Come sapete, percorriamo i libri della Bibbia perché Dio li ha scritti, ed ogni parola di Dio è pura. E ora siamo nella meravigliosa lettera di Paolo alla chiesa di Filippi, e questa mattina guarderemo insieme ai versetti 12 e 13, e lo faremo anche la prossima domenica. Prima di entrare nel merito del testo stesso, voglio introdurre il suo pensiero ed il suo intento, ed il modo in cui esso parla praticamente alla nostra vita, con un po’ di contesto. Di recente, quando ero in Florida, ho avuto modo di predicare sul tema dell’autodisciplina spirituale. Ho preso il testo di Pietro dove dice: “Predisponete la vostra mente all'azione”, raccogliete ciò che è rimasto sciolto nella vostra vita; e Pietro ha davvero molto da dire sulla vita disciplinata; e c’erano brani paralleli che sottolineavano allo stesso modo la disciplina della vita spirituale ed il tremendo impegno quotidiano verso un cammino spirituale zelante, fedele, consacrato, e diligente. E dopo aver riversato il mio cuore su questo argomento per qualcosa come un’ora, e avevo finito, una signora si è presentata perché voleva dissentire da ciò che avevo detto, il che non è un’esperienza insolita per me né per qualsiasi altro predicatore.
Ma è venuta e mi ha detto: “non sono d’accordo con ciò che ha detto”, al che dissi: “Su che cosa in particolare?” E lei disse: “No, su tutto”, al che dissi: “Beh, non sono esattamente sicuro di capire che cosa intenda dire”, e lei disse: “Beh, io penso che lei abbia capito tutto male per quanto riguarda la vita spirituale. Si sbaglia su tutto quanto alla santificazione del credente. Vede, noi non facciamo nulla. Non c’è alcuna chiamata all’autodisciplina. Non c’è alcuna chiamata a questo sforzo. Noi non facciamo nulla se non arrenderci a Dio. E quando ci arrendiamo a Dio, lasciamo che sia Lui a fare tutto”, al che dissi: “Ah, capisco”, e lei disse: “Tutto ciò che dobbiamo fare è arrenderci, e quando ci arrendiamo, Dio fa tutto”.
Ora, questo pone la domanda che, credo, sia davvero pertinente al nostro testo, ovvero: qual è il ruolo del credente nella santificazione e qual è il ruolo di Dio? Qual è il ruolo del credente nella santificazione e qual è il ruolo di Dio? Per dirlo in un altro modo, sono io o è Lui? È fede o è sforzo personale? È fiducia o è obbedienza?
Ora, la stessa domanda emerge anche in altri elementi della teologia. Potete porvi la domanda in merito alla salvezza. Quando siete stati salvati, siete stati voi o è stato Dio? Voi potreste dire: “Oh, è stato tutto da parte di Dio”. Questo significa forse che un giorno avete semplicemente detto: “Dio, fa’ di me qualunque cosa Tu voglia. Sono pronto”? No, avete dovuto allontanarvi dal vostro peccato, riconoscere Gesù Cristo come Signore, e riporre la vostra fede in Lui. E nella Bibbia ci sono moltissimi appelli rivolti al peccatore perché si ravveda, creda, e si affidi a Cristo. Quindi, in realtà è stato tutto da parte vostra; è stato un cambiamento totale di direzione, per voi e per me, il voltarci dal peccato a Dio per mezzo di Cristo. È stato un cambiamento nel nostro credere. È stato un cambiamento nel nostro modo di vedere il peccato. È stato davvero prendere la mia vita e metterla interamente nelle mani di Cristo, eppure è stato tutto da parte Sua. È la stessa tensione, in un certo senso difficile da comprendere.
E poi, guardate alla persona di Cristo e vi ponete la stessa domanda: è Dio o è uomo? E la risposta è sì. È cento per cento Dio, cento per cento uomo. Voi potreste dire: “Non lo capisco”. Non dovete capirlo; questo non significa che non sia vero. Vedete, non tutta la verità è comprensibile per voi. Se lo fosse, sareste uguali a Dio. Dio ha davvero alcune cose che Egli racchiude nella veridicità della Sua persona e che voi non potete comprendere, e neppure io. E ne sono lieto, perché questo significa che Dio è molto più intelligente di me, ed è proprio questo il tipo di Dio che voglio, non uno come me. Prendete un libro della Bibbia, prendete Filippesi, e chiedetevi: chi ha scritto Filippesi, Dio o l’uomo? Beh, voi dite che ogni parola viene dal cuore di Paolo, ogni parola viene dal vocabolario di Paolo, ogni parola esprime ciò che Paolo vuole dire, e tuttavia ogni parola viene dallo Spirito Santo. Avete la stessa situazione: è tutto di Paolo: tutto il suo cuore, tutta la sua passione e tutto ciò che lui voleva dire, ma ogni parola viene direttamente dalla mente dello Spirito di Dio. Avete a che fare con la stessa cosa.
Quindi, quando arrivate a questa questione della santificazione, o della crescita spirituale, o del progresso spirituale, e vi ponete la domanda: sono io o è Dio? in realtà vi trovate allo stesso punto di snodo della discussione teologica in cui vi trovate in molte altre aree. Infatti, John Murray dice che in ogni dottrina principale del Nuovo Testamento c’è un apparente paradosso che, in sé e per sé, non può essere risolto nella mente dell’uomo. Quindi, quando arriviamo a questa questione della santificazione, è un aut-aut? È o Dio o io? Dobbiamo scegliere l’uno o l’altro?
