Grace to You Resources
Grace to You - Resource

Apriamo allora le nostre Bibbie questa mattina a Filippesi capitolo 2, dal versetto 14 al 16, per il secondo e ultimo messaggio della nostra piccola serie intitolata “Basta lamentarsi”; continuando in questa epistola meravigliosa ai Filippesi, siamo arrivati ai versetti dal 14 al 16 e fino ad ora abbiamo ricevuto un comando molto semplice dell’apostolo Paolo al versetto 14: “Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute”, e questa, naturalmente, è la sostanza e la base dell’esortazione del nostro testo. La volta scorsa l'abbiamo considerata, ed oggi voglio darvi le ragioni per ubbidirvi così come sono presentate nei versetti 15 e 16. Quindi, il comando si trova nel versetto 14, e le ragioni sono nei versetti 15 e 16. Però prima di considerarle, torniamo indietro a toccare ancora una volta questa questione del lamentarsi.

Il critico sociale Christopher Lasch scrisse, e cito: “Ogni epoca sviluppa le proprie forme peculiari di patologia, che esprimono in forma esagerata la sua struttura caratteriale sottostante”, fine citazione. E suppongo che sarebbe d’accordo nel dire che la patologia della nostra epoca è l’autoindulgenza narcisistica. Ci troviamo in una cultura che si comporta un po' come quel giovane della leggenda greca, Narciso; che un giorno stava guardando giù in uno stagno e vide il suo riflesso, e si innamorò furiosamente di se stesso. Ed era così, talmente innamorato di se stesso che continuò a fissare lo stagno, struggendosi per quel riflesso di sé stesso che amava così tanto. Estatico era il suo amore di sé stesso. E sembra proprio che noi ci siamo ritrovati nella patologia del narcisismo nella nostra società; e mentre continuiamo ad amarci, e mentre continuiamo a concederci ogni indulgenza, continuiamo a generare dentro di noi una grandissima scontentezza, e a quello vi aggiungiamo il mondo di fantasia che ci circonda, quel mondo fantastico che ci mostra il fatto che là fuori dovrebbe esserci una qualche perfezione artificiale, così come la vediamo in televisione; e non sembriamo mai esser in grado di raggiungerla. E quindi il nostro narcisismo non fa altro che gettarci in ombre ancora più profonde di disperazione. Ci nutriamo di autoindulgenza. Pur avendo tutto, continuiamo a rimuginare su ciò che non abbiamo. Ci lamentiamo al punto che raramente, se mai accade, siamo soddisfatti.

Credo che ci sia un altro fattore nel nostro lamentarci. Al MIT c’è uno psicologo di nome Kenneth Kingston. Fece un’affermazione interessante; ascoltate cosa disse: “Se vivete in una società nella quale credete che le istituzioni pubbliche siano profondamente viziate e non facilmente migliorabili, questo lascia la ricerca della felicità individuale, in modo privato, come la sfida principale per le vostre energie”, fine citazione. E io credo davvero che noi oggi stiamo vivendo proprio in quel tempo. Penso che siamo una società che si lamenta più che mai, non solo perché siamo più indulgenti con noi stessi che mai, perché siamo più esposti che mai a un mondo di fantasia che non possiamo raggiungere, ma anche perché siamo rimasti disillusi riguardo a quelle realtà sociali che un tempo afferravano i nostri cuori, e ci è rimasta soltanto la ricerca della felicità personale.

La migliore illustrazione di questo sarebbe un confronto tra gli anni ’60 e le persone degli anni ’70 e ’80. Gli studenti degli anni ’60 erano contestatori. Erano talmente contestatori che ricordo di aver letto di un gruppo di studenti di Harvard che andarono dal loro professore e dissero: “Abbiamo un gruppo che vorrebbe protestare. Conosce una buona causa?” Era quasi come se la mentalità della protesta venisse prima della questione contro cui protestare. Ma che cosa accadde? Negli anni ’60 avevamo tutti quegli studenti contestatori, provarono e fallirono nel cambiare le istituzioni viziate della nostra società. E quando si resero conto che tutti i loro sforzi e tutto il loro lavoro non potevano cambiare i difetti delle istituzioni sociali, allora divennero gli Yuppies materialisti, affamati di denaro e orientati al successo degli anni ’70 e ’80, i quali dissero: “Non possiamo cambiare l’istituzione sociale. Riverseremo tutte le nostre energie nella nostra ricerca personale della felicità”.

Ed è lì che si trova la nostra società: alla folle ricerca di cose, di appagamento e di felicità, guardando narcisisticamente a se stessa, desiderando assecondare se stessa, rendendosi conto di poter fare ben poco per cambiare le istituzioni sociali, e quindi spostando continuamente il problema sull’autoindulgenza, concentrandosi costantemente su quella. E incorporata in tutto questo c’è una terribile, terribile possibilità di disillusione. E quindi avete uno spirito di lamento.

E io lo vedo dappertutto. Lo vedete ovunque. Ne fate parte anche voi. Lasciate che vi dia alcune cose di cui la gente si lamenta. Ora, dovete pensarci, e pensare a quanto siano frivole, e vedere se vi riconoscete. Ecco alcune cose tipiche che fanno aumentare la pressione sanguigna delle persone, che le fanno arrabbiare, che le rendono ostili. A volte persino violente. Cose come, per esempio, gli ingorghi del traffico generano un’incredibile ostilità, rabbia, lamentele. I guidatori lenti davanti a voi possono bastare a farvi perdere la santificazione. Quelli che vi tagliano la strada in autostrada, le persone chiacchierone vi irritano, le file lunghe, le file corte, qualunque fila; avere una sola persona davanti a voi vi fa lamentare. Voi volete le cose a modo vostro e le volete adesso. I bambini che piangono; se non pensate che ci sia una terribile, spaventosa e cupa scontentezza verso i bambini che piangono, allora chiedetevi perché ci sia un tale aumento del terribile abuso sui bambini, scatenato da bambini che piangono. Un tempo stretti al seno di una madre, ora colpiti con un ferro da stiro o con una padella, o chissà con che cosa. Telefonate in momenti inappropriati, chiavi smarrite; ci credereste? grandi traumi causati da questo. Cuccioli non ancora abituati a fare i bisogni fuori casa; voglio dire, noi ci angosciamo davvero per le grandi cose, non è vero?

