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Se volete, aprite la vostra Bibbia questa mattina alla nostra quarta e ultima lezione sulla piccola epistola meravigliosa di Filemone. Abbiamo intitolato queste quattro lezioni: “Lezioni viventi sul perdono”, per coloro che non hanno seguito la serie, voglio offrirvi una breve revisione della cosa. L’apostolo Paolo scrisse questa lettera, che è composta da un solo capitolo lungo 25 versetti e la scrisse ad un amico, un amico di nome Filemone. L’aveva condotto a Cristo. Filemone era chiaramente cresciuto in Cristo, ed è evidente da questa lettera che fosse un uomo di grande carattere e convinzione cristiana. Sua moglie è menzionata al versetto 2, Appia, e molto probabilmente anche suo figlio è identificato come Archippo, che era, a sua volta, coinvolto nel ministero cristiano. A quanto pare, Filemone era un uomo di una certa ricchezza; almeno, era in grado di ospitare la chiesa di Colosse nella sua casa. Ed era quindi ben conosciuto da molti leader spirituali, predicatori e insegnanti di quel tempo.

C’era un altro membro della casa di Filemone, uno schiavo menzionato al versetto 10, di nome Onesimo. Onesimo desiderava la libertà. Non era cristiano e quindi fuggì, era uno schiavo fuggitivo, e quando partì, dovette aver preso denaro o qualcosa di valore per mantenersi nell’anonimato nella città di Roma, dove si recò. Per la provvidenza di Dio, questo schiavo fuggitivo a Roma entrò in contatto in qualche modo con l’apostolo Paolo, che si trovava in quella città come prigioniero in una casa in affitto, ma ancora in grado di predicare e insegnare la Parola di Dio alle persone che andavano e venivano. Forse la gravità della situazione di Onesimo era così grande, forse la sua consapevolezza del peccato era così forte, che decise di cercar Paolo, di cui doveva aver sentito parlare, visto che era ben noto a tutti nella casa di Filemone e alla chiesa che vi si riuniva.

Qualunque siano state le circostanze, giunse ad ascoltare la predicazione di Paolo e si convertì a Gesù Cristo. Questo schiavo, Onesimo, divenuto cristiano, divenne un amico molto caro e prezioso per Paolo, nonché un suo aiutante persino durante la prigionia. Tuttavia, quando Paolo scoprì che era uno schiavo fuggito dalla casa del suo stesso amico Filemone, sapeva che doveva rimandarlo indietro. Questa lettera, quindi, da Paolo a Filemone ha un unico grande scopo: chiedere a Filemone di perdonare questo schiavo fuggitivo, Onesimo, che ora era diventato credente. E quindi abbiamo detto che è una lezione viva sul perdono.

Come abbiamo già imparato, il perdono è una promessa. Questo è davvero ciò che è. È una promessa. È la promessa di non vendicarsi mai, è l’opposto del rifiuto di perdonare, che è una promessa di cercare vendetta. Se volete una definizione semplice del perdono, pensatela come ad una promessa di non vendicarsi mai, è una promessa dichiarata verbalmente. È un’affermazione d’amore che afferma: “Non provo rabbia, non provo odio, non provo amarezza nei tuoi confronti”, ed ha una triplice prospettiva: non lo tirerò mai fuori con te, non lo tirerò mai fuori con nessun altro, non lo tirerò mai fuori con me stesso. Questo è il perdono. Non importa cosa mi hai fatto, non importa quanto mi hai offeso, faccio una promessa di non cercare vendetta. Non provo rabbia, non provo odio, non provo amarezza, non lo tirerò mai fuori con te, non lo tirerò mai fuori con nessun altro e non lo tirerò mai fuori con me stesso. Questo è il perdono.

Abbiamo osservato che il perdono è l’atto più simile a Dio e a Cristo che un cristiano possa compiere. Non sei mai più simile a Dio o a Cristo di quando perdoni, perché questo è quello che Dio fa, questo ed è ciò che Cristo fa. Il perdono è una virtù magnifica. Sir Thomas More, Lord Cancelliere d’Inghilterra, dopo essere stato processato a Westminster e condannato a morte senza alcuna giusta causa, parlò ai suoi giudici. Queste sono le sue famose parole, cito: “Come San Paolo teneva i vestiti di coloro che lapidarono Stefano a morte, e poiché ora entrambi sono santi in Cielo e lì continueranno ad essere amici per sempre, così confido sinceramente e pregherò di cuore che, sebbene le vostre signorie qui sulla terra siano state i giudici della mia condanna, possiamo tuttavia un giorno ritrovarci con gioia in cielo nella salvezza eterna”, fine della citazione. Oh, la bellezza del perdono! La bellezza del perdono di Stefano, di cui parlò Thomas More, che disse: “Signore, non imputare loro questo peccato” mentre lo schiacciavono con la lapidazione. La bellezza del perdono di Gesù, che guardò i suoi crocifissori e disse: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”.

Ora, questa meravigliosa piccola lettera, senza mai menzionare la parola “perdono”, ci insegna una lezione vivente sul perdono. Ci insegna alcuni elementi essenziali del perdono nei modi più delicati, più pratici e più subdoli. Paolo ci ha già aiutati a vedere e identificare il tipo di carattere che bisogna avere per perdonare. Nei versetti dal 4 al 7 abbiamo indicato che, se vuoi avere il carattere di colui che perdona, devi avere un interesse per il Signore, un interesse per le persone, un interesse per la comunione, un interesse per la conoscenza, un interesse per la gloria di Cristo ed un interesse per il servizio, e tutto ciò emerge dai versetti 4 al 7. Poi, Paolo ci ha reso molto consapevoli non solo del carattere di chi perdona, ma anche dell’azione di chi perdona, e abbiamo notato che ci sono tre elementi in questa azione. C’è l’accoglienza, poi la restaurazione e infine la restituzione, e questo si trova nei versetti dall’8 al 18.

Ed ora arriviamo agli ultimi versetti di questa lettera, i versetti che vanno dal 19 al 25. E Paolo ci presenta qui l’intuizione sui motivi del perdono. Perché perdonare? Qual è la motivazione interiore che ci sospinge? Ancora una volta vi ricordo che tutte queste caratteristiche che abbiamo analizzato sono sottili in questa lettera; ma sono presenti, e ci danno una descrizione completa di colui che perdona. Cosa motiva qualcuno a perdonare? Certamente, il perdono è audace. Certamente, il perdono è coraggioso. Certamente, il perdono è eroico, però allo stesso tempo dovrebbe essere normale per un cristiano umile.

