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Aprireste adesso la vostra Bibbia al capitolo 2 di Filippesi, mentre continuiamo il nostro studio di questa grande epistola. Siamo arrivati ai versetti 12 e 13 di questo grande secondo capitolo. Ed abbiamo cominciato a considerare questi due versetti la scorsa settimana. Continueremo questa settimana, e completeremo il tutto la prossima settimana. La ricchezza di ciò che si trova in questo testo straordinario richiede la nostra più attenta riflessione. Sapete, fondamentalmente, tutto ciò che si compie nella vita richiede energia. Ci è voluta energia per alzarvi dal letto questa mattina. Ci è voluta energia per preparare qualunque cosa abbiate mangiato a colazione. Ci è voluta energia perché arrivaste qui, con qualunque mezzo di trasporto abbiate usato. Tutto si muove grazie all’energia, e questo è vero anche nella dimensione spirituale. Ed abbiamo esaminato la domanda collegata a questo brano particolare: qual è l’energia che provoca la santificazione? Qual è l’energia che provoca una vita di santità? Qual è l’energia che spinge alla rettitudine? Qual è l’energia che produce frutto? Qual è l’energia che porta al progresso spirituale? Ed abbiamo esaminato questa domanda così importante perché è esattamente quello che l’apostolo Paolo tratta in questi due versetti.

Ricorderete che la settimana scorsa vi abbiamo suggerito che, in parte, sono state date due risposte a questa domanda. Alcuni dicono che l’energia per il progresso spirituale è tutta di Dio. Infatti, storicamente parlando, quelle persone sono state chiamate quietisti. Essi credono che, in effetti, il cristiano sia "quieto" nel processo della crescita spirituale; che egli fornisce, o ella fornisce, fondamentalmente nessuna energia al processo, e che la chiave sia quella di arrendersi, di cedere, di morire a sé stessi, di mortificare sé stessi, di mettere la propria vita sull’altare. Che noi, fondamentalmente, non facciamo assolutamente nulla ed è tutto opera di Dio. C’è anche un altro gruppo di persone che sono conosciute come i "pietisti", i quali assunsero, in un certo senso, la posizione opposta rispetto ai quietisti, e dissero: “No, il progresso spirituale è alimentato dal credente. Dobbiamo essere devoti, dobbiamo impegnarci, dobbiamo essere diligenti, dobbiamo essere”, e questa era la loro parola chiave, “disciplinati personalmente e spiritualmente. Ci vuole tutto il nostro impegno per realizzare la santificazione”.

Abbiamo notato la scorsa settimana che, se leggessimo soltanto il versetto 12, potremmo pensare che Paolo fosse un pietista. Se leggessimo soltanto il versetto 13, potremmo pensare che fosse un quietista. Allora li leggeremo entrambi e vedremo la verità, “Così dunque, miei diletti, come avete sempre ubbidito, non soltanto come quando ero presente, ma molto più adesso che sono assente, adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore”. Questo suona in qualche modo come i pietisti: adoperatevi al compimento della vostra salvezza. Dipende da voi, sembra dire. Poi, al versetto 13 dice: “Poiché Dio è colui che opera in voi il volere e l’operare secondo il Suo beneplacito”. Il versetto 13 suona esattamente all’opposto. Sembra dire che è tutto Dio, che vuole e opera in voi qualunque cosa Egli desideri.

Ora, avendo letto questi due versetti ed avendo considerato le due posizioni opposte, potremmo concludere che questa sia una questione piuttosto complessa da risolvere. Ma non è così. Paolo la risolve in modo molto semplice. Dice al versetto 12 che è tutto opera vostra, e al versetto 13 che è tutto opera di Dio. Quello che non fa è armonizzare le due cose. Molto semplicemente, richiede tutto ciò che noi siamo e tutto ciò che Dio è. Semplicemente, richiede che io consacri ogni giorno la mia vita al servizio di Gesù Cristo con ogni facoltà che possiedo, e allo stesso tempo tutto ciò che viene compiuto dentro di me è l’opera di Dio. La risposta è: è tutto da parte nostra ed è tutto da parte di Dio.

Non dovremmo sorprenderci di trovare questo misterioso paradosso nella questione della santificazione; lo troviamo anche in molti altri modi nella Scrittura. Se torniamo, per esempio, alla questione dell’incarnazione, veniamo colpiti dal mistero del fatto che Gesù Cristo era Figlio dell’uomo, pienamente uomo, e che tutto ciò che Egli compì nella Sua vita lo fece come uomo. Parlò con la voce di un uomo, camminò con i piedi di un uomo, fece miracoli con le mani di un uomo, pensò con la mente di un uomo, vide con gli occhi di un uomo, udì con le orecchie di un uomo, provò sentimenti con il cuore di un uomo. Eppure, allo stesso tempo, era pienamente Dio. Egli era l’Uomo-Dio, l’unione insondabile di divinità e umanità, senza perdita per nessuna delle due. Non siamo sorpresi neppure di trovare lo stesso misterioso paradosso nella questione dell’ispirazione. Comprendiamo, per esempio, che Filippesi fu scritto dall’apostolo Paolo. È il suo vocabolario, è il suo cuore, è la sua mente, sono i suoi pensieri, i suoi ragionamenti, la sua logica, la sua passione, la sua preoccupazione. È tutto di Paolo, eppure ogni parola è ispirata dallo Spirito Santo. Com’è possibile? Eppure è così.