Ma vedete, è uno spirito, le cerniere bloccate, specialmente se siete già in macchina a metà strada. Il cibo freddo; non solo lo vogliamo, ma lo vogliamo alla temperatura che vogliamo. Qualcuno che interrompe la vostra conversazione, vicini rumorosi, essere messi di fretta da vostro marito, aerei in ritardo, vestiti stretti, diete fallite, sbucciare cipolle, porte che cigolano, persone incompetenti intorno a voi, gomme a terra quando siete di fretta. Alcune persone si lamentano continuamente del fatto che devono far quadrare il libretto degli assegni. Non chiederò a quelli di voi che non hanno mai fatto quadrare il proprio libretto degli assegni di alzare la mano. Non voglio saperlo. Lavare i piatti, vostra suocera, le erbacce, i prezzi alti; queste sono le cose che, pensateci, queste sono le cose che generano ostilità nelle persone, che causano enormi conflitti nel matrimonio. Ci lamentiamo di tutte queste cose. Quanto è ridicolo.

Ora, se vi trovate a Hiroshima ed è il 1945, allora avete un problema degno di notevole preoccupazione. Ma solo perché avete perso una promozione o un affare, solo perché vostra figlia la settimana scorsa ha annunciato che odia la sua stanza, solo perché la banca vi ha notificato questa mattina che siete in rosso, sono sicuro che riuscirete a trovare un modo per sopravvivere. Calmatevi, riesaminate la situazione, ragionateci sopra. Sento parlare continuamente di crisi di mezza età; sapete che ci sono nazioni nel mondo che non hanno mai crisi di mezza età perché non vivono abbastanza a lungo? Alcune persone non sono affatto disturbate da queste cose; ci sono parti del mondo dove l’aspettativa media di vita è di 37 anni, e uomini e donne vengono risparmiati dalla realtà angosciante di un quarantesimo compleanno. Alcuni si lamentano per il conto della spesa. Più di 10.000 persone muoiono di fame ogni giorno, e voi vi lamentate per il conto della spesa? Milioni di altre soffrono di malnutrizione. Alcuni dicono di lamentarsi per l’alto costo dell’affitto. Beh, forse preferireste essere abitanti dei marciapiedi a Calcutta; loro non pagano affitto. Nascono, vivono e muoiono sul marciapiede. L’unica cosa di cui devono preoccuparsi è trovare uno straccio da mettere sotto la testa quando vanno a dormire.

Vedete, mentre questo genere di orrori continua nel mondo a un ritmo quasi normale e accettato, noi facciamo i capricci perché ci hanno fatto sedere a un tavolo mal posizionato in un ristorante elegante. Oppure siamo frustrati perché non riusciamo a perdere cinque chili. Oppure borbottiamo per i nostri debiti mensili. Avete problemi rispetto a che cosa? Ma vedete, è lo spirito della folla a lamentarsi. E poi, la cultura consumistica, idealistica e orientata alla fantasia alimenta il peccato della scontentezza. Come possiamo essere scontenti? Ricordate Lamentazioni 3:39: “Perché dovrebbe un qualsiasi essere mortale, o chiunque sia, lamentarsi alla luce dei suoi peccati?” Di che cosa abbiamo da lamentarci? Dunque, Paolo ci dà un principio generale nel versetto 14. E parla davvero a noi, in un tempo in cui viviamo in una cultura del lamento, “Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute. Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute”. A che cosa si riferisce quell’“ogni cosa”? Al vivere esteriormente la vostra salvezza interiore, al mettere in opera la vostra salvezza. Ecco l’atteggiamento pervasivo dell’esperienza cristiana. Mentre mettiamo in opera la nostra salvezza, mentre viviamo la nostra vita pia, dobbiamo farlo senza mai lamentarci delle circostanze che Dio ha posto intorno a noi. Dobbiamo vivere una vita senza lamentele. Dobbiamo rallegrarci sempre, per usare la terminologia successiva di Paolo, e ancora dico: rallegratevi. Dobbiamo essere contenti sia che siamo abbassati sia che abbondiamo, sia che abbiamo molto sia che abbiamo poco, sia che le circostanze ci piacciano sia che non ci piacciano. Non c’è posto per il lamento.

E vi sottopongo soltanto questo: sembra che sia molto più difficile in questa cultura che in altre, perché stiamo generando una cultura di lamentatori, una cultura assoluta di lamentatori. E quindi Paolo ci dà un principio generale che parla a noi in modo molto diretto.

Ora, notate, come ho sottolineato la volta scorsa, che questa questione del fare ogni cosa senza mormorii e senza dispute ha riferimento a Dio. Non tanto il mormorare e il disputare tra gli uni e gli altri; anche quello è peccato, ma l’idea qui è accettare quel piano provvidenziale che Dio ha ordinato per la vostra vita, vivere la vostra salvezza senza alcuna lamentela rivolta a Lui. Un cuore gioioso, un cuore riconoscente, nessun mormorio emotivo, questa è la parola per mormorio, e nessuna disputa intellettuale o discussione con Dio. Piuttosto, senza lamentarci, con gratitudine, viviamo la nostra salvezza. Questo è ciò che egli chiama i cristiani a mantenere, in termini di un atteggiamento che pervade tutta la loro vita.

