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Adesso, è nostro grande privilegio aprire la Parola di Dio per udire il Signore parlarci; e vorrei che apriate le vostre Bibbie ad un testo che, in superficie, potrebbe non sembrare che si riferisca al Natale, però non è così, Giovanni capitolo 8. Giovanni, capitolo 8. E voglio leggervi un racconto affascinante tra Gesù e dei capi giudei.

In Giovanni, capitolo 8, cominciando dal versetto 51: “In verità, in verità vi dico che se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte". I Giudei gli dissero: "Ora sappiamo che tu hai un demonio. Abraamo e i profeti sono morti, e tu dici: “Se uno osserva la mia parola, non gusterà mai la morte”. Sei tu forse maggiore del padre nostro Abraamo il quale è morto? Anche i profeti sono morti; chi pretendi di essere?" Gesú rispose: "Se io glorifico me stesso, la mia gloria è nulla; chi mi glorifica è il Padre mio, che voi dite essere vostro Dio, e non l'avete conosciuto; ma io lo conosco, e se dicessi di non conoscerlo, sarei un bugiardo come voi; ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abraamo, vostro padre, ha gioito nell'attesa di vedere il mio giorno; e l'ha visto, e se n'è rallegrato". I Giudei gli dissero: "Tu non hai ancora cinquant'anni e hai visto Abraamo?" Gesú disse loro: "In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono". Allora essi presero delle pietre per tirargliele; ma Gesú si nascose e uscí dal tempio. Quando pensate al Natale, pensate alla nascita di un bambino. Quando pensate alla nascita di un bambino, vi viene in mente un nuovo inizio. Il bambino nato a Betlemme fu un inizio: l’inizio del Dio incarnato, l'inizio del Dio-Uomo Gesù Cristo. Però qui, notate che proprio Colui che nacque a Betlemme, Gesù Cristo, disse: “Prima che Abraamo fosse, Io Sono”.

È vero che Gesù Cristo nacque a Betlemme, ma è anche vero che il Figlio di Dio, la persona, il Cristo, il Signore che venne nel mondo in forma umana, non cominciò a Betlemme. Sì, ci fu una nascita ed un inizio del Dio-Uomo, ma la seconda Persona della Trinità esisteva già prima di Betlemme. Lì, semplicemente prese forma umana.

E così, mentre guardate a Betlemme e pensate a un inizio, dovete anche rendervi conto che, benché ci sia stato l’inizio di una vita, la vita che ebbe inizio era la vita di Colui che non ebbe alcun inizio. Gesù lo rende chiarissimo in una delle dichiarazioni più sconvolgenti che abbia mai pronunciato: “Prima che Abraamo fosse, Io Sono”.

Quando Gesù disse che Abraamo vide il suo giorno e se ne rallegrò (al versetto 56), i Giudei rimasero assolutamente scioccati. Che cosa intendeva dire? Che Abraamo lo vide? Sapevano che Abraamo non poteva vedere nel futuro, e quindi conclusero giustamente che, se Abraamo lo vide, non era perché fosse vivo ora, ma perché Gesù stava affermando di essere stato vivo allora. Se Abraamo lo vide, allora Gesù dovette aver visto Abraamo. Questo stupore si riflette nella loro risposta al versetto 57: “Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abraamo?” Il numero cinquanta è un numero rotondo, comunemente usato per indicare la maturità o la vecchiaia, “Non sei nemmeno un uomo anziano, non sei ancora pienamente maturo. Come puoi pretendere di farci credere che hai visto Abraamo, che è morto da millenni?”

La risposta del Signore è monumentale: “In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse, Io Sono”. Che affermazione! Se dovessimo tradurre letteralmente il greco del versetto 58, suonerebbe così: “In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo diventasse…”. Ciò significa che vi fu un punto preciso nel tempo in cui Abraamo ebbe inizio, un momento nella storia in cui l’uomo che non esisteva venne all’esistenza. Gesù dice: “Prima di quel punto, Io Sono”. È il presente eterno, che indica l’assenza di ogni inizio.