Abbiamo la stessa situazione quando pensiamo alla salvezza. La salvezza richiede di voltare le spalle al peccato e di abbracciare il Signore Gesù Cristo. La salvezza richiede un atto della volontà umana in cui il peccatore si ravvede, ripone la fede nella persona e nell’opera di Cristo. Eppure, è tutto opera di Dio, che lo ha scelto prima della fondazione del mondo ed ha compiuto quella salvezza mediante la grazia sovrana. Troviamo la stessa cosa nella perseveranza del credente. Siamo eternamente al sicuro perché siamo custoditi con Cristo nella mano di Dio, perché Dio ha stabilito le cose in modo tale che nessuno possa muovere un’accusa contro di noi: Dio non la ascolterà. Nessuno può condannare gli eletti di Dio. È Dio che giustifica. È Cristo che sta dalla nostra parte. Eppure, benché sia tutto opera di Dio per quanto riguarda la nostra sicurezza, è tutto da parte nostra per quanto riguarda la nostra perseveranza. E la Bibbia dice che, se non siamo fedeli nel perseverare fino alla fine, non erediteremo la vita eterna. Richiede tutto da parte nostra e tutto da parte di Dio, e qui si trova il paradosso divino ripetuto in molti, moltissimi modi diversi.

E così, quando arriviamo a questa questione della santificazione o della vita spirituale, non siamo sorpresi di scoprire che è tutto da parte nostra e tutto da parte Sua. Non dovremmo neppure sorprenderci perché questa non è la prima volta che una tale verità viene affermata nella Scrittura. 1 Corinzi capitolo 15 potrebbe essere un punto da cui cominciare, guardando brevemente un paio di altri brani. Ascoltate questo, 1 Corinzi 15 e versetto 10, Paolo dice: “Ma per la grazia di Dio io sono quello che sono”, e lì sta parlando spiritualmente, parlando non solo della sua salvezza, ma anche del suo sviluppo spirituale, “Per la grazia di Dio io sono quello che sono in questo momento, come cristiano, come insegnante della verità di Dio, come apostolo chiamato; sono quello che sono per la grazia di Dio. E la Sua grazia verso di me non è risultata vana. Dio mi ha reso quello che sono”.

Ora, questo all’inizio farebbe sembrare Paolo un quietista. Ma poi dice questo: “Anzi, ho faticato più di tutti loro”. In altre parole, qui c’è una realtà: egli è quello che è perché Dio lo ha reso quello che è, ma è quello che è perché ci ha lavorato più duramente di chiunque altro. E poi conclude il versetto tornando al punto da cui era partito e dicendo: “Non io però, ma la grazia di Dio con me”. Sono quello che sono perché la grazia di Dio mi ha reso così, ma anche perché ho faticato più di tutti gli altri. In altre parole, sta dicendo: ho raggiunto il livello di sviluppo spirituale che ho raggiunto grazie a Dio e grazie al mio stesso impegno.

Guardate con me Galati capitolo 2, e qui troviamo Paolo che rende di nuovo testimonianza alla stessa cosa. Dice questo al versetto 20 di Galati 2, un testo molto familiare: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Ora, questo è un versetto preferito dalla visione quietista, dai sostenitori di Keswick, dalla gente della vita più profonda, della vita più alta. Sono stato crocifisso con Cristo, dunque sono morto. Quando si viene crocifissi, si muore. Quindi non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. In altre parole, Paolo sembra piuttosto quietista a questo punto. In effetti sta dicendo: non sono io, è Cristo. Qualunque vita io viva, io sono morto ad essa; è Cristo che la vive.

Poi, avendo detto questo, dice così: “E la vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato Sé stesso per me”. Nella prima metà del versetto ha detto: io sono morto, Cristo vive. Nella seconda metà dice: ma io vivo, con Cristo che vive in me. E di nuovo, se leggeste soltanto la seconda metà, potreste concludere che fosse in qualche modo pietista. La vita che ora vivo nella carne la vivo per fede. Non vive, e poi vive. Non c’è nulla di lui, ed è tutto lui. In Colossesi, mentre ci dà uno sguardo sulla direzione e sull’obiettivo ultimo del suo ministero al capitolo 1, dice al versetto 28 che il suo obiettivo nel ministero era ammonire ogni uomo, insegnare ogni uomo con ogni sapienza, affinché possiamo presentare ogni uomo completo in Cristo; Colossesi 1:28, l’obiettivo di Paolo nel ministero: presentare gli uomini al Signore completi. Poi, al versetto 29, parla dell’energia, “A questo fine mi affatico anch’io, lavorando duramente”. Un verbo molto forte, che ha a che fare con uno sforzo intenso. Si potrebbe leggere: “A questo fine compio il massimo sforzo, lottando, agonizzando secondo la Sua potenza che opera potentemente dentro di me”. Lo stesso meraviglioso equilibrio, in qualche modo misterioso. È tutto da parte mia; è tutto da parte Sua.