Quindi, è sulla nota delle motivazioni che Paolo chiude la lettera con alcune parole graziose ma pregnanti, destinate a eccitare il cuore di Filemone affinché perdoni Onesimo. E ognuno dei suoi commenti finali in quei versetti rimanenti contiene in sé l’embrione di una verità che agisce come motivazione anche per noi a perdonare. Allora, cos’è che motiva una persona a perdonare? Numero uno, il riconoscimento che io ho un debito che non posso pagare. Il riconoscimento che io ho un debito che non posso pagare. Nota il versetto 19: “Io, Paolo, lo scrivo di mio pugno: lo pagherò io”, fermatevi lì per un momento. Questa è una nota piuttosto interessante. L’abitudine di Paolo era quella di dettare le sue lettere ad un amanuense o ad un segretario, a qualcuno che le scriveva per lui, però era anche sua abitudine, alla fine delle lettere, quella di prendere una penna e di firmarle con il suo nome. Per esempio, alla fine di Colossesi, che sarebbe stata consegnata nello stesso periodo di tempo in cui anche Filemone fu consegnata, potete notare lì che nel capitolo 4 al versetto 18, Paolo conclude l’epistola con le seguenti parole: “Io, Paolo, scrivo questo saluto di mio pugno: ricordate la mia prigionia, la grazia sia con voi”, non diversamente da quello che potremmo fare anche noi al giorno d’oggi, se dovessimo dettare la lettera affinchè qualcuno, una segretaria potrebbe scriverla, la firmeremmo noi comunque alla fine, e magari potremmo anche aggiungere un PS, scritto da noi stessi. Era comune per l’apostolo prendere la penna e scrivere qualcosa di suo pugno.

Ora, notereste che disse qualcosa di molto significativo nel versetto 18, disse: “Se Onesimo ti ha fatto qualche torto o ti deve qualcosa, addebitalo a me”, questa è la questione della restituzione. Paolo sapeva che Onesimo non aveva nulla. Non poteva ripagare quello che aveva rubato. Non poteva ripagare i 500 denari che Filemone aveva dovuto spendere per trovare qualcuno che lo rimpiazzasse, non aveva quei soldi; e quindi Paolo dice: “invece di cercare di ottenerli da lui, perchè non li ha, addebitali a me”. E poi, cosa ancora più interessante, Paolo dice: “Io, Paolo, lo scrivo di mio pugno, lo pagherò io”. E poi prese la penna e firmò la cosa con il Suo nome. Ecco cosa fece, “Sto scrivendo il mio nome di mio pugno come garanzia che se lo metti sul mio conto, lo pagherò io”, e tiene la penna in mano dal versetto 19 fino alla fine, e così, gli ultimi versetti qui provengono direttamente dall’apostolo Paolo.

Quindi, qui non abbiamo solo ciò che proviene dalla sua mente ispirata, ma anche ciò che proviene dalla sua mano. Sta firmando il suo nome e dicendo che avrebbe fatto restituzione per Onesimo, che non aveva soldi. Ovviamente, Paolo doveva averne per poterlo dire, ricorderste che aveva ricevuto alcuni doni durante la sua prigionia. Li menziona in Filippesi, capitolo 2 versetto 30, e capitolo 4 dal versetto 14 al 18, e dice alla chiesa di Filippi: “Grazie per avermi mandato alcune cose, del denaro, un po’ di sostegno nella mia prigionia”, quindi aveva alcune risorse, forse aveva abbastanza per pagare il debito ma era disposto a farlo, e poi notate cosa dice tra parentesi, “Per non dirti che anche tu mi devi te stesso”, mmm, cosa sta dicendo? Sta dicendo: “A proposito, so che Onesimo ti deve un debito. Ma posso ricordarti che tu mi devi un debito più grande di quello che lui ti deve?”

Questo era il piano di Paolo: “metti il suo debito sul mio conto, poi cancellalo perché tu mi devi così tanto”, è quello che dice, ora qui c’è un principio, vero? Filemone non è solo un uomo a cui è dovuto il pagamento di un debito. Filemone è anche un debitore che doveva un debito molto più grande ed impagabile a Paolo stesso. Onesimo deve a Filemone un debito materiale. Filemone deve a Paolo un debito spirituale. Onesimo deve a Filemone un debito temporale. Filemone deve a Paolo un debito eterno. Perché? Paolo gli aveva dato il vangelo. Paolo lo aveva condotto alla conoscenza salvifica di Gesù Cristo. Come potrà mai ripagarlo? E quindi dice: il debito di Onesimo dovrebbe essere messo sul mio conto e poi cancellato perché tu mi devi così tanto, perché sono stato usato da Dio per liberarti dalla morte e dall’inferno.

Ora, il principio è semplice. Qualcuno fa qualcosa contro di te, ti offende, ti deve qualcosa, ricordati di questo: tu devi debiti impagabili a coloro che ti hanno generosamente, graziosamente, fedelmente e amorevolmente beneficiato con le più ricche benedizioni spirituali, e loro non esigono il pagamento, e tu non potresti comunque pagarlo se lo chiedessero; quindi, non puoi liberarti dal semplice debito o obbligo finanziario temporale di qualcuno che ti ha solo offeso in un modo terreno? Questo è il punto.

