolo ci definisce in 2 Corinzi, allora questo è beatitudine. Questa è benedizione.

Non c’è nulla in me di valore. Non c’è nulla in me di utile. E quindi, quando arrivo al punto in cui voglio essere liberato da ciò che sono, e arrivo a quel punto di odio di me stesso, e grido a Dio, non porrò limiti. Non dirò: “Beh, Dio, puoi andare solo fino a qui. Puoi avere solo questo e non questo”. C’è un totale abbandono, perché non c’è nulla a cui aggrapparsi. Non c’è nulla lì di valore. Questo è collegato alla fede salvifica. Atti 20:21. Ravvedimento verso Dio e fede nel nostro Signore Gesù Cristo, così che la salvezza venga a coloro che vogliono seguire Cristo. E la ragione per cui vogliono andare dietro a Cristo è perché credono in Lui. Ma la fede che salva è la fede che è penitente.

Ora, Gesù nella Sua predicazione cercava di portare i peccatori a questo punto. E le persone che resistevano di più al messaggio erano quelle che si sentivano meglio con sé stesse, giusto? Non è vero? E chi erano le persone che si sentivano meglio con sè stesse? Gli ebrei religiosi, i farisei, gli scribi, i sommi sacerdoti, l’élite religiosa, l’establishment religioso. Nella loro mente erano persone molto, molto realizzate. Erano liberi. Non erano mai stati schiavi di nessuno, dissero. Erano “vedenti”, per così dire. Potevano vedere cose vere e spirituali. Erano sani. Erano giusti. Erano buoni.

E, naturalmente, Gesù ha semplicemente demolito tutto ciò. Disse loro che erano ciechi. Disse loro che erano corrotti. Disse loro che all’esterno erano dipinti di bianco, ma all’interno erano pieni di ossa puzzolenti di uomini morti, cadaveri. Attaccò la loro giustizia propria. E bisogna farlo, perché quello è il peccato dominante che condanna. E Gesù cercava costantemente di portare i peccatori al punto di odio di sé, al punto in cui avrebbero detto quello che disse Giobbe: “Odio me stesso”. E Giobbe era un uomo giusto che lo disse. Quanto più deve dirlo un uomo ingiusto? Ma loro, perché così immersi nell’amore di sé e nella giustizia personale, disprezzarono il messaggio di Gesù, e Lo uccisero per questo. Non era che non volessero un Messia. Non era nemmeno che non pensassero necessariamente che potesse essere il Messia.

Lo volevano un Messia, disperatamente. Volevano, come abbiamo già imparato, cibo gratuito. Volevano il piano sanitario più incredibile mai concepito, guarigione per tutti sempre, e resurrezione se muori, gratis, senza premi, senza burocrazia. Bastava andare da Gesù e Lui si occupava di tutto, senza moduli. Certo che lo volevano. E lo avrebbero accettato. Ma Gesù irruppe nei loro pensieri con questo messaggio: che avrebbero dovuto odiare sè stessi invece di amarsi. Avrebbero dovuto vedersi come poveri prigionieri, ciechi e oppressi. Avrebbero dovuto arrivare a un atteggiamento da beatitudine: povertà di spirito, lutto, mansuetudine, riconoscendo di essere privi di giustizia e dimostrando fame e sete di essa. Avrebbero dovuto essere disposti a essere perseguitati e non acclamati.

Odiavano quel messaggio perché amavano sè stessi. Ed è così. Se ti ami in modo terminale, ti condanni da solo. Se ami te stesso, odi questo messaggio. Ecco perché Gesù disse questo, Matteo 21:31. I pubblicani, le persone più vili, disprezzate e odiate in Israele, erano i pubblicani che compravano una concessione romana per riscuotere le tasse e poi estorcevano denaro dalla loro gente, e lo facevano con una banda di delinquenti, ladri e uomini violenti che facevano tutto il necessario per ottenere il denaro. “I pubblicani e le prostitute entreranno nel regno di Dio prima di voi”.