Forse posso darvi un’illustrazione per aiutarvi a capire. Con gli occhi della mente, tornate a Esodo capitolo 14, da Mosè. Non avete bisogno di aprirlo. Pensateci soltanto con me per un momento. L’esercito del faraone è dietro di lui e il Mar Rosso gli blocca il cammino. Il desiderio del faraone è distruggere i figli d’Israele, ed il Mar Rosso significherà il loro annegamento, se vi entreranno. Ma Mosè era così fiducioso, benché si trovasse in quella trappola, così fiducioso che il Signore avrebbe dato la vittoria a lui e al popolo di Dio, che al versetto 13 di Esodo 14 grida al popolo, e questo è ciò che dice: “Non abbiate paura, state fermi, e vedrete la salvezza del Signore”. Non abbiate paura, state fermi, e vedrete la salvezza del Signore. Quella era grande fede, ma era un cattivo consiglio. Mi dispiace Mosè, ci sei arrivato solo a metà. Bene per quel tipo di fede, cattivo consiglio. Perché il Signore rispose immediatamente dal cielo e disse questo: “Perché gridi a Me? Parla ai figli d’Israele e di’ loro di andare avanti”. Questo mi piace. Non è: state fermi e vedete la salvezza del Signore. È che cosa? Andate avanti e vedete la salvezza del Signore. Dio avrebbe dato la vittoria, e l’avrebbe data in un modo tale che nessuno avrebbe potuto negare che era stato Lui a farlo. E in un modo tale che non avrebbe mai potuto essere fatto con alcun aiuto da parte dell’uomo, ma Egli non l’avrebbe fatto finché gli Israeliti non fossero andati avanti. Che analogia straordinaria. Perché è precisamente quello che Paolo ci sta dicendo qui nella dimensione spirituale. Non è: state fermi e vedete la vittoria del Signore. Non è: cedete, arrendetevi, lasciate andare e lasciate fare a Dio. È: muovetevi, e vedete la vittoria del Signore.

Quindi, concludiamo che ci sono soltanto due punti in questi due versetti. Punto numero uno, versetto 12: il cristiano che opera all’esterno. Punto numero due, versetto 13: Dio che opera all’interno.

Torniamo al nostro primo punto, che abbiamo introdotto la volta scorsa. Al versetto 12, Paolo dice fondamentalmente che il cristiano deve operare all’esterno. Infatti, l’affermazione principale del versetto 12, il verbo principale e l’idea principale, si trova alla fine del versetto 12: “Adoperatevi al compimento della vostra salvezza”. Questo è un imperativo presente; significa che è un comando con una forza continua: continuate ad adoperarvi al compimento della vostra salvezza. È un mandato. Notate, per favore, che non sta dicendo di lavorare alla vostra salvezza. Non sta dicendo di produrre voi la vostra salvezza. Non sta dicendo di lavorare per la vostra salvezza. La salvezza è un dono di grazia, non di che cosa? Per opere. Non state lavorando per ottenerla, non state lavorando su di essa per migliorarla, non la state producendo voi, state semplicemente manifestandola all’esterno. E abbiamo notato la volta scorsa, anzi in grande dettaglio, mentre studiavamo quella frase, che ciò che egli intende è produrre all’esterno della vostra vita ciò che è stato piantato all’interno, rendere visibile nella vostra condotta ciò che è vero della vostra natura redenta. Ciò che Dio ha operato all’interno in termini di salvezza, voi dovete operarlo all’esterno in termini di santificazione. E notate, per favore, che egli dice: “Adoperatevi al compimento della vostra salvezza personale”. E questo, tra l’altro, è enfatico nell’ordine greco qui. Adoperatevi al compimento della vostra propria significa senza di me, a prescindere da me, a prescindere dal mio aiuto. E, per quanto riguarda questo, a prescindere dall’aiuto di chiunque altro. C’è una chiara individualità in questo comando.

Abbiamo anche notato che il concetto di adoperarvi al compimento della vostra salvezza personale parla della salvezza nelle sue diverse dimensioni. Vale a dire che siamo stati salvati, siamo salvati progressivamente e saremo salvati.. C’è ancora una dimensione futura della salvezza che non si è ancora realizzata, quella salvezza piena e finale che sperimenteremo nella redenzione del nostro corpo, nella glorificazione, quando incontreremo Gesù Cristo e diventeremo simili a Lui. Dunque, egli sta dicendo: adoperatevi al compimento della vostra salvezza con continuità, nel senso che state operando in vista della forma finale della vostra salvezza. Quindi, abbiamo notato che egli aveva in mente entrambe le cose, mentre guardavamo più da vicino i termini qui. Adoperatevi continuamente finché non raggiungerete la piena espressione finale della vostra salvezza. Qui egli sta chiamando al massimo impegno. Il concetto di adoperarsi al compimento significa dedicarsi con intenso impegno. Egli sta chiamando a un grande sforzo.

E quindi, la volta scorsa abbiamo concluso che noi, come credenti, dobbiamo dedicare il massimo impegno alla questione del progresso spirituale, arrivando talvolta a ridurre il nostro corpo in servitù, come dice Paolo in 1 Corinzi 9:27: facendo pugilato, combattendo, correndo, gareggiando con perseveranza. Richiede tutto il nostro impegno, l’impegno di tutte le nostre facoltà. Ed è per questo che l’apostolo Paolo in Romani 12 dice che dobbiamo presentare i nostri corpi come sacrifici viventi e dobbiamo permettere che le nostre menti vengano continuamente trasformate, affinché possiamo conoscere e fare la volontà di Dio, che è sempre perfetta. Richiede la pienezza dell’impegno. Il fatto stesso che il Nuovo Testamento sia pieno di comandi rivolti al credente presuppone che il credente abbia sia la responsabilità sia la risorsa per rispondere.

Come spesso sono incline a fare, la scorsa settimana stavo leggendo la biografia di un grande uomo di Dio; si trattava di C. T. Studd, una porzione della sua vita. Quest’uomo era un uomo molto dotato e fuori dal comune, che fece grandi sacrifici andando nel campo missionario in un contesto molto primitivo. E una notte, quando lui e un collega stavano alloggiando in una struttura molto fatiscente, un luogo molto scomodo, ed era molto freddo e non avevano abbastanza da scaldarsi, era difficile dormire a causa del disagio che c’era lì; il suo collega si svegliò nel mezzo della notte e trovò C. T. Studd seduto, un po’ tremante, avvolto in una coperta che si era avvolto addosso, appoggiato contro due pareti nell’angolo di quella piccola stanza. E alla luce di una candela, stava leggendo la sua Bibbia. E secondo il biografo, il suo collega gli chiese perché fosse occupato in un modo così strano nel mezzo di una notte fredda, al che Studd rispose con queste parole: “Ho sentito che qualcosa non andava nel mio rapporto con il Signore, e così sto leggendo tutto il Nuovo Testamento per controllare tutti i comandamenti rivolti a me, nel caso ne avessi inconsapevolmente violato qualcuno”. Fine citazione.