“Diventare” significa passare dal nulla all’esistenza. Ma “Io Sono” denota un’esistenza che non dipende da alcuna transizione. È un’affermazione sull’eternità, una dichiarazione di vita eterna, senza principio né fine. Gesù attribuisce a sé stesso un’esistenza eterna nel senso più assoluto e divino; persino la parola “prima” è simbolica — una concessione alla comprensione umana del tempo, poiché nella vita di Dio non esiste un “prima” o un “dopo”. Gesù sta dicendo: “Io sono l’Essente eterno, colui che è sempre esistito, mentre Abraamo, in un punto nel tempo, ebbe un inizio”. Così Gesù afferma di essere il Dio eterno.

Il Salmo 90, versetto 2, dice: “Prima che i monti nascessero e che tu avessi formato la terra e il mondo, da eternità in eternità, tu sei Dio”. Tu “sei” Dio — non “eri”, non “sarai” — ma “sei”: il presente eterno. Francamente, secondo le leggi della grammatica, questa è un’affermazione impossibile, a meno che colui che parla non sia Dio. E infatti, Egli lo è.

Credo che, tra tutte le dichiarazioni maestose e straordinarie che Gesù abbia fatto nel Nuovo Testamento, nessuna possieda una solennità più alta di questa. La frase “Prima che Abraamo fosse, Io Sono” racchiude in sé la più autentica, audace e profonda dichiarazione che Gesù abbia mai fatto riguardo al proprio essere. E i Giudei non la fraintesero: sapevano esattamente ciò che Egli stava dicendo. Sapevano che Egli stava affermando di essere l’Eterno, il Senza Tempo, il Dio che è da eternità in eternità. Sapevano dunque che dovevano o prostrarsi e adorarlo come il Dio creatore, il Dio di Abraamo, Isacco e Giacobbe, il Dio eterno — oppure lapidare una tale affermazione come bestemmia. E così fecero la loro scelta, come leggiamo al versetto 59: presero delle pietre per lapidarlo. Chiunque avesse osato pronunciare una simile rivendicazione, affermando blasfemamente di essere il Dio eterno — e per di più nel tempio — doveva essere messo a morte; e così tentarono di farlo. Ma Egli fuggì. Il tempio, a quel tempo, era in costruzione: non mancavano certo pietre da raccogliere. Gesù si allontanò da loro. Non vi è alcun dubbio su ciò che Egli stava affermando: stava proclamando di essere il Dio eterno.

Quando Egli disse: “Prima che Abraamo fosse, Io Sono”, in quelle due semplici parole, “Io Sono”, Gesù aprì per noi un vasto orizzonte di comprensione su chi Egli è. Le parole greche sono egō — “io” — e eimi — “sono”. Sono davvero l’equivalente greco di un nome dell’Antico Testamento per Dio: Yahweh. È chiamato il Tetragramma, composto da quattro lettere, il nome di Dio nell’Antico Testamento, usato circa 6.800 volte. Deriva dal verbo ebraico “essere” ed è il modo in cui l’Antico Testamento dice “Io Sono”. Gli Ebrei conoscevano il nome di Dio come “Io Sono”. Quando Gesù disse: “Io Sono”, sapevano che Egli stava affermando di essere Dio. Per comprendere la grandezza e la profondità di questo nome, dobbiamo tornare all’Antico Testamento. Aprite quindi la vostra Bibbia in Esodo, capitolo 3, e credo che sarete immensamente arricchiti nel cogliere la pienezza di questo nome.