Ora, egli ci dà tre ragioni per cui. Va bene? E ve le porrò semplicemente davanti. Non sono nuove, sono soltanto un breve ripasso, un riassunto, e so che vi saranno familiari. Ma nondimeno, sono la parola dello Spirito di Dio per noi oggi. Ragione numero uno, nel versetto 15: “Affinché siate irreprensibili e integri, figli di Dio senza biasimo”. Diciamo dunque, prima di tutto, che dobbiamo smettere di lamentarci per il nostro stesso bene, per il nostro stesso bene, affinché possiamo essere il tipo di figli che Dio ci ha salvati perché fossimo. Comincia da noi. E questa, tra l’altro, è chiaramente una proposizione di scopo e risultato, la piccola particella hina con il congiuntivo indica sempre scopo e risultato. E quindi si potrebbe tradurre “affinché”, oppure “con il risultato che”, oppure “avendo come scopo che”. In altre parole, questa è proprio la ragione per cui dovete fare questo, così che sarete figli di Dio irreprensibili, integri, senza biasimo. Siete chiamati a essere tutto ciò che un figlio di Dio dovrebbe essere. In Efesini 5:1, quella ingiunzione molto, molto importante di Paolo dove dice: “Siate dunque imitatori di Dio, come figli amati; siate imitatori di Dio, come figli amati”. Se Dio è vostro Padre, allora imitate Dio, allora modellate la vostra vita su di Lui. Se siete figli di Dio, allora vivete nel modo in cui un figlio di Dio dovrebbe vivere, manifestando il carattere di Dio. Come dice Tito 2, ornando la dottrina di Dio nel modo in cui vivete.

Quindi, notate di nuovo, guarderemo il versetto nello specifico, dovete smettere di lamentarvi, facendo ogni cosa senza mormorii e senza dispute, affinché possiate dimostrare di essere. Ora, il greco dice letteralmente: affinché possiate diventare, affinché possiate diventare. E credo che qui ci sia un processo: dovete essere nel processo di diventare figli di Dio irreprensibili, integri, senza biasimo. Quindi, non dovete lamentarvi affinché quel processo possa operare, affinché possiate essere nel processo alla fine del quale diventate figli di Dio integri, irreprensibili, senza biasimo.

Ora, quelle due parole, irreprensibili e integri, oppure alcune delle vostre traduzioni diranno irreprensibili e innocenti, in realtà non sono molto distanti nel significato. Entrambe parlano di purezza morale. Irreprensibile significa semplicemente una vita che non può essere criticata, una vita che non può essere criticata. Non c’è nulla per cui possiate essere ritenuti responsabili in termini di peccato, male, malvagità. È una vita senza colpa, è una vita che non ha macchia, non ha difetto su di sé, nessuna macchia peccaminosa che le persone possano distinguere e vedere.

E poi, la parola “innocente” potrebbe essere tradotta “integro”, o “innocuo”. Viene tradotta così in Matteo 10:16, dove Gesù dice: “Siate prudenti come serpenti e innocui come colombe”. Viene anche tradotta “semplici” in Romani 16:19, credo che sia lì, dove Paolo dice che dobbiamo essere semplici riguardo al male. Ha a che fare con l’essere puri. Ha a che fare con l’essere senza mescolanza, non adulterati, incontaminati; viene usata, per esempio, per riferirsi al vino non mescolato e al metallo senza lega. Quindi sta semplicemente usando due termini piuttosto basilari, dicendo che la vostra vita deve essere una vita che non può essere criticata a motivo del peccato, e che è pura, incontaminata, non adulterata e non mescolata con il male. Dunque, in realtà, sono due modi per dire essenzialmente la stessa cosa: una vita pura, una vita senza colpa e una vita senza difetto. Questo è il desiderio di Dio per il Suo popolo: che il loro carattere e la loro condotta siano così puri da non poter essere accusati giustamente, che siano al di sopra di ogni critica legittima, che non ci sia alcun elemento estraneo che contamini la loro vita. Dobbiamo essere, nei termini di 2 Corinzi 11, una vergine casta, una vergine pura; nei termini di Efesini 5, la chiesa deve essere una sposa irreprensibile, senza macchia, senza difetto. Stesso concetto.

Poi noterete anche nel versetto 15 che usa il termine “senza biasimo”. Anche questa è una sola parola nel greco; avete amemptos, akeraios, e poi avete amōmos, tutte hanno un alfa privativo, il che significa che sono termini negativi, e questo significa senza biasimo: senza colpa, senza difetto, senza macchia, senza imperfezione. Questa parola, tra l’altro, viene usata nell’Antico Testamento greco in Numeri, credo diverse volte, Numeri 6:14, Numeri 19:2, l’ho trovata in entrambi i passi, e lì si riferisce a un sacrificio, senza difetto, senza macchia, il tipo di sacrificio da portare al Signore. Quindi, in realtà, sta dicendo la stessa cosa in tre modi: integri, irreprensibili, senza difetto, senza colpa, senza peccato, puri. Questo è ciò che vuole. Perché? E la chiave è questa: figli di Dio. Dovete diventare il tipo giusto di figli di Dio. In altre parole, il tipo di figli che rappresenterebbe Dio nel modo giusto, che sarebbe credibile se diceste: io appartengo a Dio, Lui è mio Padre, io sono Suo figlio, sono Suo figlio spirituale. Dobbiamo essere veramente figli di Dio non solo per decreto divino, ma anche per testimonianza. In Romani 12 dobbiamo presentare i nostri corpi come sacrificio vivente e santo, gradito a Dio. Dunque, siamo come un sacrificio, dobbiamo essere senza macchia, senza difetto, senza contaminazione, incontaminati, puri. Siamo figli di Dio.