Un approccio piuttosto serio, non vi pare, alla vostra vita spirituale. Non esattamente: lasciate andare e lasciate fare a Dio. Ecco un uomo così preoccupato della sua vita spirituale che se ne sta appoggiato in un angolo, con una candela, in una notte buia e fredda, avvolto in una coperta, a leggere l’intero Nuovo Testamento, nel caso potesse imbattersi in qualche comandamento che forse aveva violato, perché da qualche parte c’era un intoppo nel suo rapporto con il Cristo vivente. Questo è il tipo di devozione che serve per fare la differenza. Questo è ciò che Paolo aveva in mente quando disse: “Ho faticato più abbondantemente di tutti loro”. Sì, è la grazia di Dio; sì, è il massimo impegno. E ciò che elevò C. T. Studd una spanna sopra gli altri uomini della sua epoca che professavano il nome di Cristo non fu semplicemente la grazia di Dio considerata in modo isolato, ma fu la grazia di Dio insieme a quel tipo di devozione che tiene un uomo sveglio tutta la notte a leggere tutto il Nuovo Testamento, se può trovare una sola cosa che potrebbe aver violato e che può accrescere la pienezza del suo rapporto con Dio. E così, Dio sta chiamando tutti noi ad operare all’esterno ciò che è in noi, con la più grande diligenza.

Ora, voglio essere molto pratico perché penso che Paolo lo sia qui. E voglio darvi gli elementi che vi aiuteranno a farlo, perché egli ce ne dà cinque in questo versetto. Cinque cose che dovete comprendere e che vi assisteranno nell’adoperarvi al compimento della vostra salvezza con vera diligenza e fedeltà. Numero uno: dovete comprendere il vostro esempio. Dovete comprendere il vostro esempio. Notate che il versetto 12 comincia con una piccola particella in greco? È tradotta “così dunque”. Ma è la piccola particella, hōste. È una particella usata nella lingua greca per trarre una conclusione da una sezione precedente. E così, egli sta davvero raccogliendo in quelle due piccole parole italiane, “così dunque”, tutto ciò che è stato detto dal versetto 5 fino all’11. Così dunque, e che cosa troviamo prima di questo? Troviamo Gesù Cristo, tornando al versetto 5. Egli viene presentato lì come il modello dell’umiltà, come il modello dell’ubbidienza, come il modello della sottomissione. Perché fu Cristo Gesù a non aggrapparsi all’essere uguale a Dio. Fu Cristo Gesù, al versetto 7, a svuotare Sé stesso, a diventare servo. È Cristo Gesù, al versetto 8, che umiliò Sé stesso, fino al punto di morire su una croce. Fu Cristo Gesù che, per questo, fu esaltato da Dio, al quale fu dato un nome che è al di sopra di ogni nome, che abbiamo visto essere il nome Signore, il nome sovrano.

Vedete, è Cristo Gesù ad essere il modello. Ed egli dice: “Così dunque, adoperatevi al compimento della vostra salvezza personale”. Che cosa significa “così dunque”? Proprio come avete visto l’esempio di ciò che una persona salvata deve essere, alla luce del fatto che Egli fu ubbidiente, siate come Lui. Alla luce del fatto che Egli fu umiliato, siate come Lui. Alla luce del fatto che, essendo stato umiliato, Egli fu poi esaltato, considerate quella promessa come vostra. Quindi, Paolo sta dicendo: poiché Gesù Cristo vi ha dato l’esempio dell’umile ubbidienza a Dio, poiché Gesù Cristo vi ha mostrato che cos’è la sottomissione, poiché Cristo vi ha mostrato il sentiero dell’esaltazione, allora voi dovete seguire il Suo modello. Siate come Lui.

E non ho bisogno di dirvi questo, vero? Che la sostanza della vostra dedizione spirituale è davvero chiaramente definita nell’essere simili a Gesù Cristo. Ecco perché Paolo disse ai Galati che era nelle doglie, o nel dolore, finché Cristo non fosse pienamente formato in loro. Ecco perché Giovanni dice che se dite di dimorare in Cristo, dovete camminare come Egli cammina. Egli è il vostro esempio. Così dunque, adoperatevi al compimento della vostra salvezza personale, affinché nel processo desideriate, aneliate e perseguiate la somiglianza a Cristo.

C’è una seconda cosa che dovete comprendere qui. Dovete comprendere che siete amati. Dovete comprendere che siete amati. Sapete perché? Perché nel processo di impegnarvi ad adoperarvi al compimento della vostra salvezza e ad essere tutto ciò che potete essere, fallirete. E non penso che sia casuale che l’apostolo Paolo dica proprio al versetto 12: “Così dunque, miei diletti”. C’era una pazienza nel suo cuore che rifletteva la pazienza di Dio. C’era una misericordia e una grazia nel suo cuore verso le persone che amava e serviva e chiamava suoi figli nella fede, una pazienza che rappresentava la pazienza nel cuore di Dio. C’era in Paolo una misericordia che era la misericordia di Cristo. C’era in Paolo una grazia che era la grazia di Cristo. E quando dice loro: “miei diletti”, stava dicendo che nel mio rapporto con voi c’è spazio, dello spazio per il vostro fallimento.