Lasciate che personalizzi la cosa. Io sono in debito con molte persone. Sono così profondamente in debito con così tante persone per così tanto che non potrei mai nemmeno lontanamente ripagarlo. Sono in debito con i miei genitori timorati di Dio. Sono in debito con mia madre e mio padre che mi hanno condotto alla conoscenza di Gesù Cristo. Sono in debito con loro per avermi insegnato le Scritture. Sono in debito con loro per avermi guidato nel ministero. Sono in debito con loro per avermi sostenuto, provveduto ai miei bisogni e istruito. Sono in debito con loro per avermi tenuto a una vita disciplinata e per avermi reso spiritualmente responsabile del mio comportamento. Non potrei mai ripagare il debito verso i miei genitori. Sono in debito con mia moglie per la sua amicizia, per il suo amore, per il suo sostegno, per la sua saggezza, il suo contributo, la sua correzione, le sue convinzioni. Sono in debito con lei. Non potrei mai ripagare il debito spirituale che devo a Patricia. Sono in debito con i miei figli per avermi amato anche nelle mie debolezze. Sono in debito con i miei figli per la loro gentilezza, per la loro premura, per la loro cura nei confronti del padre, per la loro risposta diligente alle cose che chiedo loro. Sono in debito ad amici. Sono in debito con un intero mondo di amici che mi hanno ministrato con grazia e beneficio. Sono in debito con i miei insegnanti. Sono in debito con uomini che hanno scritto libri, libri che hanno plasmato la mia vita, il mio pensiero e il mio ministero. Sono in debito con i miei collaboratori e co-pastori. Sono in debito con voi come congregazione perché mi avete così costantemente donato le vostre preghiere, la vostra saggezza e la vostra comunione, e avete persino pagato il mio salario per molti anni.

Sono così profondamente in debito con così tante persone per così tante benedizioni spirituali che non potrei mai ripagare, mai. E sono così in debito con così tanti che solo Dio può ripagarli, solo Dio. E Dio dovrà ripagarli tutti dando loro una ricompensa eterna per tutto ciò che hanno sacrificato per me, perché io non potrò mai ripagarli. Posso io quindi, che devo così tanto a così tanti, non perdonare qualcuno che mi deve un semplice debito terreno? Vedete il punto di Paolo? Dato che ho così tanti debiti spirituali che non potrò mai ripagare, non posso forse permettere con gioia che un qualche debito materiale rimanga non pagato e perdonare completamente chi me lo deve? Così Paolo, con il suo genio ispirato, cerca di motivarci a perdonare ricordandoci quanto dobbiamo.

Seconda motivazione: il riconoscimento che posso diventare una benedizione per altri. Se perdono, posso diventare una benedizione per gli altri, versetto 20: “Sì, fratello”, e quella è l’affettuosa gentilezza di Paolo, “Sì, fratello, possa io trarre beneficio da te nel Signore, ristorare il mio cuore in Cristo”. E le parole “me” e “mio” sono enfatiche in greco. Sta dicendo che hai benedetto così tanti, l’aveva già detto nella prima parte di questa lettera meravigliosa, versetto 7, dice: “Infatti ho provato una grande gioia e consolazione per il tuo amore, perché il cuore dei santi è stato ristorato per opera tua, fratello”, hai benedetto così tante persone per così tanto tempo. Ora tocca a me, dice Paolo. Fratello, lascia che io sia benedetto, lascia che io tragga beneficio, lascia che io trovi utilità spirituale. E questo è un derivato della stessa parola Onesimo, quindi sta ancora usando quel gioco di parole con il nome stesso di Onesimo, che significa utile o vantaggioso. È il mio turno, dice, se lo perdonerai, mi benedirai, mi beneficerai nel Signore.

Cosa intende con quello? Nella dimensione spirituale, nella sfera dello spirituale. Quindi, lascia che io tragga beneficio da te, dalla tua azione, dal tuo atto di perdono. Lascia che io tragga beneficio dal fatto che tu lo ricevi, lo ristabilisci e cancelli il suo debito. Questo mi beneficerà. Come però? Oh, gli darà gioia. Gli darà gioia. Come disse l’apostolo Giovanni, non aveva gioia più grande che sapere che i suoi figli camminavano nell’amore. Paolo avrebbe detto lo stesso. Non ho gioia più grande che sapere che i miei figli camminano nell’amore gli uni verso gli uni gli altri.

Ricordate cosa disse ai Filippesi nel capitolo 2? Quelle parole meravigliose, capitolo 2 versetto 2? “Rendete perfetta la mia gioia”, come possiamo farlo, Paolo? Come possiamo darti gioia? “Avendo lo stesso pensiero, avendo lo stesso amore, essendo di un solo animo, avendo un unico intento, non facendo nulla per rivalità o vanagloria, ma con umiltà, considerando gli altri superiori a sé stessi, non guardando ciascuno al proprio interesse, ma anche a quello degli altri”, in altre parole, Filemone, se ti umilierai e considererai Onesimo più importante di te stesso, e cercherai l’unità, l’amore e la comunione, e quindi perdonerai quell’uomo, mi darai gioia.

E così sta dicendo che dovresti essere motivato dal desiderio di essere una benedizione per il prossimo. Dovresti essere motivato a perdonare perché ciò rallegrerà il cuore di un altro, “Dunque”, dice, “lascia che io tragga beneficio da te nel Signore”, e poi aggiunge: “Ristora il mio cuore in Cristo”, ancora una volta in quella sfera spirituale, benedicimi, ristorami. Hai ristorato tutti gli altri al versetto 7; ora tocca a me. Il perdono di Onesimo da parte di Filemone porterà gioia spirituale e ristoro perché Paolo ama entrambi quegli uomini. Paolo vuole che siano uno. Paolo ama l’unità della chiesa. Paolo vuole che la chiesa di Colosse veda quel perdono come un grande esempio, una lezione oggettiva.

Se Filemone rifiuta di perdonare Onesimo, quello appesantirà il cuore di Paolo, rattristerà il cuore di Paolo, turberà il cuore di Paolo perché ama entrambi, ama quella chiesa e ama l’unità della chiesa. Qualsiasi mancanza di perdono ferirà quella relazione, ferirà quella chiesa. Ne deturperà il ministero e l’efficacia, e traviserà la potenza del vangelo davanti al mondo non convertito che osserva. Così dice semplicemente: sei stato disposto a fare così tanto per ristorare gli altri, potresti fare questo per me? Potresti perdonare quest’uomo, ristorarmi, benedirmi e darmi gioia? Due buone motivazioni per perdonare. Devi più di quanto potrai mai pagare e se perdoni benedirai i santi, perché perseguirai l’unità.