Dobbiamo entrare in contatto con questo. A chi appartenete? Di chi siete? Chi vi possiede? Di chi portate il nome? Di chi condividete l’identità? Di chi condividete la vita? La vita stessa di Dio. E quindi ogni credente deve vivere in coerenza con chi Egli è.

Pietro ci dà una buona motivazione, credo, in 2 Pietro 3. Sta parlando della seconda venuta di Cristo, quando Egli verrà, il giorno del Signore. E dice al versetto 14: “Perciò, carissimi, aspettando queste cose”, in altre parole, dato che aspettate il giorno del Signore che viene, l’intervento di Cristo nel mondo, la seconda venuta, dato che aspettate queste cose, “fate in modo di essere trovati da Lui in pace, senza macchia e irreprensibili”. In altre parole, se sapete che Cristo sta venendo, questo dovrebbe purificare la vostra vita. Se sapete che la Sua venuta è imminente, questo dovrebbe purificare la vostra vita. Vivete alla luce della venuta di Cristo. Siete Suoi figli, e Gesù sta venendo per voi, e voi volete comportarvi come un figlio di Dio dovrebbe comportarsi. Poiché siamo figli, portiamo il nome del Padre, e dobbiamo assicurarci di essere coerenti nel vivere una vita che parli bene del nome che portiamo. In questo contesto, questo significa: nessuna lamentela.

Nessuna lamentela. Se siete persone che si lamentano, che mormorano, che brontolano, che si piangono addosso, se discutete con Dio, o se siete mormoratori, e se siete scontenti, e se ogni piccola cosa nella vita, dalle cerniere bloccate ai guidatori lenti e a tutto il resto, vi fa perdere le staffe per la scontentezza e vi porta a lamentarvi e così via, allora avete distorto l’immagine che alcuni stanno vedendo riguardo al figlio di Dio. Avete peccato, non siete senza difetto, e questa è una tragedia.

Quindi, per il vostro stesso bene, a motivo di chi siete, è obbligatorio che ubbidiate all’ingiunzione del versetto 14, affinché possiate rappresentare correttamente i figli di Dio. Ricordo che da ragazzo, ve l’ho menzionato alcuni anni fa, mi trovai coinvolto in una situazione davvero compromettente, e uno dei diaconi della chiesa di mio padre mi disse: “Ma non sai chi è tuo padre? Come puoi comportarti così?” Questo mi è rimasto impresso nella mente come una verità spirituale. Io non voglio comportarmi in alcun modo, né tenere una condotta che possa portare qualcuno a dire: “Ma non sai chi è tuo Padre? Come puoi comportarti così?”

Secondo punto, quando parliamo della ragione dell’ubbidienza, non solo per il nostro stesso bene, ma per il bene dei non salvati. Qui c’è un principio molto basilare, per il bene dei non salvati. Egli dice al versetto 15: “Dovete diventare figli di Dio irreprensibili e integri, senza biasimo, in mezzo a una generazione storta e perversa, fra la quale risplendete come luci nel mondo, porgendo la parola della vita”. Ora, qui sta dicendo che questa questione di come vivete ha un impatto drammatico non solo sul fatto che siate coerenti o meno come figli di Dio, ma anche su come influenzate il mondo nel quale risplendete come luci. Ora stiamo parlando dei non salvati, ora stiamo parlando della nostra testimonianza, ora stiamo parlando del nostro mandato evangelistico. E questo, tra l’altro, è il cuore dell’appello. La prima parte ha soltanto condotto a questo; l’ultima parte ne deriva. Questa è la questione principale. L’evangelizzazione è principalmente una questione di figli di Dio che risplendono come luci in un mondo oscuro. Ma farlo in modo efficace si riduce a due cose: carattere e contenuto, carattere e contenuto, oppure personalità e proclamazione. Non è soltanto ciò che dite; è anche ciò che siete. E questo lo sappiamo. Questo è un buon promemoria.

Ora, vorrei che notaste il versetto 15, giusto per farvi entrare nei dettagli specifici: egli dice, “in mezzo a una generazione storta e perversa”, e lì prende in prestito una frase dal cantico di Mosè in Deuteronomio 32, versetto 5. Lì Mosè stava parlando all’Israele apostata e diceva: non siete più figli di Dio, perché siete una nazione storta e perversa. Quindi prende in prestito quella stessa frase, soltanto che questa volta non sta definendo l’Israele apostata; lo scrittore della Scrittura ora sta definendo la società del mondo in cui esiste la chiesa. In Deuteronomio 32, Mosè caratterizzò l’Israele apostata come una nazione storta e perversa, e qui Paolo prende in prestito quella frase per caratterizzare l’intero mondo nel quale esiste la chiesa. E noi viviamo in mezzo a una generazione storta e perversa. E questa è una cosa che dobbiamo stare molto attenti a comprendere.