In Esodo, capitolo 3, richiamo la vostra attenzione al versetto 13. Dio si manifestò a Mosè in modo sorprendente, in un roveto ardente, e lo incaricò di condurre circa due milioni di Giudei fuori dall’Egitto verso la Terra Promessa. Al versetto 13, Mosè disse a Dio: “Ecco, io andrò dai figli d’Israele e dirò loro: ‘Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi’. Ma essi mi diranno: ‘Qual è il suo nome?’ Che cosa dirò loro?” Vi erano molti falsi dèi, e tutti avevano nomi. Mosè dunque chiese: “Quando andrò da loro e dirò: ‘Il Dio dei vostri padri mi ha mandato per liberarvi’, e loro mi chiederanno: ‘Quale Dio? Qual è il suo nome?’, che cosa dirò loro?” Versetto 14: “Dio disse a Mosè: ‘Io Sono Colui che Sono’. E aggiunse: ‘Così dirai ai figli d’Israele: “Io Sono mi ha mandato da voi”.’” “Io Sono” — questo è il Suo nome. Che cosa è racchiuso in quel nome? Sicuramente l’esistenza eterna: Colui che vive per sempre, il continuo presente eterno. Dio non ha un prima né un dopo, non ha passato né futuro — un’unica esistenza eterna, tutta racchiusa in “Io Sono”. Ma non è tutto: e penso che molti si fermino proprio qui, senza coglierne la pienezza.

Tornate per un momento al versetto 11. Mosè disse a Dio: “Chi sono io per andare dal Faraone e per far uscire dall’Egitto i figli d’Israele?” In altre parole, stava dicendo: “Signore, stai sopravvalutando le mie capacità. Chi sono io per riuscire in questo compito?” Versetto 12: “E Dio disse: ‘Certo, io sarò con te. E questo sarà per te il segno che sono io che ti ho mandato...’” Ora impariamo una seconda verità riguardo a “Io Sono”: “Io Sono” è l’Eterno che è presente con il suo popolo — non in modo distante, ma vicino. Che utilità avrebbe sapere che Dio è l’Eterno, se non fosse anche presente con noi? Dio dice: “Io Sono l’Io Sono. Io sono l’Eterno vivente, presente con il mio popolo. Io sarò con te”. Presente con il Suo popolo.

Scendete giù al versetto 17: “Così dissi: Vi farò uscire dall’afflizione d’Egitto verso il paese dei Cananei, degli Ittiti, degli Amorrei, dei Perizziti, degli Evei e dei Gebusei, verso un paese dove scorre latte e miele”. Ecco un terzo aspetto del nome “Io Sono”. Egli dice: “Vi farò uscire dall’afflizione d’Egitto”. Io non sono solo Colui che è sempre presente, non solo Colui che è vicino al suo popolo: Io sono Colui che è sempre presente e vicino per liberarli e redimerli. Ora la ricchezza del Suo nome comincia a emergere. Egli è eternamente presente, vicino al suo popolo, e vicino con un proposito particolare: redimerli e liberarli.

Questo è ulteriormente approfondito nel capitolo 6, in una delle conversazioni più straordinarie. Dio e Mosè stanno ancora parlando, mentre Mosè cerca di comprendere pienamente il significato del nome divino. E Dio, al versetto 2, dice a Mosè: “Io Sono il Signore”. Notate la parola “Signore”: se avete una delle traduzioni più recenti, è scritta in lettere maiuscole — così i traduttori hanno reso la parola “Yahweh”, “Io Sono”. Quando invece vedete “Signore” con la sola “S” maiuscola, si tratta di Adonai, che significa “padrone”. Ma quando è tutto maiuscolo, indica “Io Sono”. Dio ribadisce a Mosè: “Io Sono l’Io Sono. “Io sono” l’Eterno, io sono l’eterno che è vicino al suo popolo, con lo scopo di redimerlo”.

E poi, al versetto 3, troviamo qualcosa di straordinario: “Io apparvi ad Abraamo, a Isacco e a Giacobbe come Dio Onnipotente…” Fermatevi un momento. Egli sta dicendo: “Abraamo mi conosceva. Isacco mi conosceva. Giacobbe mi conosceva — perché apparvi loro, ma apparvi come Dio Onnipotente”, cioè El Shaddai, Dio l’Onnipotente, “Mi manifestai loro nella mia forza, nella mia potenza, nella mia maestà”.