C’erano Evodia e Sintiche, ed erano in conflitto l’una con l’altra. C’era evidentemente un po’ di orgoglio nella chiesa di Filippi; altrimenti egli non avrebbe parlato dell’umiltà in modo così forte. C’era lì un po’ di discordia e di disunità. Ma in tutto questo, erano ancora i suoi diletti. Non solamente una volta, ma già al capitolo 1, versetto 8, disse: “Io bramo tutti voi con l’affetto di Cristo Gesù”. Questo amore che aveva per loro era un amore che andava dal suo cuore fino alle viscere, per così dire, come esprimerebbe la parola greca. Sentiva profondamente quell’affetto. Afferma di nuovo che sono i suoi diletti al capitolo 4, versetto 1, proprio mentre rivolge loro una correzione, in particolare a due donne che erano fuori armonia: “Perciò, fratelli miei diletti, che desidero ardentemente”. C’era un affetto profondo. E in quell’amore e in quell’affetto c’era spazio per il fallimento. E questo riflette il cuore di Dio.

Non siete felici, come cristiani, che mentre vi adoperate al compimento della vostra salvezza personale ci sia dello spazio? Non siete felici di essere amati da Dio? E che dentro la cornice di quell’amore ci sia perdono, e ci sia misericordia, e ci sia grazia, e ci sia ristabilimento? Non siete contenti di non servire il tipo di Dio che rappresentano le divinità del paganesimo? Non siete contenti di non vivere sotto la schiavitù della paura verso quelle divinità che non possono essere placate in modo adeguato perché non c’è grazia? Comprendete che siete amati. Questo non è un comando oppressivo. Questa non è una direttiva militare indifferente. Questo è il cuore amorevole e appassionato di un pastore che dice al suo popolo: “Io mi prendo cura di voi. Capisco. C’è un po’ di spazio per il fallimento”, e così egli riflette il cuore di Cristo. Dunque, nell’adoperarvi al compimento della vostra salvezza, comprendete il vostro esempio e comprendete che siete amati.

Terzo, comprendete il ruolo dell’ubbidienza. Comprendete il ruolo dell’ubbidienza. Egli dice al versetto 12: “Così dunque, miei diletti, come avete sempre ubbidito”. Come avete sempre ubbidito. E quindi identifica un modello di condotta nella vita spirituale, molto simile a Efesini 2:10, dove dice che Dio ha disposto che camminiamo nelle buone opere. Vedete, la vita cristiana è fondamentalmente un modello di ubbidienza. Tra l’altro, la parola “ubbidito” qui viene dal verbo greco hupakouō, e la ragione per cui menziono il termine è perché dalla parola akouō otteniamo la parola acustica; significa ubbidire a qualcosa che avete udito. La piccola preposizione hupo all’inizio significa “sotto”: avendo udito, mettetevi sotto. Quindi parla del sottomettersi a qualcosa che avete udito. Ed egli sta dicendo fondamentalmente: avete sempre avuto quell’atteggiamento. Potete tornare al capitolo 16 del libro degli Atti e lì troverete che si dice che, quando Paolo giunse nella regione di Filippi, predicò il vangelo e Lidia ascoltò. Non soltanto ascoltò, ma credette, e dice che il Signore le aprì il cuore. E più tardi predicò, ricorderete, ai versetti 32 e 33, il vangelo al carceriere di Filippi e a tutta la sua casa, e anche loro ascoltarono, e anche loro credettero.

In entrambi i casi, mentre quella chiesa di Filippi stava nascendo, ci fu ubbidienza. Voi dite: “In che senso?” Ubbidirono alla parola che avevano udito. E qual è la parola del vangelo? Credi nel Signore Gesù Cristo e sarai salvato. La parola del vangelo arriva e dice: allontanati dal tuo peccato e volgiti a Cristo. Smetti di seguire te stesso e segui il Signore Gesù. Quello è un comando. Noi non lo pensiamo come tale, ma lo è. Il vangelo è un comando, lo capite? “Credi nel Signore Gesù Cristo” è un imperativo. Quando il Padre disse: “Questo è il Mio amato Figlio, ascoltatelo”, era serio. Dio comanda al mondo di ascoltare Cristo. Cristo comanda al mondo di credere. Gli apostoli e i predicatori comandano al mondo di credere in Cristo, così che ogni momento di salvezza è un momento di ubbidienza a un certo comando.

Spesso parliamo di condividere la nostra fede. Molto raramente parliamo di comandare alle persone di credere. Stiamo facendo più che condividere qualcosa, stiamo ribadendo un comando, “Questo è il Mio amato Figlio. Ascoltatelo”. Credete, ravvedetevi, seguiteMi. È precisamente per questo che l’apostolo Paolo articola l’apostolato come una chiamata rivolta ai Gentili, Romani 1:5, all’ubbidienza della fede. La fede è un atto di ubbidienza a un comando di ravvedersi e credere. E poi introduce una persona in una vita di ubbidienza, così che ciò che è più caratteristico della vita di un cristiano è l’ubbidienza a Dio, l’ubbidienza a Cristo. E dunque Paolo dice: avete sempre ubbidito.