Terza motivazione: il riconoscimento che sono stato chiamato ad essere obbediente al Signore. Versetto 21, Paolo dice: “Avendo fiducia nella tua obbedienza, ti scrivo, sapendo che farai anche più di quanto dico”, ancora con la penna in mano, Paolo dice: “Guarda, ho fiducia nella tua obbedienza”, e tocca di nuovo quella corda nel cuore di Filemone che viene sollecitata dal bisogno di obbedire a Dio. Non sta parlando di essere obbediente a Paolo, perché all’inizio del capitolo, vi ricorderete che Paolo gli aveva detto, versetto 8: “Perciò, pur avendo molta libertà in Cristo di comandarti ciò che è opportuno, preferisco pregarti per amore”.

Quindi Paolo non gli aveva mai comandato nulla. Paolo sta solo dicendo: so che obbedirai al Signore in questo. Paolo è certo che Filemone sia un uomo pio, aveva descritto le sue caratteristiche nei versetti 4-7, è certo che agirà nel modo giusto per obbedire al comando di Dio di perdonare. Ricorda, ti ho detto che la teologia del perdono non è in questa lettera, ma possiamo supporre che Filemone la conoscesse? Possiamo supporre che Filemone fosse ben consapevole di Matteo capitolo 6, del principio lì esposto che se non perdoni tuo fratello, Dio non ti perdonerà? Era molto familiare con i principi di Matteo 18, come il fatto che dobbiamo perdonare, e dobbiamo perdonare settanta volte sette, o come dice Luca 17:3-4, devi perdonare se necessario sette volte al giorno. Era ben consapevole della convinzione dell’apostolo Paolo, 2 Corinzi 2:7, che il perdono era essenziale, sicuramente conosceva quello che Paolo dice in Efesini 4:32 e Colossesi 3:13, anche se non li aveva letti, che doveva perdonare perché era stato perdonato così tanto.

Filemone sapeva che Dio comandava il perdono, Paolo è sicuro che lo sapesse. Ecco perché non lo menziona. E Paolo è persino sicuro che lo farà. Dice: sono fiducioso nella tua obbedienza. So che farai ciò che Dio ti ha comandato di fare, e Dio ti ha comandato di perdonare. E così sei motivato non solo perché devi dei debiti che non puoi pagare, non solo perché, come dice al versetto 20, sarai una benedizione ed una gioia per gli altri credenti, ma perché sai che Dio si aspetta che tu obbedisca.

E poi, dice persino questo nel versetto 21: “So che farai anche più di quanto dico”, ora, alcune persone hanno fatto l’inutile supposizione che questo sia un invito a Filemone a emancipare Onesimo, a liberarlo completamente dalla sua schiavitù, ma ciò non è indicato nel testo. Quando dice so che farai anche più di quanto dico, potrebbe significare che intendeva dire che sarai più grande nel tuo perdono di quanto io abbia persino chiesto, sarai più magnanimo nel tuo amore verso Onesimo di quanto io abbia persino supposto. Forse gli organizzerai una sorta di celebrazione da figliol prodigo, gli metterai l’anello e la veste, ucciderai il vitello ingrassato e chiamerai una festa.

Forse è questo il “di più” che farà. O forse il “di più” che farà è accoglierlo non solo come servo, e Paolo indica chiaramente che sta tornando come servo nel versetto 16 quando dice che non lo avrai solo nella carne ma anche nel Signore. In altre parole, ti servirà nella carne; ti servirà anche nel Signore. E forse è proprio questo il “di più” che sta pensando qui. Forse il “di più” è che non solo lo reintegrerai nel servizio umile come schiavo, ma gli darai libertà di fare ministero grazie alle sue capacità spirituali. Quindi, farai più che semplicemente riprenderlo e reintegrarlo nel servizio; gli darai l’opportunità di ministrare al tuo fianco. Forse il “di più” sarà che non solo lo perdonerai, ma perdonerai anche altre persone che dovresti perdonare, e il “di più” sarà un perdono più magnanimo, più ampio e più profondo, in cui Filemone perdonerà persino coloro verso cui Paolo non sa che egli nutre amarezza. Ci sono molte possibilità su cosa possa essere questo “di più”, però dice: conosco il tuo carattere, ne sono sicuro, so che obbedirai e farai anche più di quanto ti ho chiesto. Volontariamente, senza coercizione, non per legge, non per paura, ma da un cuore giusto, Filemone obbedirà a Dio che gli ha comandato di perdonare.

C’è una quarta motivazione convincente per il perdono, ed è il riconoscimento che sono responsabile davanti ai leader spirituali. Il riconoscimento che sono responsabile davanti ai leader spirituali. Questo è molto incisivo, versetto 22, e Paolo dice: “Allo stesso tempo, preparami anche un alloggio, perché spero che per le vostre preghiere io vi sia restituito”. Sapete cosa sta dicendo? Meglio che lo faccia, perché verrò a controllarti. Questo è quello che sta dicendo. Sarò lì, prepara la stanza. Questa è la dichiarazione meno subdola di tutta l’epistola. Oh, a proposito, sto arrivando. Quando scrisse 1 Corinzi, era abbastanza preoccupato per i Corinzi da avvertirli che stava arrivando. E se leggi 1 Corinzi 4:18-21, dice: sto arrivando. Era ancora preoccupato quando scrisse 2 Corinzi e troverai in 2 Corinzi 12:14 e 13:1 che dice: te lo sto dicendo di nuovo: sto arrivando. E in tutte le occasioni in cui lo dice, in quei tre casi, sta davvero dicendo loro: meglio che vi sistemiate perché sto arrivando. E qui, in modo altrettanto esplicito come con i Corinzi, dice: prepara la stanza, sto arrivando. E questo significa che sto venendo e verrò per vedere cosa hai fatto.

Paolo sta davvero esercitando una certa autorità spirituale qui. Verrò a controllarti, è una costrizione dolce. Non è davvero una minaccia; è una promessa. Non dice ciò che disse ai Corinzi in 1 Corinzi 4:21 quando disse: “Se necessario verrò con la verga”. Non dice questo. Dice semplicemente: verrò. Questo è ottimistico, tra l’altro, perché è ancora prigioniero in una casa in affitto a Roma, incatenato a un soldato romano. Ma dice, guardalo di nuovo, versetto 22: “Spero che per le vostre preghiere io vi sia restituito”, questo è meraviglioso! Sa che la sovranità di Dio realizza i suoi scopi, ma sa anche che la sovranità di Dio realizza i suoi scopi attraverso la preghiera. Nessuno può studiare la preghiera senza studiare questo versetto.