Potete immaginare se siete un leader religioso in Israele e Gesù vi dice questo? Pubblicani – avreste sputato su un pubblicano – e prostitute entreranno nel Regno di Dio prima di voi. Perché? Perché hanno più probabilità di disprezzare sè stessi di quanto ne abbiate voi. Diventare più morali potrebbe benissimo allontanarvi dal Regno di Dio. C’è qualcosa di “benefico” nello sguazzare nelle conseguenze della grave iniquità, ha una propria capacità di risvegliarvi alla realtà di chi siete davvero. L’ho detto negli anni. Le persone diventano cristiane quando sono abbastanza disperate, quando sono al punto di panico totale per voler essere salvate, quando sanno di stare letteralmente affondando per la terza volta nel mare del loro stesso peccato. La feccia malvagia d’Israele era molto più incline a riconoscere il proprio peccato rispetto ai giusti in sé. E non c’è mai salvezza per nessuno senza ravvedimento.

Non potete essere salvati, amici, senza il vangelo di Gesù Cristo, cioè credendo in Colui che è morto ed è risorto per voi, il Signore Gesù Cristo, e tutte le verità su di Lui. E non potete essere salvati credendo nel Signore Gesù Cristo se a quella fede non si accompagna il ravvedimento. Eppure, qui – e ne ho già parlato, ma ce l’ho in mente perché continuiamo a discuterne – ci sono persone che scrivono libri cristiani che dicono che persone da qualche parte nel mondo che non hanno mai sentito parlare di Dio, mai sentito parlare di Gesù, mai sentito la Bibbia o il vangelo, possono essere salvate guardando in alto e dicendo: “Poiché credo che Tu sei un Creatore lassù, e credo in Te come Creatore,” andranno in cielo. In altre parole, Dio, dice un autore, sarebbe ingiusto se non li portasse in cielo. Non solo non devono credere in Gesù come Signore, non devono nemmeno credere in Gesù. Non devono nemmeno sapere che esiste un Gesù. Ma che dire del ravvedimento? Dov’è? Cosa facciamo, lo eliminiamo? Che comodità. Gesù disse: “Volete entrare nel Regno? Non basta credere che ci sia qualcuno lassù. Dov’è la vergogna? Dov’è il rimorso? Dov’è la travolgente convinzione del proprio peccato?” E così, il principio è semplicemente basilare. È la verità basilare del vangelo. Vuoi seguire Gesù, vero? Allora odia te stesso. L’assoluta rinuncia a sè stessi come aventi qualsiasi valore nella condizione non redenta, e persino nella condizione redenta il nostro unico valore è come strumento raccolto dal Signore sovrano. Quindi c’è rinnegamento di sé, e poi portare la croce, e poi seguire, cioè obbedienza giusta mentre seguiamo Cristo. Questo è solo per ricordarvi cosa comporta quel principio.

Ora lasciate che parli del paradosso per solo un paio di minuti. Estendendo questo principio in un paradosso, Gesù dice questo nei versetti 24 e 25. “Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la sua vita per causa Mia, questi la salverà. Che giova infatti a un uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde o rovina sè stesso?” Ecco il paradosso. Il principio è chiaro. Ecco il paradosso. Vuoi salvare la tua vita? Devi perderla. Vuoi perdere la tua vita? Allora tienila stretta.

Qui Gesù spiega ciò che ha detto. Ciò che ha detto è che devi rinnegare te stesso, cioè dare la tua vita. Vendere tutto. Abbandonare tutto per Cristo. Non aggiungi Cristo alla tua vita. Abbandoni tutto. Vendi tutto. E con un vero e proprio suicidio del sé, per così dire, l’autonegazione, guadagni tutto.

Dall’altra parte, se vuoi salvare la tua vita, versetto 24, “chi vorrà salvare la sua vita” – non significa, sapete, mettere la cintura di sicurezza o avere gli airbag. Non sta parlando di questo. O di passare per un intervento chirurgico per curare una malattia. Non stiamo parlando della vita fisica. Stiamo parlando della tua anima eterna qui, della tua anima eterna. Quindi vuoi salvare la tua anima, vero? Vuoi salvare la tua vita? Vuoi salvarti da solo? Allora perdi te stesso. Questo è l’unico modo. Vuoi perderti? Vuoi essere perduto all’inferno eterno, soffrendo la punizione per sempre? Allora tieni stretta la tua vita. Questo è il semplice paradosso.