A volte la vostra ubbidienza è sporadica. Ci sono tempi di disubbidienza, per i quali siete contenti di comprendere di essere amati, come abbiamo appena notato. Ma nondimeno, la nostra vita spirituale è caratterizzata dall’ubbidienza. In 2 Tessalonicesi capitolo 1, ricordate il versetto 8, dove parlando della retribuzione che verrà contro gli empi quando Gesù ritornerà dal cielo con i Suoi potenti angeli in fuoco fiammeggiante? Paolo dice: “Egli infliggerà la retribuzione a quelli che non conoscono Dio”, ascoltate questo, “e a quelli che non ubbidiscono al vangelo del nostro Signore Gesù”. Vedete, ricevere Cristo è un atto di ubbidienza a un comando divino. E in quel senso, se non ci fosse nessun altro senso, nella salvezza voi riconoscete sempre Gesù come Signore, perché nel credere vi state sottomettendo a un comando. E questo dà inizio a una vita di ubbidienza.

Nel capitolo 3 di 2 Tessalonicesi, al versetto 14, dice: “Se qualcuno non ubbidisce alla nostra istruzione”, e lì Paolo sta parlando a credenti, e dunque comprendiamo che, benché siamo stati salvati mediante un atto di ubbidienza per entrare in una vita di ubbidienza, è possibile per noi essere disubbidienti. Ed è per questo che dice: “Come avete sempre ubbidito, voglio che lo facciate molto di più”, ed entreremo in quell’affermazione tra poco. Dunque, dobbiamo comprendere che siamo chiamati a una vita di ubbidienza. Questo è il modello della nostra vita dal momento della salvezza.

Ricordate che cosa disse Pietro in 1 Pietro? Tanto per non pensare che Paolo sia l’unico ad aver dato questo messaggio. Egli dice che siamo eletti, 1 Pietro 1:2, secondo la prescienza di Dio Padre, mediante l’opera santificante dello Spirito, affinché ubbidiamo a Gesù Cristo. Questo è il cuore della nostra esperienza cristiana. Siamo chiamati all’ubbidienza. È per questo che nel grande mandato ci viene detto di fare discepoli andando e insegnando loro ad osservare tutte le cose che Io vi ho che cosa? Comandato. È una vita di ubbidienza. La salvezza è un comando, e tutta l’ubbidienza è articolata nella Scrittura come una serie di comandi. La definizione più basilare della nostra vita spirituale è che siamo agli ordini di un comandante e chiamati a ubbidirgli. Non comprendere questo significa non comprendere l’elemento più basilare della salvezza. È un atto di ubbidienza.

Dunque, se dobbiamo adoperarci al compimento della nostra salvezza, ciò richiede che comprendiamo il nostro esempio, Cristo, così da sapere a che cosa dobbiamo somigliare; che comprendiamo di essere amati, che abbiamo lo spazio per fallire ed essere di nuovo ristabiliti nella grazia; che comprendiamo nondimeno che siamo chiamati all’ubbidienza.

In quarto luogo, Paolo ci aiuta qui in questa questione dell’adoperarci al compimento della nostra propria salvezza facendoci sapere che dobbiamo comprendere le nostre risorse personali e la nostra responsabilità. Noi, come peccatori, siamo molto inclini a dare la colpa agli altri per i nostri problemi, non è vero? A giustificare noi stessi. Quindi egli ci ricorda qui che siamo responsabili perché abbiamo le risorse personali per il nostro proprio benessere spirituale. Detto semplicemente, egli dice questo in modo molto chiaro: “Così dunque, miei diletti, come avete sempre ubbidito, non soltanto come in mia presenza”, parousia, “ma ora molto più nella mia apousia”. In altre parole, dice: “Guardate, ho visto il modello di ubbidienza quando ero lì. Voglio vederne molto di più ora che non sono lì”. Il presupposto qui è che devono farlo da soli. È per questo che prima nel versetto, o più avanti nel versetto, dice: “Adoperatevi al compimento della vostra salvezza personale; non avete bisogno di me”.

Essi lo amavano. Nel capitolo 1, versetti 7 e 8, ci viene detto che il legame di affetto tra loro era molto forte. Avevano, infatti, come abbiamo sottolineato molti mesi fa quando abbiamo studiato quella sezione, un rapporto davvero unico. Amavano quell’uomo. Non c’era mai stato in quel tempo, e forse non ci sarà mai nella storia della chiesa, un uomo di Dio più grande di Paolo. Certamente mai un insegnante più grande della Parola di Dio, perché egli fu ispirato in molto di ciò che disse, che divenne una grande porzione del Nuovo Testamento, almeno tredici lettere. Questo è un uomo di Dio unico, che avrebbe potuto, se qualcuno poteva farlo, creare una dipendenza enorme, e lo fece. C’erano alcuni che dicevano, come abbiamo notato a Corinto: “Io sono di Paolo”. Si poteva diventare molto dipendenti dalla sua forza. Potevate quasi appoggiarvi a lui al punto che, se lui si spostava, voi cadevate.

Ma nel momento in cui scrive questa lettera egli è incarcerato come prigioniero e sta dicendo loro: “Nella mia presenza avete ubbidito; molto più ora dovete ubbidire nella mia assenza, potreste non avermi più”. L’ho visto quando ero lì; voglio vederne di più ora che sono via. Infatti, dovreste ubbidire ancora di più ora che sono via, perché dovreste essere progrediti fino a quel punto a motivo di tutto ciò che vi ho insegnato. E il punto che voglio farvi comprendere è che essi avevano il dovere e la responsabilità perché avevano le risorse per adoperarsi al compimento della loro propria salvezza.