Paolo dice: “la mia speranza è che io vi sia restituito e che il mezzo attraverso il quale ciò avverrà saranno le vostre preghiere”. Come ho detto negli anni passati, la preghiera muove Dio. La preghiera è il nervo che muove i muscoli dell’onnipotenza. La preghiera non è solamente un esercizio futile perché Dio farà comunque quello che vuole fare; la preghiera è il mezzo attraverso cui Dio fa quello che vuole fare. La preghiera fervente ed efficace di un uomo giusto ha molto valore, come ci dice Giacomo 5. Paolo è molto consapevole dell’opera provvidenziale di Dio. L’aveva già menzionata nel versetto 15, quando ipotizzava che forse Onesimo fosse fuggito proprio affinché potesse tornare da credente. Sapeva che Dio stava operando in tutto questo. E dice: la mia speranza è che Dio mi permetta di venire da voi e il mezzo per cui ciò avverrà attraverso le vostre preghiere.

E così, non-solo dice a Filemone che sta arrivando, ma gli dice anche, in sostanza: inizia a pregare per il mio arrivo. E ti dico una cosa, se sa che Paolo sta arrivando e sta pregando per il suo arrivo, questo influenzerà sicuramente il modo in cui agirà nei confronti di Onesimo. Perché se non ha ancora pienamente perdonato Onesimo, non potrà certo pregare dicendo: “O Signore Dio, per favore, porta presto l’apostolo Paolo”, assolutamente no, se non ha perdonato Onesimo.

Quindi Paolo lo mette letteralmente alle strette. Sto arrivando e mi aspetto che ciò che mi libererà siano le vostre preghiere, è un po’ un peso, no? Ora Filemone sta pensando tra sé: se non prego, lui non esce di prigione. Non voglio essere responsabile del fatto che rimanga in prigione. Devo pregare per la sua liberazione; se prego per la sua liberazione, so quale sarà la sua prima tappa. Qui. Devo perdonarlo. Questa è responsabilità spirituale. Sei chiamato ad essere responsabile nei confronti di coloro che sono sopra di te nel Signore, i quali hanno il diritto, mentre vegliano sulle vostre anime, di conoscere la qualità della tua vita. Ecco perché parliamo della disciplina ecclesiastica. Quando parliamo di pascere le pecore, stiamo parlando di assicurarci che le pecore siano obbedienti, di assicurarci che stiano facendo ciò che il Sommo Pastore delle loro anime vuole che facciano. Sei responsabile nei confronti di quei leader spirituali che sono sopra di te, i quali hanno il diritto, mentre vegliano sulle vostre anime, di ritenervi responsabili del perdono.

C’è una quinta motivazione, non solo il fatto che devo più di quanto posso pagare, e che posso benedire i santi, e che sono chiamato a obbedire al Signore, e che sono responsabile davanti ai miei leader spirituali; ma in quinto luogo, un’altra motivazione al perdono è il riconoscimento che non sono solo, ma sono parte di una comunione. Non sono solo; faccio parte di una comunione, versetti 23 e 24, una meravigliosa dichiarazione che Paolo fa qui, ancora con la penna in mano scrive: “Epafra, mio compagno di prigionia in Cristo Gesù, ti saluta, come pure Marco, Aristarco, Dema, Luca, miei collaboratori”, identifica Epafra come compagno di prigionia. Identifica Marco, Aristarco, Dema e Luca come collaboratori, cinque uomini, cinque uomini preziosi per Paolo, cinque uomini preziosi per Filemone, cinque uomini che Filemone conosce, cinque uomini che conoscono Filemone.

Cosa sta dicendo? Sta dicendo che non puoi agire indipendentemente dalla comunione della quale fai parte. Non agisci da solo. Se non perdoni, fratturerai il legame d’amore che esiste tra questi uomini e te. Violerai le loro aspettative. Darai loro un cattivo esempio. Non puoi fare semplicemente ciò che vuoi come se esistessi da solo. Non solo hai un livello di responsabilità verso chi è il tuo leader spirituale, ma hai anche un livello di responsabilità nel fissare lo standard per coloro che sono i tuoi amici spirituali, cinque uomini, “Ti salutano, Filemone. Hanno grandi aspettative su di te”.

Questi uomini sono anche menzionati anche in Colossesi 4. Guarda Colossesi 4, perché i versetti lì in Colossesi 4 ci daranno qualche intuizione su questi cinque uomini. Ovviamente, Tichico, che portò la lettera alla chiesa di Colosse, poteva inviare i suoi stessi saluti. Probabilmente anche lui era conosciuto da Filemone, ma poi, l’elenco in Filemone inizia con Epafra. Epafra è menzionato in Colossesi 4:12, “Epafra, che è uno di voi, servo di Cristo Gesù, vi saluta, sempre lottando per voi nelle sue preghiere affinché stiate saldi, perfetti e completamente persuasi nella volontà di Dio. Gli rendo testimonianza infatti che egli ha gran sollecitudine per voi e per quelli di Laodicea e di Ierapoli”.

Epafra, nominato per primo, probabilmente fu convertito sotto il ministero di Paolo, e molto probabilmente era il fondatore della chiesa di Colosse. E anche delle altre due chiese nella valle del Lico, ce n’erano tre in totale, cioè Laodicea e Ierapoli. Probabilmente, Epafra aveva fondato queste tre chiese. Era lui stesso di Colosse, sicuramente ben noto a Filemone. Essendo qui descritto come “uno di voi”, era ancora associato, ovviamente, con la chiesa che si riuniva nella casa di Filemone. È un servo di Cristo Gesù, il che parla del suo profondo impegno al servizio. È un uomo di preghiera, lottando costantemente per la perfezione dei santi, affinché siano completamente persuasi di essere al centro della volontà di Dio. Porta una profonda preoccupazione pastorale per la chiesa di Colosse, la chiesa di Laodicea e la chiesa di Ierapoli. È un uomo notevole e meraviglioso, un uomo di Dio.