Ora, guardiamo per un momento a questi poli, per così dire. La posizione che questa signora affermava è stata tradizionalmente chiamata la posizione del quietismo. In altre parole, il credente è quieto. Il credente è passivo. Potreste quasi chiamarlo passivismo spirituale. Vi lasciate semplicemente cadere nella passività. Lasciate andare e lasciate fare a Dio. Una delle loro piccole parole d’ordine era: “Io non posso; Lui può”. L’altra posizione è chiamata pietismo, perché è uno sforzo diligente verso la pietà personale. Quindi, avete il quietismo da una parte, dove siete passivi. Avete il pietismo dall’altra parte, dove siete attivi, aggressivi, e lavorate sulla vostra vita spirituale, facendo tutto ciò che è in vostro potere per vivere concretamente il vostro cristianesimo.
Ora, un po’ di contesto. Il quietismo è in qualche modo mistico, in qualche modo soggettivo, e in origine era popolare principalmente tra i quaccheri, e poi divenne parte di alcuni perfezionisti arminiani, i quali credevano che si potesse effettivamente arrivare, dopo la conversione, ad un’esperienza di crisi nella quale si diventava momentaneamente così totalmente arresi a Dio da non peccare mai più. Essi credevano che l’opera della santificazione non comporti alcuno sforzo da parte nostra, se non l’arrendersi. Anzi, dicono che il nostro sforzo, il nostro impegno, sia un ostacolo al processo di santificazione, e che dobbiamo togliere di mezzo l’io, dobbiamo morire all’io, dobbiamo crocifiggere l’io, dobbiamo mettere l’io sull’altare; e tutti abbiamo sentito quei messaggi sul mettere la propria vita sull’altare, crocifiggere se stessi, e così via. E loro dicono che il nostro ruolo appropriato è arrenderci a Dio, e lasciare che Egli ci dia una vita di vittoria sul peccato. Noi diamo la nostra vita a Dio, Egli entra, Egli vive in noi, Egli produce la vittoria. Uno dei loro vecchi inni quietisti diceva così: “Santità per fede in Gesù, non per sforzo mio quaggiù”, io sono passivo.
E l’implicazione qui è che il cristiano sceglie una vita di fede e di fiducia, e dice no ad una vita di sforzo e di obbedienza in quanto tale. E fanno appello ad una particolare frase tolta dal suo contesto, Galati 2:20, “Non più io, ma Cristo”. Tra l’altro, quel versetto mantiene la tensione: “Io sono stato crocifisso con Cristo”, dice Paolo, “e vivo; non più io, ma Cristo vive in me”. Lui si trovava nella stessa tensione. Sono io che vivo, eppure è Cristo che vive. Il quietista dice semplicemente: “Non più io, ma Cristo”, cercando di eliminare quell’equilibrio. Uno dei loro scrittori forse più popolari è un uomo di nome Trumble. Giusto per darvi un po’ di comprensione di questa posizione, così che siate in grado di riconoscerla quando la vedete, Trumble scrive questo: “Il semplice fatto è che ogni volta che una vita che confida in Cristo come Salvatore viene completamente arresa a Cristo come Maestro”, cosa che essi vedono come un’esperienza di crisi successiva alla conversione, “allora Cristo è pronto a prendere il controllo completo di quella vita e subito a riempirla di Sé stesso. Quando ci arrendiamo e confidiamo completamente, moriamo all’io, e Cristo può e di fatto letteralmente sostituisce il nostro io con Sé stesso. Così non siamo più noi che viviamo, ma Cristo vive in noi, poiché la Sua persona riempie letteralmente tutto il nostro essere di Sé stesso nella Sua effettiva presenza personale. E fa questo non come una figura retorica, ma in modo tanto letterale quanto il fatto che noi riempiamo i nostri vestiti con noi stessi”. Fine citazione.
In altre parole, egli sta dicendo che arrivate a questo punto di resa, e letteralmente vi spogliate di voi stessi, e Cristo diventa il nuovo io. E ora, è quasi come una specie di incarnazione. Egli prosegue dicendo: “In questa condizione, un cristiano non sperimenta neppure la tentazione, perché essa viene sconfitta da Cristo prima che abbia il tempo di trascinarlo in un combattimento”. E io dovrei chiedermi quale “lui” resti da poter trascinare in un combattimento, se Cristo è diventato la vita stessa del credente. Ma capite il punto. In un certo senso semplicemente morite, vi arrendete, e mettete la vostra vita sull’altare. Vi lasciate cadere in un atto spirituale di passività. Cristo vi riempie, vive la Sua vita attraverso di voi. Allora tutto dipende da Lui.
E arrivare al punto di dire che un cristiano non sperimenta neppure la tentazione perché essa viene sconfitta da Cristo prima che abbia il tempo di trascinarlo in un combattimento, costringe allora a porre la domanda: beh, nel caso in cui quel cristiano pecchi, di chi è la colpa? Giusto? Di chi è la colpa? Se io ho arreso la mia vita a Cristo, e in quel momento di resa Egli è venuto a vivere la Sua vita attraverso di me, e se Egli sta vivendo la Sua vita attraverso di me ed io pecco, di chi è la colpa? Non può essere colpa mia; io mi sono arreso. Ma non può essere colpa di Dio, perché Dio non è l’autore del peccato. Non è mai colpa Sua.
E così, ciò che loro dicono è questo: “Beh, ti sei tolto dall’altare. Hai annullato la tua resa. Hai lasciato il luogo della resa mediante il quale ti eri posto nelle mani di Dio”. Ma questo non risponde alla domanda. Come potrei essere tentato di fare questo, se Egli ha il controllo di ogni cosa? Se ho arreso la mia vita a Cristo ed Egli sta vivendo la Sua vita attraverso di me, allora come potrei mai peccare? Come potrei mai non arrendermi, se mi sono arreso una volta ed Egli ora è al comando? Allora Egli è al comando, e impedirà quella cosa, giusto? Perché Egli non peccherà.