A volte sentirete qualcuno dire: “Beh, il tale non è un cristiano molto forte, ma dopo tutto, guardate la chiesa in cui si trova. Il tale non è un cristiano molto forte, non riceve un buon insegnamento. Beh, sapete, il tale ha molto peccato nella sua vita, ma in realtà non è mai stato esposto a buoni libri, e non ha mai avuto nessuno che lo discepolasse”. E io vi dirò che ho incontrato persone negli angoli più remoti del mondo che conoscono e amano il Signore Gesù Cristo, e camminano con profondità e maturità spirituale, e magari sono quasi del tutto sole in un mare di paganesimo come missionari. Ma il loro amore per Cristo è profondo, costante e potente. E la loro testimonianza è pura e pulita. Perché? Perché hanno in loro lo Spirito Santo di Dio. È una grande benedizione trovarsi in un ambiente in cui la vostra vita spirituale viene stimolata, ma a volte diventa un ambiente in cui la vostra vita spirituale viene sostenuta artificialmente.

Le persone mi fanno continuamente questa domanda: “Che cosa pensi che accadrebbe a Grace Church se tu te ne andassi?” Suppongo che mi piacerebbe scrivere una lettera di risposta e dire: “Avete ubbidito nella mia presenza, ora molto più anche nella mia assenza”. Perché è irrilevante, in realtà in un certo senso, chi sia il vostro pastore. Verrà inevitabilmente quel tempo in cui io non sarò più in quel posto. Ma non c’è mai un momento nella vostra vita spirituale in cui non siate responsabili del progresso, perché avete le risorse. Dovete comprenderlo. E mentre potete considerarvi ricchi per il fatto di trovarvi in un ambiente stimolante, non potete dare la colpa di nessuna delle vostre mancanze all’assenza di un tale ambiente. Ci sono cristiani in giro per questo mondo che non potrebbero nemmeno sognare questo tipo di sistema di sostegno spirituale, eppure che ci farebbero vergognare tutti con la loro devozione. È una linea sottile quella tra essere una forza e diventare un sostegno per la vostra debolezza.

E lo capisco, e capisco quanto sia facile diventare dipendenti dalla forza spirituale di qualcun altro. Ma Paolo non permetterà che accada. Egli dice: “Voglio vedere più ubbidienza nella mia assenza, persino di quanta ne abbia vista nella mia presenza”. Dovete essere indipendenti dal vostro insegnante. Dovete essere indipendenti dal vostro pastore, dal vostro insegnante di scuola domenicale, da chi vi discepola, quando si tratta di vivere la vostra vita spirituale.

Tornate al capitolo 1, versetto 27, dove egli introdusse questo concetto. Disse: “Comportatevi in modo degno del vangelo di Cristo, affinché, sia che io venga e vi veda, sia che rimanga assente, possa sentire di voi che state saldi in un solo spirito, con una sola mente, combattendo insieme per la fede del vangelo”. Che io sia presente oppure no, è questo che voglio sentire. Perché? Perché dovete comprendere che avete la responsabilità e le risorse per adoperarvi al compimento della vostra salvezza.

Dunque, se noi come credenti dobbiamo operare all’esterno ciò che abbiamo all’interno, e farlo con continuità finché la pienezza della salvezza non sarà rivelata quando vedremo Cristo, significa che dobbiamo comprendere il nostro esempio, cioè Gesù Cristo. Dobbiamo comprendere che siamo amati, così da non diventare scoraggiati quando falliamo. Dobbiamo comprendere che siamo stati chiamati a una vita di ubbidienza, e dobbiamo comprendere che abbiamo la responsabilità perché abbiamo le risorse per il nostro sviluppo spirituale.

Quinto ed infine, c’è un’altra cosa che voglio che comprendiate, egli dice, ed è questa: voglio che comprendiate la conseguenza del peccato. Mentre c’è spazio perché voi falliate, siate perdonati e amati, dovete anche comprendere la conseguenza del vostro peccato. E così, egli chiude il versetto con questa affermazione: “Adoperatevi al compimento della vostra salvezza personale con timore e tremore”. La parola “timore” in greco, phobos; da lì otteniamo fobia. La parola “tremore”, tromos; da lì otteniamo trauma. Adoperatevi al compimento della vostra salvezza con fobie e traumi. Che cosa sta dicendo qui? Sta dicendo che nel vostro cuore dovrebbe esserci un sano timore di offendere Dio. Dovrebbe esserci uno scuotimento. Tromos significa uno scuotimento. Dovrebbe esserci uno scuotimento quando contemplate le conseguenze di una tale offesa. Questa è una reazione appropriata. È una reazione appropriata alla nostra debolezza e alla nostra inadeguatezza. È una sana ansietà di fare ciò che è giusto. Timore significa santo timore reverenziale, che nasce dal riconoscimento della nostra debolezza e della potenza della tentazione. Avete colto queste due cose? Nasce dal timore della nostra debolezza e dal timore della potenza della tentazione. È un sano timore che vi mette in guardia affinché non inciampiate e perdiate la vostra gioia, affinché non offendiate Colui che amate supremamente, affinché non compromettiate la vostra testimonianza davanti a un mondo incredulo, affinché non annulliate la vostra utilità nel corpo di Cristo e nel ministero che vi svolgete. Timore e tremore sono una reazione appropriata alla nostra debolezza e alla potenza della tentazione.