Nel capitolo 1 di Colossesi, ai versetti 7 e 8, è chiamato “il nostro caro compagno di servizio, fedele ministro di Cristo per voi, e ci ha anche riferito del vostro amore nello Spirito”, Epafra è un nobile cristiano. È il migliore: pio, impegnato, pregante, servizievole. E poi, in Filemone, è chiamato “mio compagno di prigionia in Cristo Gesù”, ora, non sappiamo se questo significhi che fosse diventato anche lui un prigioniero di Roma, o se semplicemente si fosse identificato così tanto con l’imprigionamento di Paolo da aver preso su di sé una prigionia autoimposta e fosse rimasto accanto a Paolo nelle sue catene. O era un prigioniero letterale, o era un prigioniero volontario per il bene di Paolo.

Il secondo nome nella lista è quello di Marco, menzionato in Colossesi 4:10 come cugino di Barnaba, ed alla chiesa di Colosse è detto che, se dovesse venire, dovrebbero accoglierlo. Qui scopriamo che è il cugino di Barnaba, il che potrebbe spiegare qualcosa del conflitto in Atti 15. Ricordate quando Paolo e Barnaba stavano per partire per il loro viaggio, Giovanni Marco si era unito a loro, ma era debole e non sopportava le difficoltà, e ricordate che voleva ritirarsi, e così Paolo disse: basta con lui, liberiamocene. Se non è abbastanza forte per il compito, lasciamolo andare. Barnaba prese le sue difese e, ricordi, ci fu una separazione tra Paolo e Barnaba. Questo spiega forse perché Barnaba aveva un attaccamento così forte a Marco; erano cugini.

Marco, tra l’altro, era migliorato molto a quel punto. Grazie a quella forte disciplina da parte di Paolo, aveva imparato una grande lezione. Probabilmente sotto la forte influenza di Pietro, come potrebbe indicare 1 Pietro 5:13. E poi, sotto la guida di Barnaba stesso, Marco aveva completato il suo cammino verso la maturità spirituale. Marco divenne un uomo così meraviglioso che, in 2 Timoteo 4:11, quando Paolo era alla fine della sua vita e scrisse a Timoteo, disse: “Mandami Marco perché mi è molto utile”, quindi, qui c’è un uomo di Dio, Marco.

Il terzo menzionato in Filemone è Aristarco, ed anche lui è menzionato in Colossesi 4:10. Qui si dice: “Aristarco, mio compagno di prigionia”. Non viene chiamato compagno di prigionia in Filemone, ma collaboratore. Quindi, potrebbe essere ancora una volta che fosse un prigioniero per scelta, non per legge, che si fosse semplicemente volontariamente legato all’imprigionamento di Paolo per assisterlo e aiutarlo. Aristarco era associato alla città di Tessalonica, secondo Atti 20:4, era con Paolo a Efeso durante il suo terzo viaggio e la sua lunga permanenza lì. Fu persino catturato dai rivoltosi di Efeso in Atti 19:29, e fu con Paolo nel viaggio di Atti 27. Qui è con lui, condividendo questo tempo di prigionia, forse mettendosi volontariamente in schiavitù per servire Paolo. È conosciuto e amato da Paolo, ed evidentemente conosciuto e amato da Filemone.

Il nome successivo è quell’infame nome di Dema. Dema è menzionato anche in Colossesi 4:14, semplicemente il suo nome, Dema. Non sappiamo molto di lui. L’unica cosa che sappiamo è triste. In 2 Timoteo 4:10, Paolo dice: “Dema mi ha abbandonato, avendo amato questo mondo presente”, triste. Giovanni disse: “Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui”, Dema, molto probabilmente, era un ipocrita, però qui, faceva parte della comunione. Era coinvolto nell’assistere Paolo, ed era conosciuto da Filemone.

L’ultimo nome nella lista in Filemone è Luca. Colossesi 4:14 dice: “Luca, il medico amato”, è così che è conosciuto. Un medico cristiano gentile, pieno d’amore, l’autore del terzo Vangelo. Non è interessante? Che tra questi cinque, due di loro abbiano scritto Vangeli, Marco e Luca, e che fossero insieme a Paolo? Luca era spesso il compagno di viaggio di Paolo. Luca ha scritto il libro degli Atti, e leggendo il libro degli Atti, capitoli 16, 20, 21, 27, 28, ed il narratore dice: “noi, noi, noi, noi”, e ciò significa che Luca era presente in quegli eventi. Ha vissuto quelle esperienze. Alcune di esse gli furono rivelate dallo Spirito Santo, esperienze che non aveva avuto direttamente, ma molte altre sì. Era con Paolo nel suo secondo viaggio a Troas e Filippi, secondo Atti 20:6, lo accompagnò a Gerusalemme, era con lui nel viaggio descritto in Atti 27, fu l’unico a rimanere con Paolo nella sua prigionia finale, 2 Timoteo 4:11.

Quindi qui ci sono cinque persone molto, molto conosciute e importanti, conoscevano Filemone, erano in comunione con lui. Se non perdona, spezzerà quel legame con quegli uomini. Vedi, non puoi agire in isolamento. Se porti rancore, spezzi la tua comunione. Il perdono, quindi, è una necessità. È necessario perché devo debiti che non posso pagare, perché posso benedire i santi se perdono, perché sono chiamato a obbedire e Dio comanda di perdonare, perché sono responsabile a render conto davanti ai miei leader spirituali e perché devo ricordare che sono parte di una comunione che il peccato può interrompere.

Infine, il perdono è motivato dal riconoscimento che devo essere reso capace dalla grazia di Dio. Devo essere reso capace dalla grazia di Dio. Versetto 25: “La grazia del Signore Gesù Cristo sia con il tuo spirito”, queste sono le ultime parole di Paolo. Poi posa la penna e ciò che sta dicendo è: “Filemone, voglio solo ricordarti che per fare questo, avrai la grazia del Signore Gesù Cristo”, non puoi farcela da solo. La natura umana non potrebbe perdonare questa offesa. Questa benedizione familiare è in realtà una preghiera, e non una preghiera generica, ma molto specifica: che la grazia divina sia concessa a Filemone, alla sua famiglia e alla chiesa di Colosse, “a tutti voi, affinché possiate perdonare Onesimo”, Paolo sta chiedendo qualcosa che non è possibile nella carne, perché la carne vuole vendetta. Qualcosa che non è possibile secondo la legge, perché la legge esige giustizia, ma qualcosa che è possibile per grazia. La grazia del Signore Gesù Cristo, operante nel tuo spirito, nel tuo uomo interiore. È la stessa grazia che permise a Cristo di perdonare. Paolo dice: possa tu avere quella stessa grazia per perdonare, quella grazia che permise a Cristo di perdonare.