Hanno dovuto escogitare alcune analogie ingegnose per sostenere questa particolare dottrina. Una di coloro che l’ha articolata forse meglio di chiunque altro nel movimento è una donna di nome Hannah Smith; alcuni di voi forse hanno letto il suo libro, “Il segreto cristiano di una vita felice”. Molti cristiani l’hanno letto. In esso, lei offre un’analogia per aiutarvi a comprendere questa vita arresa. Scrive: “Che cosa si può dire della parte dell’uomo in questa grande opera, se non che egli deve continuamente arrendersi e continuamente confidare? Ma quando arriviamo al lato di Dio nella questione, che cosa non si potrebbe dire riguardo ai molteplici e meravigliosi modi in cui Egli compie l’opera che Gli è stata affidata? È qui che entra in gioco la crescita”, ed ecco la sua analogia, “il blocco d’argilla non potrebbe mai crescere fino a diventare un bel vaso se rimanesse in una cava d’argilla per migliaia di anni. Ma quando viene posto nelle mani di un vasaio esperto, cresce rapidamente, sotto la sua modellatura, fino a diventare il vaso che egli intende che sia. E allo stesso modo, l’anima abbandonata all’opera del vasaio celeste viene trasformata in un vaso d’onore, santificato e reso idoneo all’uso del Maestro”. Fine citazione.
Quindi, lei dice, ecco l’analogia perfetta. Voi siete argilla e il vasaio fa tutto; tutto ciò che fate è deporre lì il blocco d’argilla. Semplicemente salite e vi mettete sul tornio, restate lì, ed egli vi farà diventare ciò che vuole che siate; voi non avete alcuna parte. Beh, la domanda che vorreste farle è: “Beh, allora che cosa succede quando un credente pecca? Che cosa succede? Di chi è la colpa?” Al che lei risponde: “Quando un credente pecca, significa che il credente si è tolto dalle mani del vasaio celeste”. Ora, un momento. Questa è proprio una strana argilla. Salta sul tornio, e poi salta di nuovo giù. L’analogia crolla proprio a quel punto. Se il cristiano, in un determinato momento, nel momento di crisi della resa, è un pezzo d’argilla malleabile, completamente soffice e senza alcuna volontà propria, e si pone sotto la cura totale del Signore, e il Signore sta facendo tutta la modellatura, come è possibile al mondo che, nel momento successivo, quello stesso pezzo d’argilla decida di saltare fuori dalla mano del vasaio? Questa è proprio una strana argilla.
Quindi, potete vedere che in quella posizione ci sono alcune questioni davvero molto difficili. Se io do la mia vita a Cristo, e ora è Lui a viverla tutta attraverso di me, ed io sono passivo, allora i problemi dovranno essere deposti ai Suoi piedi.
Ora, questo ci porta semplicemente ad una breve considerazione dell’altra posizione, la posizione del pietismo. Il pietismo viene solitamente collegato ad un movimento nella Germania del XVIII secolo, che fu una giusta reazione all’ortodossia morta della chiesa luterana. Aveva molte caratteristiche ammirevoli, tra l’altro. Il Movimento Pietista poneva una forte enfasi sullo studio della Bibbia, sulla vita santa, sul cristianesimo pratico, sugli esercizi spirituali, sull’autodisciplina. Essi assumevano la posizione esattamente opposta rispetto al quietista. Dicevano che il cristiano deve essere coinvolto con tutte le sue facoltà, e tutte le sue capacità, e tutte le sue membra, e la sua mente, e il suo cuore, e la sua anima nella questione del perseguire la pietà. Ci vuole tutto ciò che siete, tutto il tempo, per perseguirla. Sottolineava la necessità delle buone opere. Sottolineava la necessità di essere utili. Sottolineava il fatto che se c’era una fede che non conduceva alle opere, non era una fede salvifica. Farebbero leva su un versetto come 2 Corinzi 7:1: “Purifichiamoci da ogni contaminazione di carne e di spirito, compiendo la nostra santificazione nel timore di Dio,” e avrebbero detto: questo è il nostro compito, questo è il nostro dovere.
E per la maggior parte, non penso che i pietisti fossero davvero fuori equilibrio. Ma quella visione pietistica può andare fuori equilibrio, perché può diventare un’enfasi eccessiva sullo sforzo personale. E sapete che cosa produce un’enfasi eccessiva sullo sforzo personale? Se credete che tutto il vostro progresso spirituale sia basato sulla vostra capacità di consacrarvi, disciplinarvi, e spingervi nella direzione giusta, allora farete esperienza di due cose: primo, quando avrete successo, avrete orgoglio; secondo, quando fallirete, avrete disperazione. Avrete orgoglio perché vi prenderete tutto il merito. Avrete disperazione perché, se siete voi l’unica risorsa, dove andrete adesso? Quindi, dovete fare i conti anche con questo.
Ora, un’enfasi eccessiva sul punto di vista quietista—Dio fa tutto, io mi lascio cadere—è problematica. Ora avete un problema: che cosa farete del vostro peccato? Lo attribuirete a Dio, perché è Lui che ha il controllo. D’altra parte, un’enfasi eccessiva sul punto di vista pietistico, che dice: “Devo fare tutto io, quindi quando lo faccio bene ricevo io la gloria; quando fallisco, sono miserabile perché non ho nessun posto dove andare”. C’è un equilibrio. E io credo che l’equilibrio si trovi in questo brano. Si trova in questo brano.