Ho pensato, sapete, beh, forse potrei prendermi un po’ di tempo e parlare della perversità della nostra nazione. E poi ho pensato: “No, tutti sanno quanto sia perversa; c’è qualcuno che ha bisogno di informazioni al riguardo?” Non credo proprio. Viviamo in una generazione storta e perversa. Vi prego di notare: siamo in mezzo ad essa. Gesù disse in Giovanni 17, quando pregò il Padre: Io non Ti chiedo di toglierli dal mondo, Ti chiedo di conservarli nel mondo. E lì siamo noi, come luci nel mondo. È un mondo di persone che rigettano Dio. È un mondo di persone che odiano Cristo. È un mondo tragico, moralmente deformato, spiritualmente pervertito. Rigetta il messaggio di Dio, come fece l’Israele antico. Vorrei che notaste quelle due parole: “storta e perversa”. La parola generazione è genea, potrebbe essere tradotta anche nazione. Ma le parole “storta e perversa” sono interessanti. Storta è una parola greca, skolios. Avete mai sentito parlare di una malattia chiamata scoliosi della colonna vertebrale? È una curvatura della colonna vertebrale. Viene da questa parola, perché la parola significa curvo, deformato. Descrive qualcosa che non è nel giusto allineamento, che è fuori asse e deviato dallo standard. Proverbi 2:15 descrive la società di questo mondo in questi termini. Dice: “I loro sentieri sono tortuosi, ed essi sono sviati nelle loro vie”. Isaia 53 lo esprime così al versetto 6: “Noi tutti come pecore eravamo”, che cosa? “Erranti”. E quindi l’uomo ha una malattia spirituale, una scoliosi del cuore, nella quale è deviato da Dio, nella quale ha abbandonato lo standard, si è allontanato dal filo a piombo diritto della giustizia.

E poi, una parola ancora più forte è la parola perversa. Questa parola significa essere gravemente contorti o gravemente distorti. Quindi l’uomo si è allontanato dal sentiero, e in quell’allontanamento è diventato gravemente contorto e gravemente distorto. È una condizione anormale. Tra l’altro, anche il nostro Signore usò sostanzialmente la stessa espressione in Luca 9. Gesù disse: “O generazione incredula e perversa, fino a quando sarò con voi e vi sopporterò?” Quindi questa è una buona caratterizzazione, una usata nell’Antico Testamento, una usata nei vangeli, una usata dallo scrittore dell’epistola per descrivere qualcuno che ha deviato dal sentiero della giustizia, deviato dal piano di Dio, ed è diventato contorto, pervertito.

Ora, noterete qui che dice “in mezzo a una nazione storta e perversa”, e poi dice: “fra i quali voi apparite come luci nel mondo”. Quindi, in un certo senso, generazione e mondo vanno insieme. Generazione parla fondamentalmente della popolazione; mondo parla del sistema morale, etico, peccaminoso, nel quale essi pensano, e secondo il quale conducono la loro vita e regolano il loro comportamento. Quindi noi affrontiamo un mondo distorto e contorto. Questo mi viene ricordato continuamente. È un mondo contorto e pervertito. La fornicazione è giusta, l’adulterio è giusto, l’omosessualità è giusta, mentire è giusto, imbrogliare è giusto, e tutto il resto. Ma non secondo la Parola di Dio. Quindi tutta la cultura ha deviato dallo standard della giustizia, e in quella deviazione è diventata distorta e contorta, e il loro modo di pensare è così contorto che non ci aspetteremmo mai che l’uomo naturale comprenda le cose di Dio. Per lui sono che cosa? Sono follia, sono pazzia.

Ora, questo ci lascia allora con due cose molto importanti. Dobbiamo raggiungere questo mondo perverso, dobbiamo raggiungere questo mondo storto, e ci sono due modi: primo, ciò che siamo; secondo, ciò che diciamo. Guardiamo, prima di tutto, a ciò che siamo. Versetto 15: “Figli di Dio senza biasimo in mezzo a una generazione storta e perversa, fra i quali risplendete come luci nel mondo”. Ora, questo è ciò che siamo. Questo è ciò che siamo. Fra i quali apparite, phainomai, probabilmente potrebbe essere tradotto “voi state risplendendo”, potrebbe essere “dovete risplendere”. Ma egli sta dicendo che dovete risplendere, e questo adesso non parla di ciò che diciamo, ma di ciò che siamo, ciò che siamo. Voi risplendete, e questa è la sua analogia, come luci, phōstēr; quella parola, in senso metaforico, può riferirsi a molti tipi diversi di luce. Ma ogni volta che viene usata in senso specifico non metaforico, si riferisce sempre al sole, alla luna o alle stelle. E io penso che qui, probabilmente, sia questo ciò che Paolo sta dicendo.

Troviamo, per esempio, un uso simile di questo termine nella Settanta in Genesi 1:14 e Genesi 1:16, e troviamo alcune fonti non bibliche in cui questa parola viene usata per riferirsi al sole, alla luna e alle stelle. E ciò che egli sta semplicemente dicendo è che voi vivete in un universo oscuro, e voi siete le stelle, il sole e la luna; voi siete l’unica luce che il mondo ha. Come il sole, la luna e le stelle risplendono nei cieli, e come illuminano un cielo che altrimenti sarebbe oscuro, così voi risplendete nel mondo, illuminando una società che altrimenti sarebbe totalmente oscura. Noi risplendiamo.

Ora, che cosa intendete per risplendere? Noi dimostriamo la luce di Dio. Che cos’è questo? È la vita di Dio. Non entrerò in tutto uno studio, ma luce e vita sono una cosa sola. La vita, la vita di Dio in noi, enfatizza il carattere di quella vita. La vita di Dio in noi, come luce, enfatizza l’impatto di quella vita. E trovate Giovanni che passa avanti e indietro tra questi concetti, luce e vita, così come anche Paolo in alcune occasioni. Gesù dice nel Sermone sul Monte: “Voi siete la luce del mondo”. Voi siete un vaso nel quale la luce di Dio è stata versata con la vita di Dio, e adesso avete la vita quanto alla sua qualità e la luce quanto al suo impatto. È una vita che risplende. È una luce vivente. E quindi siamo chiamati a essere ciò che Israele non è riuscito a essere. Ricordate in Romani 2:19, Paolo dice: “Tu sei convinto di essere una guida dei ciechi e una luce per quelli che sono nelle tenebre”, ma non lo sei. Israele, il Giudeo, come i capi giudei del tempo di Paolo, pensavano di essere le luci, ma non lo erano; e così sono chiamati ciechi che guidano ciechi, ed entrambi cadranno nel fosso. Ma noi siamo la luce del mondo. Perché? Perché la luce della vita risplende in noi, e la luce della Sua vita in noi risplende da noi. Noi siamo vasi.