Queste sono le motivazioni, devi perdonare, perché? Perché devi un debito che non potrai mai pagare. Perché puoi benedire i santi, perché puoi obbedire a Dio! Perché puoi adempiere la tua responsabilità verso i tuoi leader spirituali. Perché puoi mantenere intatta la comunione. E perché puoi farlo con la potenza della grazia di Cristo che ha perdonato te.

Quella è la fine del libro, ma non è la fine della storia. Come finì? Senza dubbio Filemone perdonò Onesimo. Paolo fu liberato da quella prigionia. Fece molti viaggi. Sicuramente, uno di essi lo portò a Colosse e alla casa di Filemone. Andò a oriente, anche se inizialmente aveva pensato di voler andare a occidente. Ricordate che circa sei anni prima di scrivere questa lettera, scrisse ai Romani e disse: “Sto arrivando, e dopo essere stato lì partirò per la Spagna”, Romani 15:22-24. Nei sei anni successivi, i suoi piani cambiarono. Si trovava a Roma, ma decise: “Non andrò in Spagna. Non conquisterò nuovi territori. Devo tornare e sistemare alcuni territori già toccati”, quando uscì da quella prima prigionia, non poté andare a occidente perché doveva andare a rimettere in ordine alcune chiese che erano cadute nel peccato. Ed uno dei posti in cui dovette andare fu sicuramente Colosse, e una delle case che dovette visitare, ovviamente, poiché era lì che si riuniva la chiesa, fu quella di Filemone, e quindi deve averlo scoperto.

Gli studiosi della Bibbia ti diranno che non è probabile che questo libro sarebbe stato incluso nel canone del Nuovo Testamento se Filemone non avesse perdonato Onesimo, perché ciò avrebbe lasciato Filemone apparire per tutta la storia umana come un uomo pio, virtuoso e meraviglioso. E se non fosse stato così, allora non sarebbe stato il proposito dello Spirito di Dio di lasciare questo libro nel testo, dando una falsa impressione su quell’uomo, quindi, il fatto che Dio abbia incluso questo libro nel canone significa anche che Dio ha meravigliosamente operato per compiere tutto questo nella vita di Filemone e Onesimo. La chiesa intera deve aver saputo della lettera. Non solo la chiesa di Colosse. Perché era un libro ispirato e fu diffuso ovunque. Fu una delle grandi storie dell’età apostolica, e possiamo essere sicuri che se non fosse successo, ci sarebbe stato qualcosa da qualche parte a dirlo. Ma sta ancora oggi come una testimonianza del perdono, e deve aver ricevuto una risposta.

E come nota a margine, la storia riporta che qualche tempo dopo, un uomo divenne pastore della chiesa di Efeso ed il suo nome era Onesimo. Potrebbe essere stato lo stesso uomo? Se così fosse, sapremmo sicuramente il meraviglioso potere del perdono. Il perdono è potente, ed è anche per questo che questa storia è qui. Il perdono ha un impatto sulle persone. Lasciami aggiornare la storia. Abbiamo appena celebrato il 50º anniversario dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, il 7 di dicembre 1941. Ore 7:55 di una domenica senza nuvole, i giapponesi colpirono Pearl Harbor. In due ore, 2.403 americani erano morti, 1.178 erano feriti, 169 aerei americani furono completamente distrutti, tre navi enormi affondarono ed altre 18 danneggiate. Questo incredibile attacco fu guidato da un pilota giapponese di 39 anni, il comandante Mitsuo Fuchida, il cui eroe di vita era Adolf Hitler.

Fuchida guidò 183 aerei giapponesi nel porto di Honolulu e devastò migliaia di uomini ed una nazione intera, scatenando, come sai, la massiccia, massiccia distruzione che avvenne attraverso la rappresaglia atomica americana, così come con le armi convenzionali. Mitsuo Fuchida, un nome che hai letto ancora, e ancora, e ancora, e ancora in qualsiasi cosa tu abbia mai letto sulla Seconda Guerra Mondiale. Il suo aereo fu colpito numerose volte mentre entrava ed usciva da Pearl Harbor, ma sopravvisse.

Dopo la fine della guerra, Mitsuo Fuchida fu assediato dai ricordi della morte e decise di diventare una sorta di recluso e si dedicò all’agricoltura nei pressi di Osaka. Questo gli diede tempo per riflettere. Si concentrò sempre di più sul problema della pace e decise, in mezzo al suo senso di colpa ed alla sua preoccupazione per tutto ciò che era stato fatto durante la guerra, di scrivere un libro e determinò che il titolo del libro sarebbe stato Niente più Pearl Harbor, ed avrebbe esortato il mondo a dedicarsi a perseguire la pace.

Mitsuo Fuchida, tuttavia, lottò invano per trovare un principio su cui basare la pace. Per anni cercò di trovare il principio che gli avrebbe permesso di scrivere il libro. Non riuscì a trovarlo. Non riuscì a trovare nulla nelle religioni del Giappone, né nelle filosofie del mondo. Poi, la storia prese una svolta drammatica. La storia prosegue così: “La prima notizia arrivò da un amico, un tenente che era stato catturato dagli americani e incarcerato in un campo di prigionia per prigionieri di guerra in America. Fuchida vide il suo nome in un giornale, in un elenco di prigionieri di guerra che stavano tornando in Giappone. Decise di andarlo a trovare.

Quando si incontrarono, parlarono di molte cose. Poi Fuchida fece la domanda che più gli premeva: “Come ti hanno trattato gli americani nel campo di prigionia?” Il suo amico rispose: “Ci hanno trattato bene”, poi, gli raccontò una storia che, disse, aveva lasciato un’impressione immensa su di lui e su ogni prigioniero nel campo americano, “È successo qualcosa nel campo in cui ero internato”, disse, “che ci ha reso possibile abbandonare ogni risentimento e odio e tornare con uno spirito di perdono e un senso di leggerezza nel cuore”.