Ora, con questo in mente, lasciate che vi legga questi due versetti, “Così dunque, miei cari, come avete sempre ubbidito, non solo come in mia presenza, ma molto più ora che sono assente, adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore”. Avete sentito? Adoperatevi al compimento della vostra salvezza. Voi potreste dire: “Paolo è decisamente un pietista”. È un pietista, lo dice”. Guardate il versetto 13: “Infatti è Dio che opera in voi il volere e l’operare, secondo il Suo beneplacito”. E voi potreste dire: “No, è successo qualcosa tra il versetto 12 e il versetto 13, è diventato un quietista. Nel versetto 12 fa fare tutto a voi, e nel versetto 13 fa fare tutto a Dio”.
Ora, come faremo a capire questo? Non dovrebbe sorprenderci, davvero non dovrebbe. Non è un concetto nuovo. Non è un concetto nuovo. Voi potreste dire: “Adoperatevi al compimento della vostra salvezza,” e subito dopo dite: “Perché è Dio che opera in voi”. Non è nuovo, lasciate che vi mostri qualcosa. 1 Re, e volevo mostrarvi questo perché penso sia importante che vediate il carattere ampio di questa particolare questione e di questo particolare principio. È molto, molto importante capire questo. Guardate 1 Re capitolo 8, versetto 54. Qui avete Salomone nella sua preghiera di dedicazione, mentre parla al popolo d’Israele. Hanno dedicato il luogo che era stato costruito per l’adorazione di Dio, il tempio. E al versetto 54 cominciamo a vedere Salomone che parla al popolo dopo aver terminato la sua preghiera. Dice: “Quando Salomone ebbe finito di rivolgere al Signore tutta questa preghiera e supplica, si alzò da davanti all’altare del Signore, dove era stato inginocchiato con le mani stese verso il cielo; si mise in piedi e benedisse tutta l’assemblea d’Israele ad alta voce, dicendo,” ora voglio che seguiate questo, questo è il suo discorso: “Benedetto sia il Signore, che ha dato riposo al Suo popolo Israele, secondo tutto ciò che aveva promesso; non una parola è venuta meno di tutte le buone promesse che aveva fatte per mezzo di Mosè, Suo servo. Il Signore, nostro Dio, sia con noi come fu con i nostri padri; non ci lasci e non ci abbandoni”.
Ora, guardiamo al versetto 58, “Affinché Egli inclini i nostri cuori verso di Sé”. Dovreste sottolinearlo, “Affinché Egli inclini i nostri cuori verso di Sé, perché possiamo camminare in tutte le Sue vie e osservare i Suoi comandamenti, i Suoi statuti e i Suoi precetti, che comandò ai nostri padri”. In altre parole, se dobbiamo essere ubbidienti, chi dovrà renderci ubbidienti? Dio. Egli dice: “Sto supplicando Dio di inclinare i nostri cuori verso di Sé”. Questo è un uomo che sta dicendo che la nostra capacità di ubbidire è fondata sul fatto che Dio muova i nostri cuori verso di Lui. In altre parole, è un’opera divina.
Versetto 59: “E queste mie parole, con le quali ho supplicato davanti al Signore, siano vicine al Signore, nostro Dio, giorno e notte, perché Egli sostenga la causa del Suo servo e la causa del Suo popolo Israele, secondo il bisogno di ogni giorno, affinché tutti i popoli della terra conoscano che il Signore è Dio e non ve n’è alcun altro”. Ora, guardate il versetto 61: “Sia dunque il vostro cuore interamente consacrato al Signore, nostro Dio”. Sottolineatelo. Voi potreste dire: “Che cosa sta dicendo?” Questo è il lato esattamente opposto. Al versetto 58 egli dice: “O Dio, dipendiamo da Te perché inclini i nostri cuori verso di Te”. Al versetto 61 dice al popolo: “Voi fate in modo che il vostro cuore sia interamente consacrato al Signore, nostro Dio, per camminare nei Suoi statuti e osservare i Suoi comandamenti”. Lo stesso risultato.
Quindi, se foste stati lì quel giorno ad ascoltare Salomone, e qualcuno dopo fosse venuto da voi e vi avesse detto: “Beh, parlami della vita spirituale. Parlami della santità. Come avviene? È qualcosa che facciamo noi o qualcosa che fa Dio?” Voi avreste detto: “Sì, sì”. Noi preghiamo: “O Dio, inclina i nostri cuori verso di Te”. E poi esortiamo: “Faresti bene a consacrare interamente il tuo cuore a Dio”. Non è davvero un principio nuovo in Filippesi, vero?
Lasciate che ve lo mostri di nuovo. Il primo capitolo di 2 Pietro, il primo capitolo di 2 Pietro, al versetto 3. Ha appena parlato di Dio e del nostro Signore Gesù, e parla della divina potenza del Signore. E al versetto 3 dice: “La Sua divina potenza ci ha donato tutto ciò che riguarda la vita e la pietà”. Voi potreste dire: “Oh, Pietro è decisamente un quietista”. Lo dice: tutto ciò che riguarda la vita e la pietà è un dono di Dio per noi. La Sua divina potenza fa tutto. È stato per la Sua divina potenza che siamo stati letteralmente salvati, che siamo diventati partecipi, versetto 4, della natura divina, che siamo sfuggiti alla corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza. Voi potreste dire: è tutto da parte di Dio. Tutte le cose che riguardano la vita e la pietà vengono da Dio.