Dio desidera questo. Infatti, vi ho letto nel Salmo 111 ciò che si trova molte volte nei Proverbi: “Il timore del Signore è il principio della sapienza”. Ma ascoltate ciò che dice Isaia 66. Questo viene dal Signore: “Così dice il Signore”, versetto 1, “Il cielo è il Mio trono e la terra è lo sgabello dei Miei piedi. Dov’è dunque la casa che potreste costruirMi?” Che cosa farete per Me? In che cosa Mi rinchiuderete? Che cosa Mi offrirete? Di che cosa ho bisogno che voi possiate darMi? Che cosa voglio da voi? “Poiché la Mia mano ha fatto tutte queste cose, e così tutte queste cose sono venute all’esistenza, dichiara il Signore”. Poi Egli dice questo: “Che cosa voglio da voi? Vi dirò che cosa voglio. Ecco su chi Io volgo lo sguardo: su colui che è umile e contrito di spirito e che trema alla Mia Parola”. Volete sapere che cosa sto cercando? Volete sapere che cosa potete darMi? Potete tremare alla Mia Parola. Il versetto 5 dice: “Ascoltate la Parola del Signore, voi che tremate alla Sua Parola”. Questo diventa dunque, in realtà, un titolo per un credente: uno che trema alla Parola di Dio. Tremate voi alla Parola di Dio? Avete un sano timore di disonorarLo, perché non volete disonorare Colui che amate, perché non volete attirare su voi stessi la disciplina, perché non volete danneggiare la vostra testimonianza davanti al mondo che osserva, perché non volete annullare il vostro ministero efficace verso la chiesa? Vedete, adoperarsi al compimento della nostra salvezza è difficile. È difficile per me. È difficile. E il fallimento è molto possibile. E una delle cose che frena quel fallimento è un sano timore: un timore reverenziale, un rispetto per Dio. Non sto parlando del timore di essere condannati, del timore del tormento eterno. Non sto parlando di una disperazione o di uno scoraggiamento senza fine. Sto parlando di una riverenza che motiva.

Scrivendo sui Proverbi, Wardlaw scrisse queste parole, e penso che il paragrafo sia molto istruttivo. Dice: “Questo timore è diffidenza verso sé stessi. È tenerezza di coscienza. È vigilanza contro la tentazione. È il timore che l’ispirazione oppone all’alterigia nell’ammonimento: non siate alteri, ma temete. È badare a sé stessi per non cadere. È una costante consapevolezza dell’ingannevolezza del cuore e dell’insidiosità e della potenza della corruzione interiore. È la cautela e la circospezione che si ritraggono timorosamente da qualunque cosa possa offendere e disonorare Dio e il Salvatore”. Fine citazione. E Salomone disse in uno strano paradosso: “Felice l’uomo che teme”. È interessante, non è vero? Qualunque tipo di timore sia, è il tipo che vi rende felici. È un santo, sano timore reverenziale.

Noi, come coloro che nominano il nome di Gesù Cristo, che diciamo di appartenere a Dio, dobbiamo temere Dio. Temere Dio significa semplicemente che non voglio offenderLo. E so che Egli è santo e reagisce santamente contro il peccato; non voglio fare nulla che Lo offenda, non voglio fare nulla che Lo induca a disciplinarmi, non voglio fare nulla che mi faccia perdere la mia testimonianza davanti al mondo. Non voglio fare nulla che mi faccia perdere la mia efficacia verso la chiesa. E così, vivo nel timore del peccato. Perché temo il peccato? Perché sono debole nella mia carne, perché la tentazione è potente, e perché non voglio offendere Dio.

Per avere quel timore, dovete fare più che riconoscere di essere peccatori. Per avere quel timore, la vostra mente deve essere riempita di una convinzione profonda e stabile che il peccato è una grande offesa contro Dio. E se amate davvero Dio, sarebbe impossibile non ravvedervi, perché dovreste ravvedervi se aveste peccato contro Colui che amate supremamente. Sareste costretti. E credo che potremmo dire che un vero cristiano, nella profondità di una genuina devozione spirituale, non solo odia il proprio peccato, ma in un certo senso odia sé stesso per il proprio peccato e dice: “O miserabile uomo che sono”.

Una cosa è fare cordoglio per il peccato perché vi espone alla disciplina. Un’altra cosa è fare cordoglio per il peccato perché offende Dio. Una cosa è essere terrorizzati; un’altra cosa è essere umiliati. E Dio ci chiama ad avere un santo timore del peccato e a comprenderne la serietà.

Dunque, come faremo ad adoperarci al compimento della nostra salvezza? Beh, guardate all’esempio, ricordate che siete amati, ricordate la vostra chiamata all’ubbidienza. Molto semplice. Ricordate che siete responsabili perché avete le risorse dentro di voi, e comprendete la conseguenza del vostro peccato verso Dio, verso voi stessi, verso la chiesa, verso il mondo incredulo. Con tutto questo in mente, fate uno sforzo supremo per adoperarvi al compimento della vostra salvezza personale. Ora, lasciate che vi dica una cosa, amici: questo è tutto per oggi. È solo la prima metà. Dovete essere qui la prossima settimana, quando parleremo di Dio che opera in voi. Chiniamo insieme il capo in preghiera.

Padre, risuona ancora nei nostri cuori l’esempio di quel caro missionario che sedeva in un angolo, rannicchiato in una coperta con una candela, leggendo tutto il Nuovo Testamento nel mezzo di una notte buia e fredda, per scoprire se ci fosse una sola cosa che aveva fatto violando la Tua legge. O Dio, dacci quel tipo di zelo. Aiutaci a sapere che la ragione per cui l’apostolo Paolo fu usato in modo così potente non fu soltanto la grazia di Dio, ma il fatto che egli faticò più di tutti gli altri. Aiutaci, Signore, ad essere tutto ciò che Tu vuoi che siamo. E aspettiamo con tale fervore il prossimo giorno del Signore, quando potremo vedere i mezzi attraverso i quali questo può accadere mentre Tu operi in noi. E Padre, compi quell’opera anche adesso in ogni cuore.

FINE

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