In 2 Corinzi 4:6, Paolo dice che Dio, che per primo ordinò alla luce di risplendere nelle tenebre, ha inondato i nostri cuori con la Sua luce. Ora possiamo illuminare gli uomini dando loro la conoscenza della gloria di Dio che viene attraverso il vangelo di Gesù Cristo. Noi siamo luci. Siamo figli di luce. In Efesini 5:8 c’è un buon promemoria di questo, e lo conoscete molto bene, “Un tempo eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore; camminate come figli di luce”. Poi egli parla persino del frutto della luce, e che cos’è? Il frutto della luce è bontà, giustizia e verità, cercando di imparare ciò che è gradito al Signore e non partecipando alle opere infruttuose delle tenebre. La nostra luce risplende nelle nostre opere: bontà, giustizia, verità, ciò che siamo; è così che la luce risplende.

In realtà voi illuminate le persone, in un modo o nell’altro. Voi emanate una luce che produce un effetto, voi, come figli di Dio. Non potete entrare in contatto con altre persone in questa generazione storta e perversa senza influenzarle in qualche modo. E se siete cristiani devoti, santi, ubbidienti, avrete un impatto quasi sconvolgente sulla maggior parte delle persone. E sentiranno la luce, e forse persino si ritireranno dalla luce, perché è così evidente che possedete qualcosa che loro non possiedono. Potranno sentire le vibrazioni, per usare un’altra analogia, della vostra santità; potranno sentire un desiderio ardente di essere qualcosa di meglio di ciò che sono. Potranno persino percepire l’appetito, la fame, la sete dell’invisibile e dell’eterno che sanno di non avere. È anche vero che, se siete una persona cattiva, porterete vibrazioni oscure, e la vostra vita toccherà qualcun altro e produrrà una corrente corrispondente che voi avete indotto. Quindi influenzate le persone in bene o in male; lo fanno tutti.

In un certo senso è una cosa terribile a cui pensare. F.B. Meyer scrisse: “Questi pensieri gravano sul cuore: che non si possa mai pronunciare una parola, concludere un affare, o mostrare un volto illuminato dal fulgore di Dio oppure oscurato e abbattuto, senza rendere più difficile o più facile per altri uomini vivere una vita buona. Ognuno di noi, ogni giorno, assomiglia a Geroboamo figlio di Nebat, che fece peccare altri uomini, oppure sta elevando altri uomini nella luce, nella pace e nella gioia di Dio. Nessun uomo vive per se stesso e nessun uomo muore per se stesso, ma la vita di ciascuno sta influenzando un numero crescente di esseri umani; che solenne responsabilità è vivere”. E noi abbiamo questa responsabilità. Voi siete luce. Siete stati chiamati a illuminare il mondo oscuro. E la qualità della vostra vita è la piattaforma della vostra testimonianza personale. Dovete capirlo. Attraverso il tipo di vita che vivete, costruite una piattaforma sulla quale ciò che dite diventa credibile. Se non avete una piattaforma a motivo della vostra vita, il vostro messaggio non è credibile. E un cristiano mormoratore, scontento, brontolone, lamentoso, che si piange addosso, non avrà mai un’influenza positiva sugli altri. Non potete parlare del vangelo, del perdono, della gioia, della pace, dell’allegrezza, del conforto, e poi gemere, brontolare e lamentarvi continuamente. Le persone non crederanno che il vangelo faccia ciò che voi state cercando di dire che farà. Ecco perché il filosofo Heine, in Germania, disse: “Mostratemi le vostre vite redente, e forse sarei incline a credere nel vostro Redentore”.

Ma oltre al nostro carattere c’è il nostro contenuto, c’è ciò che diciamo. Guardate il versetto 16. Egli aggiunge anche che, nel processo di risplendere come luci nel mondo, voi state “porgendo la parola della vita”. Ora, alcuni lo tradurrebbero “tenendo salda”. Ora, la mia opinione è che se Paolo avesse voluto dire “tenendo salda”, probabilmente avrebbe usato katechō; invece usa epechō, porgendo o offrendo. Lo stesso verbo usato qui viene usato nell’Odissea di Omero per riferirsi al porgere un dono di vino perché qualcuno lo prenda e lo beva, quindi è una sorta di offerta. Può significare tenere saldamente, tenere strettamente, ma il contesto qui è quello del risplendere in un mondo oscuro. È quello di mandare luce in un mondo oscuro. Quindi, sia la parola, sia i suoi usi, sia il suo confronto con altri termini, sia il suo contesto, mi sembrano favorire l’idea di porgere, offrire. Noi risplendiamo come stelle in termini di carattere. Porgiamo la Parola della vita. Che cos’è? La Parola che dà vita. Quale Parola dà vita? Il vangelo, il vangelo, il messaggio che dà vita, il vangelo della salvezza che dà vita, la vita di Dio all’anima, all’anima dell’uomo. Gli uomini sono morti nei falli e nei peccati, dice Efesini 2:1, hanno bisogno di vita. Noi porgiamo quella vita. Noi porgiamo quella vita. Questa è proclamazione. Quindi, da un lato è personalità; dall’altro è proclamazione, è carattere ed è contenuto. È ciò che siamo, è ciò che diciamo.