Ma guardate il versetto 5, “Proprio per questa ragione, mettendoci da parte vostra ogni impegno, aggiungete alla vostra fede la virtù; alla virtù la conoscenza; alla conoscenza l’autocontrollo; all’autocontrollo la perseveranza; alla perseveranza la pietà; alla pietà l’affetto fraterno; e all’affetto fraterno l’amore”. In altre parole, egli dice che fareste bene ad essere diligenti nel produrre tutte quelle cose. Voi potreste dire: “Ora, un momento. È quietista al versetto 3; è pietista dal versetto 5 in poi”. Stessa questione. Egli dice che da una parte è tutto da parte di Dio, e dall’altra parte ci vuole tutto quello che avete. La stessa cosa che disse Salomone, la stessa cosa che dice Paolo.
Ora, con questo in mente, torniamo a Filippesi 2 e guardiamo il testo, introducendo semplicemente il primo concetto. E la domanda che stiamo ponendo è: qual è il ruolo del credente nella santificazione e qual è il ruolo di Dio? Due punti in questo schema: il cristiano che opera verso l’esterno, Dio che opera dentro. Il cristiano che opera verso l’esterno, versetto 12; Dio che opera dentro, versetto 13. Parliamo del cristiano che opera verso l’esterno, e almeno introduciamo il concetto senza tutti i suoi meravigliosi dettagli. E permettetemi di dirvi che in questo versetto c’è tanta profondità, e tanta ricchezza, e tanto potenziale per una discussione significativa, che potreste predicare per mesi su questo solo versetto, solo a motivo delle sue implicazioni. Ma voglio semplicemente prendere il pensiero principale del versetto 12 e almeno darvi un senso di ciò che significa.
Versetto 12: “Così dunque, miei cari, come avete sempre ubbidito, non solo come in mia presenza, ma molto più ora che sono assente,” ecco il verbo chiave e il pensiero chiave, “adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore”. Questo è il punto principale del versetto 12. Adoperatevi al compimento della vostra salvezza. Questo è il principio. Paolo dice a questi credenti di Filippi: dovete adoperarvi al compimento della vostra salvezza. Voi potreste dire: “Ora, che cosa significa questo?” Molte persone sono state molto turbate da questa affermazione. Alcuni pensano che significhi lavorare per la vostra salvezza. Alcuni pensano che significhi lavorare alla vostra salvezza. Alcuni potrebbero pensare che significhi produrre da voi stessi la vostra salvezza. Ma la salvezza non è per opere, vero? Non potete lavorarci sopra. Non potete lavorare per ottenerla. Non potete produrla da voi, “Infatti è per grazia che siete salvati mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il dono di Dio, non per,” che cosa? “opere, affinché nessuno si vanti,” Efesini 2:8 e 9. Romani 3:21 a 24, molto chiaro: “Le opere della legge non giustificano nessuno, ma la giustizia viene per grazia”. No, non lavorate per la vostra salvezza. Non esiste salvezza per opere. Quindi, egli non sta dicendo: “Lavorate per, lavorate a, producete la vostra salvezza”. Sta dicendo: “Portatela a compimento”.
Che cosa intende dire? Beh, questo verbo è importante da notare. È un verbo all’imperativo al tempo presente, il che significa che è un comando con un’enfasi continua: continuate costantemente a fare lo sforzo di portare a compimento la vostra salvezza. Ora, che cosa significa nello specifico? Vediamo se riesco ad aiutarvi. Il verbo, per quanto lo comprendo io, significa sempre portare qualcosa al suo adempimento, alla sua pienezza, o al suo compimento; portare qualcosa al suo adempimento, alla sua pienezza, o al suo compimento. E ciò che egli sta dicendo è questo: la salvezza che è in voi deve essere portata fuori fino in fondo, fino al suo adempimento, fino alla sua pienezza. È davvero un comando ad uno sforzo sostenuto e ad una diligenza nel portare a compimento ciò che è già stato piantato dentro di voi. Questo è un pensiero ricco. E c’è una fonte secolare su questo verbo che offre una buona intuizione. L’antico studioso Strabone era un romano, vissuto più o meno sessant’anni prima di Cristo. Scriveva in greco, ed in uno dei suoi scritti aveva un resoconto, che ho scoperto questa settimana scorsa, riguardo ad alcune miniere che i Romani avevano in Spagna. E si riferisce ai Romani come a coloro che sfruttavano le miniere, ed usa proprio lo stesso verbo. E ciò che aveva in mente lì era che i Romani, e penso che questo sia chiaro nel suo scritto, se ricordo bene, possedevano quella terra. Era di loro proprietà, e ne stavano estraendo dall’interno tutta la ricchezza e tutto il valore, nell’estrazione dell’argento. E questa sembra essere una buona espressione di ciò che questa parola significa. Io devo estrarre dalla mia vita ciò che Dio vi ha riccamente depositato nella salvezza. Devo estrarlo. Devo produrre pepite così preziose di carattere personale da ciò che Dio ha piantato in me nella mia salvezza. Penso che questo sia il primo senso in cui dobbiamo comprendere questo versetto e questo comando. Quindi, potremmo dire che il primo aspetto, allora, è di vivere nella condotta quotidiana ciò che Dio ha messo dentro. Devo estrarre ciò che è già mio. Una vita santa giorno dopo giorno. Questa è l’idea. Devo essere impegnato nel processo per cui la mia salvezza viene fuori, nel senso che si manifesta nella mia condotta, nel mio comportamento. È una verità meravigliosa.