Fuchida chiese: “E cosa sarebbe?” L’ex prigioniero gli rispose: “C’era una giovane ragazza americana di nome Margaret ‘Peggy’ Covell”, che giudicarono avere circa vent’anni, “che veniva regolarmente al campo facendo tutto il possibile per i prigionieri. Portava loro cose che potessero apprezzare, come riviste e giornali, si prendeva cura dei malati e si preoccupava costantemente di aiutarli in ogni modo possibile”. Ricevettero però uno shock immenso quando le chiesero perché fosse così preoccupata di aiutare quei prigionieri giapponesi. Lei rispose: “Perché i miei genitori sono stati uccisi dall’esercito giapponese”, una dichiarazione del genere potrebbe scioccare chiunque, in qualsiasi cultura, ma per i giapponesi era incomprensibile. Nella loro società, nessuna offesa poteva essere più grave dell’omicidio dei propri genitori.

Peggy cercò di spiegare le sue motivazioni. Disse che i suoi genitori erano missionari. Quando i giapponesi invasero le isole Filippine, i suoi genitori fuggirono sulle montagne del Nord Luzon per mettersi in salvo. Con il tempo, però, furono scoperti. I giapponesi li accusarono di essere spie e dissero loro che sarebbero stati giustiziati. Loro negarono con fermezza di essere spie, ma i giapponesi non si lasciarono convincere e li giustiziarono. Peggy non venne a conoscenza del destino dei suoi genitori fino alla fine della guerra. In un primo momento fu sopraffatta dal dolore e dall’indignazione, i pensieri delle ultime ore di vita dei suoi genitori la riempivano di grande tristezza. Si immaginava i suoi genitori intrappolati, completamente in balia dei loro carcerieri, senza via d’uscita. Vedeva la ferocia brutale dei soldati. Li vedeva affrontare i loro carnefici giapponesi e cadere senza vita a terra su quella lontana montagna filippina.

Poi, Peggy iniziò a riflettere sull’amore altruista dei suoi genitori per il popolo giapponese. A poco a poco, divenne convinta che loro avevano perdonato il popolo che Dio li aveva chiamati ad amare e servire. Poi, le venne in mente un pensiero: se i suoi genitori erano morti senza amarezza né rancore verso i loro carnefici, perché il suo atteggiamento avrebbe dovuto essere diverso? Doveva forse essere piena di odio e di sentimenti di vendetta, quando loro erano stati pieni di amore e perdono?

Quindi, Peggy scelse la via dell’amore e del perdono. Decise di servire i prigionieri giapponesi nel campo di prigionia vicino come prova della sua sincerità. Fuchida fu toccato dalla storia, ma rimase particolarmente colpito dalla possibilità che fosse esattamente ciò che aveva cercato per tanto tempo: un principio sufficiente per essere la base della pace. Il principio era un amore che perdona. Poteva essere questo il principio su cui basare il messaggio del suo libro, “Niente più Pearl Harbor”? Poco tempo dopo, Fuchida fu convocato dal generale Douglas MacArthur a Tokyo. Mentre scendeva dal treno alla stazione di Shibuya, gli fu consegnato un opuscolo intitolato Ero un prigioniero in Giappone. Raccontava la storia di un sergente americano, Jacob DeShazer, che aveva trascorso 40 mesi in una prigione giapponese e che, dopo la guerra, era tornato in Giappone per amare e servire il popolo giapponese aiutandolo a conoscere Gesù Cristo.

Per riassumere la storia, DeShazer raccontò di essere stato un bombardiere su uno dei 16 aerei B-25 dell’esercito sotto il comando del generale Jimmy Doolittle, lanciati il 18 aprile 1942 dal ponte della USS Hornet per bombardare Tokyo. Nessuno degli aerei fu abbattuto, ma finirono il carburante. DeShazer fu catturato e incarcerato per 40 mesi, per tutta la durata della guerra. DeShazer raccontò che tutti i prigionieri erano stati trattati male. Disse che, a un certo punto, fu sul punto di impazzire per l’odio violento dei guardiani giapponesi.

Poi, un giorno, una guardia portò loro una Bibbia. Erano in isolamento, quindi la leggevano a turno. Quando arrivò il turno di DeShazer, la tenne per tre settimane. La lesse con avidità e intensità, dall’Antico al Nuovo Testamento. Alla fine scrisse: “Il miracolo della conversione avvenne l’8 giugno 1944”, DeShazer si convertì, decise che, se fosse sopravvissuto alla guerra e fosse stato rilasciato, sarebbe tornato negli Stati Uniti, avrebbe studiato la Bibbia per un certo periodo di tempo e poi sarebbe tornato in Giappone per condividere il messaggio di Cristo con il popolo giapponese, e quello fu esattamente ciò che fece. Grandi folle vennero ad ascoltarlo. Molti risposero e furono salvati. Ecco, quindi, una seconda persona che aveva perdonato i giapponesi e che era tornata in mezzo a loro con il perdono per mostrare loro l’amore di Cristo.

Fuchida ne fu profondamente colpito. Prese un Nuovo Testamento. Iniziò a leggere il Nuovo Testamento. Nel settembre del 1949, otto anni dopo Pearl Harbor, stava leggendo Luca 23 e sentì Gesù dire queste parole: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”, e si inginocchiò, e ricevette Gesù Cristo come Signore e Salvatore. Mitsuo Fuchida, devoto di Adolf Hitler, divenne cristiano, e scrisse il suo libro, potete trovarlo oggi in biblioteca, il titolo è “Da Pearl Harbor al Golgota”. Potresti anche essere interessato a sapere che Fuchida è ora in cielo, ma prima di andarvi parlò a Grace Community Church. Il potere del perdono per cambiare il mondo. Lo Spirito Santo lo sapeva, Dio lo sapeva, Paolo lo sapeva, Filemone doveva saperlo, ed è per questo che questo libro esiste. Ed è per questo che questa lezione ti è stata insegnata.

Preghiamo. Grazie, Padre, per la grande gioia che ci dai attraverso la Tua Parola, per il grande promemoria della virtù del perdono. Possiamo essere fedeli nel perdonare affinché possiamo godere di benedizione, comunione e affinché possiamo avere una potente testimonianza per il mondo che osserva. Possa il mondo che ci guarda vedere un popolo che perdona, così come Tu hai perdonato noi. Possiamo essere come Te e manifestarTi a coloro che osservano, perdonando gli altri. Tutto per la gloria di Cristo, chiediamo. Amen.

FINE

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