Matteo 10:39 è un altro punto in cui Gesù dice questo. Questo è praticamente un insegnamento abituale per Gesù. Matteo 10:39: “Chi avrà trovato la sua vita la perderà, chi avrà perduto la sua vita per causa Mia la troverà”. Un altro passo che penso sia in realtà una esposizione di ciò che significa è Giovanni 12:25, dove Gesù ripete anche questo stesso paradosso. Giovanni 12:25. Ascoltate queste parole: “Chi ama la sua vita la perde”. Vedi, vuoi salvare la tua vita perché la ami, ami il modo in cui sei, ami te stesso, ami i tuoi desideri, le tue ambizioni, i tuoi sogni e obiettivi. Ami i tuoi onori, i tuoi successi, la tua via, la tua volontà. Se fai così, la perderai. E poi Gesù disse: “E chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna”. E qui Gesù dice che devi odiare la tua vita. Sono sicuro che è da qui che Lutero prese il termine “odio di sé”.

Se ami te stesso, se sei immerso nell’amor proprio, e nell’autostima, e nell’assicurarti che tutti i tuoi piccoli bisogni siano soddisfatti, nell’essere appagato con tutte le tue fantasie, e sogni, e progetti, e speranze, e ambizioni; perderai la tua vita. Perderai la tua vita all’inferno eterno. Se ami te stesso così tanto da tenerti stretto come il giovane ricco, andrai via senza vita eterna. Ma se odi te stesso, allora riceverai la vita eterna. Che tremenda, tremenda scelta. Voglio dire, è l’ultima, è questo. O salvi la tua vita ora, o la perdi per sempre. Perdi la tua vita ora, e la salvi per sempre. È così semplice.

E c’è una piccola frase nel versetto 24 che deve essere notata. “Per causa Mia”. Per causa Mia. Non si parla di una sorta di – credo si potrebbe chiamare autonegazione filantropica. Non sta dicendo di perdere la vita per cause di giustizia, o di perdere la vita per cause di religione, di offrirsi per diventare prete o suora, o di immolarsi, darsi fuoco come un monaco buddista per mostrare devozione a Dio, o di legarsi bombe addosso come un devoto musulmano pensando di esplodere in un’esperienza celeste con 72 vergini dagli occhi neri che ti aspettano su cuscini verdi, un livello di devozione ad Allah.

Non stiamo parlando di quel tipo di – c’è un solo tipo di perdita del sé qui. C’è un solo tipo di auto-umiliazione, un solo tipo di autonegazione, ed è “per causa Mia”. Non c’è valore o virtù in ciò che fanno quelle persone. Quando un buddista si brucia, quando un musulmano si fa esplodere, si bruciano e si fanno esplodere direttamente all’inferno eterno. Non c’è alcun credito che si accumula sul loro conto, non importa quanto devotamente religiosi fossero, non importa quanto estremo fosse quel livello di devozione. Ciò di cui parla Gesù qui è un uomo che abbandona la propria vita, rinnega sè stesso, odia sè stesso nella disperazione della sua condizione peccaminosa, e dà la sua vita a Gesù Cristo per causa Mia. “A causa Mia,” è questo che significa. A causa Mia. L’unico modo in cui salverai la tua vita eternamente, l’unico modo in cui passerai l’eternità in cielo alla presenza di Dio, nella pienezza della gioia, è quando avrai dato tutta la tua vita a Gesù Cristo.

Versetto 25, Gesù fa questa affermazione davvero interessante: “Che giova a un uomo guadagnare il mondo intero e poi perdere o rovinare sè stesso?” Questa è iperbole. Infatti, nella categoria dell’illustrazione, questa è l’iperbole suprema. Gesù sta dicendo: “So cosa state pensando. So cosa state pensando. State pensando: ‘Beh, certamente sono una brava persona, e ho questo successo, e quell’altro successo, e quest’onore, e quell’altro onore, e questa ambizione, e questo desiderio, e mi piacerebbe fare questo, e fare quello, e ho alcuni dei miei piani, e ho alcune delle mie relazioni che voglio proteggere. E, sapete, ho molto da rinunciare. Mi stai chiedendo tanto’”. Il giovane ricco disse: “Sai, sono ricco, ho molto. Mi stai chiedendo molto”.