Ora, c’è un senso qui in cui stiamo facendo un grande sforzo. Voglio dire, il comando presuppone uno sforzo. Quando dice: “adoperatevi al compimento della vostra salvezza”, sta dicendo che dovete farlo. Dovete portarla a compimento. C’è impegno. Questa non è una visione quietista. Questa è un’affermazione molto forte riguardo allo sforzo personale. E la Scrittura è piena di esortazioni di questo tipo. Penso a Romani 6:19, dove Paolo dice: “Come avete presentato le vostre membra quali schiave dell’impurità e dell’iniquità, per commettere l’iniquità, così ora presentate continuamente le vostre membra quali schiave della giustizia per la santificazione”. In altre parole, avete la responsabilità di presentare tutte le vostre facoltà umane a modelli di giustizia nel processo della santificazione. Non è semplicemente una risposta passiva, un lasciarsi cadere; è una ricerca molto attiva, aggressiva, dell’obbedienza, persino nelle condizioni di essere, per così dire, uno schiavo. E poi, il versetto che abbiamo menzionato prima: “Purifichiamoci da ogni contaminazione della carne, compiendo la santificazione nel timore di Dio”, 2 Corinzi 7:1. Avete molti altri brani. Efesini capitolo 4: “Camminate in modo degno della chiamata alla quale siete stati chiamati,” e poi descrive in dettaglio come fare questo. Colossesi capitolo 3: avete una nuova vita, mettete da parte tutte queste cose, ira e collera e così via; non mentite gli uni agli altri, non calunniate. Tutte quelle esortazioni implicano che abbiamo una responsabilità. Se fosse semplicemente la vita arresa, allora perché ci sta dicendo di fare tutto questo? Se Egli sa che deve farlo, lo farà se noi siamo arresi. Vedete, tutte le esortazioni della Scrittura presuppongono la responsabilità da parte del credente.
Siamo chiamati ad una vita santa su base quotidiana, a portare a compimento ciò che è in noi, a portare all’esterno le pepite dell’argento prezioso che è in noi per mezzo della salvezza, affinché Dio sia onorato, affinché Dio sia glorificato.
In 1 Corinzi 9, non posso nemmeno parlare di questo argomento senza attirare la vostra attenzione su 1 Corinzi 9:24, dove Paolo dice questo, vedete se vi sembra passivo: “Non sapete che quelli che corrono nello stadio corrono tutti, ma uno solo riceve il premio? Correte in modo da riportarlo”. Questo è sforzo, gente; questo è sforzo massimo, “E chiunque gareggia nei giochi, chiunque pratica l’atletica, si esercita all’autocontrollo in ogni cosa. Essi lo fanno per ricevere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile. Io quindi corro in questo modo, non senza una meta; così combatto, non come battendo l’aria”. Io non faccio boxe contro la mia ombra e non corro in cerchio. Faccio il massimo sforzo per vincere.
Poi, versetto 27: “Anzi, tratto duramente, o colpisco, il mio corpo e lo riduco in schiavitù”. Ora, questo è un grande sforzo: correre, combattere, colpire il proprio corpo, sferrargli un colpo da KO perché si conformi al modello divino. Sforzo tremendo. Questa è una corsa. Paolo dice nella sua seconda epistola a Timoteo: “Ho combattuto il buon,” che cosa? “Combattimento”. Ho terminato la corsa. È una battaglia, è una corsa, è un incontro di pugilato. Egli dice: “Lungo il cammino lottiamo”. Parla delle armi della nostra guerra, che non sono carnali ma spirituali, il decimo capitolo di 1 Corinzi. Egli è coinvolto in un grande sforzo, in una grande lotta.
Mentre siamo in Filippesi, potreste voler guardare e cogliere meglio la lotta dell’apostolo, versetto 12: “Non che io abbia già ottenuto il premio, o sia già arrivato alla perfezione, ma proseguo il cammino per cercare di afferrare ciò per cui anch’io sono stato afferrato da Cristo Gesù”. Torneremo su questo. Egli sta premendo, sta avanzando, sta correndo, sta combattendo. Versetto 13: “Io non ritengo di averlo già afferrato, ma una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti, proseguo verso la meta, per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù”. Sto premendo, sto avanzando, sono disciplinato, mi tengo sotto controllo e sto facendo il massimo sforzo. Se necessario, percuoto il mio corpo per ridurlo in sottomissione, proteggo la mia mente, porto le mie membra a conformarsi allo standard divino. Impegno tremendo, sforzo tremendo.
In 1 Timoteo capitolo 4, ricordate il versetto 15? “Occupati di queste cose con cura,” dice Paolo al giovane Timoteo, “dedicati interamente ad esse, perché il tuo progresso sia evidente a tutti”. Impegnati con cura negli elementi spirituali della vita. Capitolo 6, versetto 12: “Combatti il buon combattimento della fede, afferra la vita eterna alla quale sei stato chiamato”. Linguaggio forte.
Ora, ascoltate attentamente. Questi ultimi due brani che vi ho letto ci portano alla seconda dimensione del portare a compimento la vostra salvezza. La prima dimensione è di vivere all’esterno ciò che Dio ha fatto all’interno, di perseguire la pietà, la devozione, la santità, l’obbedienza nella vostra vita all’esterno. Ma la seconda cosa è questa: questo verbo, come ho detto, significa sempre portare qualcosa a compimento. E io credo che sia inerente al portare a compimento la vostra salvezza, e forse questo è il pensiero più dominante: che perseguiate l’espressione piena e finale della salvezza, cioè la vostra glorificazione nel momento in cui incontrerete Cristo. Che ciò che egli sta realmente dicendo non è soltanto portate a compimento la vostra salvezza, ma continuate ad operare in vista della vostra salvezza, nel senso che state procedendo verso quel momento in cui vedrete Cristo e riceverete il fine della vostra fede, cioè la pienezza della salvezza.