Torniamo al versetto 3: “Ma col mio nome Signore”, che è “Io Sono”, “col mio nome ‘Io Sono’ non mi sono fatto conoscere da loro”. Non è sorprendente? “Mi conobbero come El Shaddai, mi conobbero come l’Onnipotente, come il Potente, ma non mi conobbero come l’Io Sono”.

A questo punto potreste chiedere: “Aspetta un momento, stai dicendo che il Tetragramma, Yahweh, non compare in Genesi?” Sì, compare molte volte — circa un centinaio — ma non era ancora pienamente definito. Sapevano che Dio era eterno, sapevano che era vicino, che si avvicinava a loro ed essi a Lui; ma non conoscevano ancora Dio come Redentore. Non sapevano che Egli fosse il Liberatore del suo popolo. Dio si era rivelato ai patriarchi come Colui che esercita un controllo soprannaturale sulla natura, sulla storia, sugli uomini e sugli eventi. Essi conoscevano Dio come El Shaddai, il Potente, ma non lo avevano mai conosciuto veramente come il Dio salvatore del Patto. La piena e ricca qualità del Suo nome “Io Sono” stava ora per essere rivelata per la prima volta nella sua interezza.

In che senso? Versetto 4: “Stabilii anche il mio patto con loro per dar loro il paese di Canaan, il paese dove dimorarono come forestieri. E inoltre, ho udito i gemiti dei figli d’Israele che gli Egiziani tengono in schiavitù e mi sono ricordato del mio patto”, cioè la promessa di dare loro la terra, “Perciò di’ ai figli d’Israele: ‘Io Sono il Signore’, Io Sono l’Io Sono, ‘e vi farò uscire di sotto i pesi degli Egiziani, e vi libererò dalla loro schiavitù. Vi redimerò’ — ecco la parola chiave — ‘con braccio disteso e con grandi giudizi.’”

Dio non aveva mai fatto nulla di simile prima d’allora, “Ora non solo saprete che Io Sono l’Eterno, che Io Sono eternamente potente, che Io Sono eternamente vicino al mio popolo, ma ora vedrete anche il mio grande e potente braccio di redenzione”. Versetto 7: “Vi prenderò per mio popolo e sarò il vostro Dio; e voi saprete che Io Sono l’Io Sono, il vostro Dio, che vi ha fatto uscire di sotto i pesi degli Egiziani. E vi condurrò nel paese che giurai di dare ad Abraamo, a Isacco e a Giacobbe, e ve lo darò come possesso. Io Sono l’Io Sono”.

Vedete, Dio sta definendo il significato del Suo nome. Chi è l’“Io Sono”? È l’Eterno, l’Eterno che si avvicina al Suo popolo, l’Eterno che lo redime e che — come leggiamo al versetto 7 — lo prende per sé come proprio popolo, diventando il suo Dio; e, come dice il versetto 8, fa tutto questo per riversare su di loro la benedizione. Questo è il Dio che salva, che redime.

Dunque, quando sentite Dio chiamato “Io Sono”, non si parla semplicemente della Sua eternità. Non si parla soltanto del fatto che Egli esiste da sempre: è molto di più. Egli è sempre vicino per redimere, per formare un popolo e per essere il loro Dio, affinché godano la Sua beatitudine. Egli è l’Io Sono — il Salvatore, il Liberatore, il Redentore. Questa è l’essenza del Suo nome, perché questa è la Sua natura. Dio non è soltanto un essere eterno: Egli è un essere eterno che si avvicina agli uomini perché li ama. Non solo si avvicina: li redime. E non solo li redime, ma li fa Suo popolo, e poi riversa su di loro benedizioni senza fine. Questo è chi è Dio. E quando dite “Io Sono”, tutto ciò è racchiuso in quel grande nome. Esodo, capitolo 6, è dunque un testo monumentale nella definizione dell’identità stessa di Dio. È un nome di salvezza. Dio è un Dio che viene per redimere il Suo popolo, per farlo Suo e donargli una nuova qualità di vita per sempre. Tutta l’opera salvifica di Dio è racchiusa nel nome “Io Sono”. Tutta la redenzione che Dio ha compiuto dall’inizio fino ad oggi è racchiusa in quel nome.