Allora Gesù disse: “Va bene, ecco un’illustrazione ipotetica. E se possedessi il mondo intero? Che ne dici?” Questa è l’iperbole suprema. Non puoi andare oltre. “Va bene, diciamo che possiedi il mondo intero. Hai tutti i suoi beni, tutte le sue case, e macchine, e vestiti, e terre, e tutti i suoi onori e prestigio, e tutti i suoi poteri, tutta la sua capacità di darti tutto ciò che ha in termini di benefici materiali, in termini di elogi, in termini di prestigio, prominenza, potere, qualsiasi cosa. Hai tutto. Qual è il profitto?” E quindi? Che profitto hai?

La parola significa semplicemente “che beneficio c’è?” Che utilità ha? Che aiuto è? “Se perdi o rovini te stesso?” Tu, l’eterno te, o come registra Matteo: “Che cosa darà un uomo in cambio della sua anima?” Quanto vale la tua anima? Quanto vale la tua anima eterna? Vale più di tutto il mondo temporale. Stai per morire tra pochi respiri. Vivrai per sempre. Non credere alla convinzione comune dell’umanità, cioè che chi possiede più cose terrene è il più felice. Solo perché ottieni più cose, o una relazione migliore, o una relazione diversa, o più potere, o più influenza, o più onore, o più qualsiasi altra cosa?

Ma Gesù dice: se possedessi letteralmente la somma totale di tutte le ricchezze terrene e perdessi la tua anima eterna, sarebbe un cattivo affare. Sarebbe un cattivo affare. Che giova guadagnare il mondo intero e perdere la propria anima? E così Gesù dice: “Guarda, meglio rinunciare alla tua vita ora nel riconoscimento che in realtà non è nulla, e allora sarà qualcosa di glorioso, e di meraviglioso, e di benedetto, e di gioioso, e di potente, e di pacifico, e di onorevole, per sempre, e sempre, e sempre, e sempre”. Questo è il messaggio del vangelo. Questa è la scelta che fai.

La prossima volta esamineremo i versetti 26 e 27 quando Gesù dice: “Tutti compariranno davanti al trono del giudizio, al tribunale finale, e saranno giudicati eternamente in base a come hanno risposto a questo messaggio”. Lasciatemi riassumere in modo semplice. L’amor proprio vi manderà all’inferno. L’odio di sé vi manderà in cielo. Credere nel Signore Gesù Cristo è essenziale. Credere nel Signore Gesù Cristo unito a un autentico pentimento è richiesto. Entrambi sono una potente opera dello Spirito di Dio in un cuore disposto attraverso la verità compresa. Ecco perché predichiamo quella verità.

Padre, veniamo ora alla chiusura del nostro meraviglioso servizio di questa mattina, ringraziandoTi per gli inni, e la musica, e i canti, e ringraziandoTi per l’opportunità di venire davanti a Te in preghiera, e di dare, e ora ringraziandoTi per la Parola. Ancora una volta abbiamo udito dalle labbra stesse del Salvatore. Ancora una volta siamo stati portati, per così dire, davanti alla Tua stessa presenza, e Tu hai parlato. Questa è la Tua verità. Questa è verità dataci graziosamente, amorevolmente, verità che non doveva essere rivelata, ma è stata rivelata perché Tu sei per natura un Dio che salva, un Dio che cerca di salvare i peccatori.

Preghiamo, o Dio, che la predicazione di questa verità, il messaggio della croce, che è stoltezza per il mondo, sia la potenza di salvezza per molti che ascolteranno e crederanno. Preghiamo, o Dio, che Tu compia un’opera di odio di sé e di autonegazione nei cuori di molti, e anche in noi che siamo credenti, continueresti a coltivarla in noi affinché non cadiamo mai nel brutto peccato dell’orgoglio e della fiducia in noi stessi, ma sappiamo sempre che è una meraviglia, quasi una sorpresa, ogni volta che Tu graziosamente scegli di usarci come strumenti per la Tua gloria.

Ti ringraziamo, Padre, che lo Spirito di Dio opera queste cose nel cuore attraverso la verità. Preghiamo per questo fine anche oggi nel nome del Salvatore. Amen

FINE

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