Vedete, la salvezza viene in tre dimensioni: passato, presente e futuro. Quelli di noi che sono cristiani sono stati salvati. C’è stato un momento nel tempo in cui siamo stati trasferiti dalle tenebre alla luce. Abbiamo lasciato il regno delle tenebre per entrare nel regno del caro Figlio di Dio. Siamo passati dalla morte alla vita. Siamo passati dal peccato alla giustizia. Siamo passati dall’essere figli del diavolo all’essere figli di Dio. Siamo stati salvati, le nostre anime sono state salvate, siamo stati fatti nuove creature. C’è anche un senso in cui veniamo salvati proprio adesso. Siamo nel processo della salvezza. Che cosa significa? Che Egli ci purifica continuamente da ogni peccato. Non è soltanto un atto passato senza implicazioni future; è una realtà in corso.
Quindi, siamo stati salvati e stiamo venendo salvati, questa è la potenza che ci preserva, e saremo salvati. Stiamo aspettando la salvezza piena, cioè la redenzione dei nostri corpi. È per questo che Paolo in Romani 13:11 dice: “Ora la vostra salvezza è più vicina di quando credeste”. Quale salvezza? L’aspetto finale della vostra salvezza; essa viene in tre dimensioni. Che cosa sta dicendo, allora? Io credo che egli stia dicendo: portate a compimento la vostra salvezza, e portatela avanti fino al tempo della pienezza della vostra salvezza, quando vedrete il Signore stesso. E credo davvero che questo sia ciò che c’è nel cuore di Paolo quando dice in 1 Timoteo 6:12, che ho appena letto: “Combatti il buon combattimento della fede, afferra la vita eterna alla quale sei stato chiamato”. In altre parole, siete chiamati a quella caratteristica finale della salvezza; afferratela, perseguitela.
Voi potreste dire: “Beh, ora un momento. Dovremmo perseguire questo? Pensavo che fossimo eternamente al sicuro”. Esatto. La Bibbia insegna la sicurezza eterna, ma insegna anche la responsabilità della perseveranza dei santi. Avete sentito questo? E siete di nuovo davanti allo stesso apparente paradosso. Chi ha scritto Filippesi? Dio e Paolo. Quando siete stati salvati, è stato Dio o siete stati voi? È stato tutto Dio, ed è stato tutto da parte vostra nel consacrarvi. E Gesù è tutto Dio e tutto uomo. E la vita cristiana è tutta da parte mia e tutta da parte Sua. E la garanzia della mia vita eterna è tutta della potenza di Dio nel tenermi al sicuro, e tutta della perseveranza energizzata dallo Spirito di Dio dentro di me, che si muove verso quel giorno. Avete le stesse due cose che procedono fianco a fianco. Quindi, Paolo dice a Timoteo: “Guarda, devi afferrare la vita eterna alla quale sei stato chiamato”.
Tornando al versetto 16 del quarto capitolo, vi ho letto il versetto 15: “Bada attentamente a te stesso e al tuo insegnamento, persevera in queste cose, perché facendo così assicurerai la salvezza a te stesso e a coloro che ti ascoltano”. Sì, io credo che il cristiano sia al sicuro. Credo che possiamo vedere la sicurezza eterna in Romani 8. Ma non credo che la sicurezza eterna esista separatamente dalla perseveranza dei santi. I veri credenti portano a compimento la loro salvezza all’esterno con continuità fino al momento in cui saranno glorificati.
Giusto per darvi un po’ più di percezione di quel meraviglioso concetto della perseveranza, in Matteo capitolo 24 il Signore dice: “Chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato”. In Atti capitolo 13 e versetto 43, leggiamo un altro pensiero dello stesso tipo. Al versetto 43 dice: “Quando l’assemblea della sinagoga si sciolse, molti dei Giudei e dei proseliti timorati di Dio seguirono Paolo e Barnaba, i quali, parlando loro, li esortavano,” ascoltate questo, “a perseverare nella grazia di Dio”. In Atti capitolo 14, versetto 22, dice che Paolo fortificava gli animi dei discepoli, esortandoli a perseverare nella fede. Voi potreste dire: “Beh, ora un momento, se sono genuinamente salvati, non persevereranno forse nella fede?” Dio li custodirà dal Suo lato; ma dal loro lato essi devono perseverare. Dal punto di vista di Dio, Egli li tiene saldi; dal punto di vista dell’uomo, deve esserci perseveranza. In Romani capitolo 2 e versetto 7 dice: “A coloro che, perseverando nel fare il bene, cercano gloria, onore e immortalità, Dio dà vita eterna”. In altre parole, Dio dà vita eterna a coloro che perseverano. Quindi, quando credete, la salvezza entra; poi voi portate quella salvezza a compimento all’esterno, perseverando fino alla fine.
In Colossesi 1, ve l’ho letto così tante volte negli studi passati, dice al versetto 23 che siete salvati se davvero perseverate nella fede, fondati e fermi, e senza lasciarvi smuovere dalla speranza dell’evangelo. E lo scrittore di Ebrei discute così spesso questa questione. Capitolo 3, versetto 14: “Siamo divenuti partecipi di Cristo, se manteniamo ferma fino alla fine la fiducia che avevamo al principio”. E forse in modo ancora più significativo, capitolo 10, versetto 38: “Ma il mio giusto vivrà per fede; e se si tira indietro, l’anima mia non lo gradisce. Ma noi non siamo di quelli che si tirano indietro a loro perdizione, ma di quelli che hanno fede per la salvezza dell’anima”. Ora, quando Paolo dice di portare a compimento la vostra salvezza, sta dicendo: portate all’esterno ciò che è all’interno. E non soltanto questo nel momento presente, ma con continuità, facendo continuamente questo, porterete letteralmente la vostra salvezza al suo compimento ed al suo adempimento finale.