E così, quando Gesù viene nel mondo come Salvatore, Egli deve essere l’“Io Sono”: il Dio che salva, “Io Sono il Dio eterno e trascendente”, Egli stava dicendo, “Io Sono il Dio eterno e trascendente che è venuto a liberare il Suo popolo dalla schiavitù del peccato e a condurlo in una relazione eterna con Sé stesso. Io Sono”, dice, “Colui che farà di loro il Mio popolo affinché possano godere l’inimmaginabile beatitudine delle Mie benedizioni in questa vita e nella vita a venire, nella gloria del cielo”. Conoscere il significato di quel nome significa comprendere il proposito redentivo di Dio dall’inizio alla fine. È un nome glorioso, tremendo, benedetto.

I Giudei lo sapevano, e quando Gesù disse “Io Sono”, raccolsero pietre per ucciderlo, perché considerarono quelle parole una bestemmia, sapendo perfettamente ciò che Egli stava affermando. E, come ho detto prima, avevano una scelta: o prostrarsi con la faccia a terra e riconoscere in Lui il Dio della creazione e della redenzione, oppure lapidare quel “bestemmiatore” che aveva osato pronunciare tali parole nel tempio. Fecero la scelta sbagliata. Egli è l’“Io Sono”. Giovanni amava quel titolo e cercò di catturare l’essenza dell’“Io Sono” nelle parole di Gesù: “Io Sono il pane della vita”, “Io Sono la luce del mondo”, “Io Sono la porta”, “Io Sono il buon pastore”, “Io Sono la risurrezione e la vita”, “Io Sono la via, la verità e la vita”, “Io Sono la vera vite”.

Giovanni, riportando queste frasi, usa quei sostantivi per riempire di significato l’“Io Sono”. Egli è infatti il pane della vita — Colui che nutre in modo salvifico l’anima affamata. È la luce del mondo — Colui che salva, conducendo il peccatore fuori dalle tenebre nella luce. È la porta — Colui che apre in modo salvifico l’accesso al Regno. È il buon pastore — Colui che, nella salvezza, protegge, custodisce e nutre il Suo gregge. È la risurrezione e la vita, la via, la verità e la vita. È la vera vite, attraverso la quale possiamo portare frutto alla gloria di Dio. Questo è chi è l’“Io Sono”. Tutti questi sono titoli salvifici che riempiono di contenuto quel nome. I Giudei avrebbero dovuto fare la scelta giusta, ma fecero quella sbagliata. Questo è il crimine più grave che si possa commettere nell’universo.

In Deuteronomio 28, versetto 58, leggiamo: “Se non avrete cura di mettere in pratica tutte le parole di questa legge, scritte in questo libro, per temere questo nome glorioso e tremendo, l’‘Io Sono’ vostro Dio…” Avete capito? Se non temete questo nome glorioso e tremendo, l’‘Io Sono’ vostro Dio, “…allora il Signore farà venire su di voi straordinarie piaghe, gravi e durature, e malattie maligne e croniche. E farà tornare su di voi tutte le malattie d’Egitto, di cui avevate timore, e si attaccheranno a voi. Anche ogni malattia e ogni piaga non scritta in questo libro, il Signore le farà venire su di voi finché siate distrutti”. Dio dice: “Se non onorate il nome ‘Io Sono’ nella sua pienezza, vi distruggerò”. E così fece. Quando Gesù venne nel mondo e disse “Io Sono”, e loro non vollero temere quel nome glorioso e tremendo, ma lo crocifissero, Dio li distrusse. Pochi anni dopo, nel 70 d.C., Tito Vespasiano e l’orda romana invasero Gerusalemme: in quella sola città furono uccisi 1.100.000 Giudei. Nei mesi successivi, 985 città della Palestina furono distrutte dai Romani, agendo come strumento del giudizio di Dio. Dobbiamo temere questo nome glorioso e tremendo.