Quindi smettete di mormorare, dice Paolo, smettete di lamentarvi, smettete di discutere con Dio, ubbidite a Dio con gioia, mettete in opera la vostra salvezza senza lamentarvi. E nel processo di risplendere come luci nel mondo, porgete il vangelo che salva, e scoprirete che ci sarà una pronta accoglienza, perché una vita trasformata è la più grande pubblicità del vangelo. Non uno spirito negativo, brontolone, lamentoso. Quindi sono la vostra fiducia gioiosa, riconoscente, positiva ed entusiasta in Dio, il vostro amore per Lui e la vostra ubbidienza a Lui, che rendono efficace la vostra testimonianza.

Terzo e ultimo punto, e l’ho tenuto per ultimo, e voglio dire soltanto uno o due brevi commenti su questo perché non voglio che pensiate che sia un discorso a mio vantaggio. Però questo è un punto estremamente interessante. Punto numero tre: smettete di lamentarvi per il vostro stesso bene, smettete di lamentarvi per il bene dei perduti, o dei non salvati nel mondo; terzo, smettete di lamentarvi per il bene del vostro pastore. Avete afferrato? Voi dite: “Aspetta un attimo, questo è nella Bibbia?” Sì, sì. Guardate il versetto 16: “Affinché nel giorno di Cristo io possa avere motivo di gioire, perché non ho corso invano né faticato invano”. Egli dice: “Guardate, se ubbidirete a questo comando, io sarò felice nel giorno di Cristo, e guarderò indietro alla mia vita e dirò: non è stato invano, non è stato invano”. Quindi, egli dice: fatelo per me. E qui si vede il suo cuore pastorale. Dice: “Siate puri, siate santi, senza lamentela, per amore di colui che ha dato la sua vita nel servizio verso di voi, per amore di colui che è stato chiamato da Dio, per amore di colui che è stato incaricato da Dio, per amore di colui che si è speso perché potesse servirvi nel ministero. Per favore, fate questo per me, e non per il mio bene temporale, ma per il mio bene eterno”, dice. Non per farmi apprezzare di più il mio ministero. No, ma per darmi una gioia più grande nell’eternità. Perché? Credo che sia molto semplice. Questo non è orgoglio, questo non è un discorso interessato. Paolo sta dicendo questo: guardate, “Io amo Dio. Amo Dio con tutto il mio cuore, con tutta la mia anima, con tutta la mia mente e con tutta la mia forza. Vivo in questa vita per servire Dio. E guardo avanti al cielo per una grande ragione: voglio glorificare Dio. E quanto più efficace è stato il mio servizio in questo mondo, tanto più grande sarà la mia capacità di glorificarlo nel mondo a venire. Quindi non limitate la mia capacità di glorificarlo nel mondo a venire, rendendo vane le mie fatiche qui, perché voi non avete portato a compimento ciò che dovevate”.

E quindi, ecco la sua terza e convincente motivazione: fatelo per il vostro bene, affinché possiate essere figli di Dio come si deve. Fatelo per il bene dei perduti, affinché possiate risplendere come luce nel mondo, porgendo la parola della vita. E fatelo per il mio bene, affinché per amore verso di me, e per stima verso di me, e per il desiderio di vedermi pienamente in grado di glorificare Dio nell’eternità, lo facciate. Punto meraviglioso, non è vero? Egli aveva speso la sua vita per loro. Era stato lo strumento umano della loro salvezza. In Atti 16 è riportato come nacque la chiesa di Filippi. Ora si trova in prigione. Non sa quanto tempo abbia ancora. Per quanto ne sa, a questo punto potrebbe perdere la vita. Alla fine risultò che non la perse se non più tardi, in una seconda prigionia. Ma in quel momento affrontava quella prospettiva. Guarda avanti all’incontro con il Signore e dice: “Quando incontrerò il Signore”, versetto 16, “nel giorno di Cristo”, e questo, tra l’altro, è diverso dal giorno del Signore. Ha un’enfasi diversa. Il giorno del Signore enfatizza il giudizio; il giorno di Cristo enfatizza le ricompense. Il giorno del Signore si concentra sul non credente; il giorno di Cristo si concentra sul credente. Quindi dice: “Mentre guardo al giorno di Cristo”, e tra l’altro abbiamo fatto uno studio dettagliato su questo nel nostro messaggio sul capitolo 1, versetti 6 e 10, “mentre guardo avanti al giorno in cui vedrò Cristo e riceverò la mia ricompensa”, dice, avrò motivo di gloriarmi, o meglio, “motivo di gioire, motivo di gioire”. E perché gioirò? “Perché saprò di non aver corso invano”, e questa è una parola usata per parlare dei corridori in uno stadio, che fanno il massimo sforzo per vincere una grande gara, “e di non aver faticato invano”; quello è kopiaō, lavorare fino al sudore e allo sfinimento. In altre parole, voglio arrivare alla fine, voglio vedere Cristo e sapere che nulla dello sforzo tremendo che ho fatto è stato per niente.