Tornate al capitolo 3 di Filippesi, e guarderemo un’ultima volta a ciò che Paolo scrive lì. Questo vi sarà utile. Filippesi capitolo 3. Guardate questo. Al versetto 7 dice che ha considerato ogni cosa come perdita a motivo di Cristo, “Considero ogni cosa,” versetto 8, “come perdita di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore”. È salvato; non c’è dubbio. Cristo Gesù, mio Signore. Egli Lo conosce. È salvato. Non c’è dubbio. Ma guardate il versetto 10. E dice questo: “Voglio conoscerLo meglio. Voglio conoscere la potenza della Sua risurrezione e la comunione delle Sue sofferenze, essendo reso conforme alla Sua morte. Voglio essere più simile a Lui. Voglio conoscere la pienezza della Sua persona, la pienezza della Sua potenza, la pienezza della Sua presenza. Voglio persino partecipare alla Sua passione”. E poi, al versetto 11, dice una cosa strana: “Per giungere in qualche modo alla risurrezione dai morti”. Non ce l’hai già? Non l’hai ricevuta quando sei stato salvato? Sì, ma devo perseverare fino alla fine nella fede. Ed egli lo dice al versetto 12: “Non che io l’abbia già ottenuto. Non sono ancora arrivato alla risurrezione. Non sono già diventato perfetto, ma proseguo il cammino per vedere se riesco,” eccolo qui, “ad afferrare ciò per cui anch’io sono stato afferrato da Cristo Gesù”. Che affermazione contorta per la mente umana. State cercando di afferrare qualcosa per cui Dio ha afferrato voi. Ragazzi, è strano. Quello che state dicendo è: “Sto cercando di raggiungere ciò che Dio mi ha dato”. Molto strano.
Ma sottolinea di nuovo che questa questione della salvezza, in tutti i suoi elementi, è tutta da parte di Dio e tutta da parte mia. Voi potreste dire: “Non lo capisco”. No, non lo capisco neanch’io. Non devo capirlo. È semplicemente vero. Tutto ciò che devo capire è che richiede tutto ciò che sono. E quando accade qualcosa di buono, tutto il merito è Suo.
Quindi, egli dice: “Fratelli,” versetto 13, “io non ritengo di averlo già afferrato”. La pienezza della salvezza non l’ho ancora sperimentata, ma vi dico che dimentico le cose che stanno dietro e mi protendo verso quelle che stanno davanti, e proseguo verso la meta, per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù. Sto perseverando con tutto il mio essere in vista del giorno in cui sarò chiamato in alto per essere con Cristo.
E tutti dobbiamo avere questo atteggiamento, dice al versetto 15, “Quanti dunque siamo perfetti,” qui usa la parola “perfetti” nel senso di salvati, quanti di noi sono a posto con il Signore per mezzo di Cristo, dobbiamo avere questo atteggiamento, dobbiamo perseverare. Dobbiamo continuare ad avanzare verso quel giorno. Quindi, che cosa ha detto Paolo nel nostro testo quando dice di portare a compimento la vostra salvezza? Intende dire: portate all’esterno ciò che Dio ha messo all’interno, e continuate fedelmente a vivere la vita cristiana fino alla fine, fino alla chiamata celeste. Questo è il suo comando. Ora, questo è sforzo. Questo è sforzo. Questo è il cristiano che opera verso l’esterno.
Ma questa è solo metà della storia, gente. Anzi, è un terzo della storia, perché c’è ancora molto altro nel versetto 12. Non voglio che ve ne andiate dicendo: “MacArthur ha detto che dipende tutto da noi”. No, non dite questo. È per questo che dico che dovete essere qui la prossima settimana, perché avete bisogno di cogliere il quadro completo. Questo è così profondo. Aspettate di arrivare al versetto 13, è così entusiasmante. Ma questa mattina affidiamo ciò che Dio ci ha dato all’opera dello Spirito nei nostri cuori. Preghiamo.
Padre, Ti ringraziamo questa mattina per questi meravigliosi momenti che abbiamo trascorso nella Tua preziosa verità. Signore, proteggici dallo squilibrio che così comunemente si verifica in tanti luoghi, nella mente di tante persone. Aiutaci a prendere l’esortazione di questa mattina a portare a compimento la nostra salvezza, a fare il massimo sforzo per portare a compimento la nostra salvezza, a portare all’esterno ciò che è all’interno, sapendo che siamo stati chiamati a protenderci, a correre, a combattere, a lottare, a fare pugilato, persino ad imbrigliare tutte le nostre membra, tutti i fattori della nostra umanità, affinché possiamo perseguire diligentemente e zelantemente la pietà.
E tuttavia, Signore, aiutaci a sapere che, proprio come la nostra salvezza è dipesa dalla nostra fede e dal nostro ravvedimento, è stata comunque tutta opera di Dio. E proprio come la Scrittura porta l’impronta dell’autore umano, essa è tutta la Parola di Dio. E proprio come Gesù era, in ogni senso, pienamente uomo, eppure era pienamente Dio. E proprio come siamo al sicuro nella potenza del cielo, abbiamo un’ancora nel cielo che ci tiene saldamente ancorati, e non ci sarà mai condanna contro di noi. Eppure, dobbiamo perseverare, ma in tutta la nostra perseveranza stiamo semplicemente afferrando ciò per cui siamo stati afferrati da Dio. E Signore, non comprenderemo mai questo, forse neppure dopo averti visto faccia a faccia, ma lo crediamo, e così oggi ci consacriamo di nuovo a disciplinare con grande zelo la nostra vita, perché sia vissuta in un modo che onori il Tuo nome. Non ci lasceremo cadere passivamente. Perseguiremo in modo aggressivo e attivo la pietà, per essere simili a Cristo, nel cui nome preghiamo. Amen.
FINE
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