Volete incoraggiare il mio cuore per tutta l’eternità essendo fedeli? Non credo che qualcuno abbia mai questo tipo di pensiero. Voi avete mai questo tipo di pensiero? Accidenti, voglio essere un cristiano fedele affinché John MacArthur possa ricevere una piena ricompensa. Sì. Voglio dire, è talmente bizzarro che non ci avete mai pensato. Beh, ora lo sapete, giusto? È proprio qui. Non lo dico egoisticamente. Voglio dire, alcune persone pensano che la cosa migliore che possano fare per il predicatore, sapete, sia portarlo a cena o mandargli un biglietto e scrivergli una bella lettera. E queste cose sono meravigliosamente incoraggianti. La cosa migliore che potreste mai fare per il pastore, e per i pastori, e per tutti quelli che vi guidano qui, e in qualunque altra chiesa siate stati, la cosa migliore che potreste mai fare è vivere tutto ciò che vi hanno mai insegnato, così che quando arriveranno nella gloria avranno la più piena capacità di lodare e glorificare il Dio che hanno servito, per tutta l’eternità. Io non voglio nulla in questa vita. Nemmeno Paolo. Interessante. Dovete stimarli moltissimo nell’amore, dice in 1 Tessalonicesi 5:12, a motivo della loro opera. Dovete seguire la loro fede, dice in Ebrei 13:17. Sapete che cosa disse Giovanni in 3 Giovanni 4? Ascoltate questo, disse: “Non ho gioia più grande che sentire che i miei figli camminano nell’amore”. La gioia più grande di qualunque servo di Dio è l’ubbidienza del suo gregge, questa è la gioia più grande. Allora arriverete al giorno di Cristo sapendo che non avete corso invano, e non avete faticato invano. Non avete lavorato fino al sudore e allo sfinimento, e non avete corso al massimo nella gara per niente, perché le persone sono state fedeli.

Non è egocentrico. È che si tiene così cara la responsabilità del ministero da desiderare che Dio sappia che si è offerto il miglior sforzo possibile. Paolo, se deve vantarsi, Romani 15 dice: in Cristo Gesù ho dunque di che vantarmi, ma non oserò parlare di nulla se non di ciò che Cristo ha compiuto per mezzo di me. Egli lo sa. Qualunque cosa in cui gioiamo, Cristo l’ha fatta; qualunque cosa buona accada nella vostra vita, Cristo l’ha fatta. Ma siate fedeli per amore di coloro che hanno riversato la loro vita in voi. Siate fedeli per amore di coloro che hanno piantato il seme e di coloro che hanno annaffiato il seme.

Confrontate questo, proprio mentre chiudiamo, con un versetto nel capitolo 49 di Isaia. Ascoltate Isaia. Ascoltate ciò che disse. Molto prima, nel capitolo 6, era stato chiamato al ministero; ora sta guardando indietro. Versetto 4: “Ma io ho detto: ho faticato invano, ho consumato la mia forza per nulla e vanità”. Non è triste? “Ho faticato invano. Ho consumato la mia forza per nulla e vanità”. Profeta con il cuore spezzato. Oh, Paolo sapeva che non sarebbe finita tutta male. Anche Isaia lo sapeva. C’era una ricompensa per Isaia. E Paolo sapeva che non sarebbe stato tutto completamente per niente, perché disse in 1 Corinzi 15:58 che sapeva che la sua fatica nel Signore non era vana. Ma ciò che sta dicendo è: “Voglio una risposta piena, voglio una ricompensa piena, così da poter avere una gioia piena e una piena capacità di glorificare Dio”.

E quindi vi dico, carissimi, siate fedeli a questo comando per il vostro bene, per il bene dei non salvati, e per il bene di coloro che hanno dato il loro servizio a voi come vostri pastori. Chiniamo insieme il capo in preghiera.

Padre, avevamo bisogno ancora una volta di questo promemoria, perché siamo così inclini a uno spirito di lamentela. Ricordiamo le parole di Isaia 45:9: “Guai a chi litiga con il suo Creatore, un vaso di terracotta fra i vasi della terra! Dirà forse l’argilla al vasaio: Che fai? O l’opera che stai facendo dirà: Egli non ha mani?” Ci lamenteremo contro di Te? Ti risponderemo per il modo in cui ci hai fatti? Per il disegno della nostra vita? Aiutaci, Signore, a fare ogni cosa nel mettere in opera la nostra salvezza, ogni cosa, senza lamentarci, con gioia e riconoscenza, affinché possiamo essere figli che portano onore al loro Padre, affinché possiamo essere luci che risplendono in un mondo oscuro, affinché possiamo portare gioia e allegrezza eterne al cuore di coloro che hanno faticato in nostro favore. E tutti noi, Padre, abbiamo pastori preziosi che hanno dato porzioni della loro vita per noi; possiamo essere fedeli, affinché essi possano arrivare nel giorno di Cristo e vedere che la loro fatica non è stata vana. Grazie, Signore, per tutto ciò che stai facendo nella nostra congregazione. Grazie per il modo continuamente fedele in cui manifesti la Tua grazia verso di noi. Perdonaci per le nostre lamentele e metti i nostri piedi sul sentiero dell’ubbidienza, per amore di Cristo. Amen.

FINE

This sermon series includes the following messages:

Please contact the publisher to obtain copies of this resource.

Publisher Information
Unleashing God’s Truth, One Verse at a Time
Since 1969

Welcome!

Enter your email address and we will send you instructions on how to reset your password.

Back to Log In

Unleashing God’s Truth, One Verse at a Time
Since 1969
Minimize
View Wishlist

Cart

Cart is empty.

Subject to Import Tax

Please be aware that these items are sent out from our office in the UK. Since the UK is now no longer a member of the EU, you may be charged an import tax on this item by the customs authorities in your country of residence, which is beyond our control.

Because we don’t want you to incur expenditure for which you are not prepared, could you please confirm whether you are willing to pay this charge, if necessary?

ECFA Accredited
Unleashing God’s Truth, One Verse at a Time
Since 1969
Back to Cart

Checkout as:

Not ? Log out

Log in to speed up the checkout process.

Unleashing God’s Truth, One Verse at a Time
Since 1969
Minimize