Quando Gesù disse “Io Sono”, stava affermando: “C’è stato un bambino nato a Betlemme; Io sono quel bambino, ma prima di Betlemme Io Sono. Prima di Abraamo, Io Sono”. Questo è l’Eterno. Gesù stava dicendo: “Sono venuto nel mondo come l’‘Io Sono’ per redimere, perché questo è ciò che ‘Io Sono’ significa: portare a Me un popolo e benedirlo per sempre”. Ecco perché Egli venne.

Per compiere questo proposito redentivo, in quanto Sovrano della salvezza, il nostro Signore dovette esercitare potere su diversi elementi. Per essere l’“Io Sono” e realizzare la redenzione, dovette esercitare potere, prima di tutto, sul peccato. Guardate Marco, capitolo 2. È la storia, ben conosciuta, di quattro uomini che portarono un paralitico a Gesù. Il luogo era così affollato che non riuscivano a farlo entrare dalla porta, così scoperchiarono il tetto e lo calarono giù proprio davanti a Gesù.

E ricordate: quando l’uomo fu finalmente calato ai piedi di Gesù su quella barella, Gesù vide la fede di quei quattro uomini e anche del paralitico. Al versetto 5 di Marco 2 disse: “Figlio, i tuoi peccati ti sono perdonati”. Questo è sconcertante. È assolutamente scioccante che qualcuno dica: “Ti perdono i tuoi peccati”. Versetto 6: “Ora alcuni degli scribi erano seduti là e ragionavano in cuor loro: ‘Perché costui parla così? Egli bestemmia; chi può perdonare i peccati se non Dio solo?’” E qui, di nuovo, si trovano di fronte alla stessa scelta: Egli è o Dio, che può perdonare i peccati, oppure è il peggiore dei bestemmiatori.

E, naturalmente, al versetto 8 apprendiamo che Gesù, leggendo i loro pensieri, “subito, conosciuto nel suo spirito che ragionavano così dentro di sé, disse loro: ‘Perché ragionate queste cose nei vostri cuori?’” Dev’essere stato uno shock. Poi disse: “Che cosa è più facile dire al paralitico: ‘I tuoi peccati ti sono perdonati’, oppure dire: ‘Alzati, prendi la tua barella e cammina’?” “Che cosa è più facile?” È una domanda corretta e facile a cui rispondere. Vi dirò che cosa è più facile: è molto più facile dire “I tuoi peccati ti sono perdonati”. È facile da dire — be’, è impossibile da fare, ma è facile da dire. Sacerdoti ovunque lo dicono ogni giorno: “Oh, figlio mio, i tuoi peccati sono perdonati. Fai la tua confessione; i tuoi peccati sono perdonati”. È facile da dire. Potrei dirlo anch’io: “I tuoi peccati ti sono perdonati”. Facile da dire. E questo è proprio ciò che disse Gesù: “Che cosa è più facile dire?” È facile da dire.

Versetto 10: “Ma affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha autorità sulla terra di perdonare i peccati, vi dirò la cosa difficile. Dico a te: ‘Alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua.’” Questo è difficile da dire. Sapete perché? Perché immediatamente scopriremo se sei Dio, se hai davvero autorità. Posso dire a voi: “Carissimi, i vostri peccati sono perdonati”, e alcuni potrebbero persino crederlo. Ma se vado in ospedale e dico: “Alzatevi tutti e camminate”, e nessuno si muove, capirete che non ho quel potere.

È facile dire “I tuoi peccati ti sono perdonati”, perché non può essere verificato. Così Gesù disse: “Ho appena perdonato i peccati di quest’uomo a motivo della sua fede; e, solo per mostrarvi che ho davvero perdonato il suo peccato, farò la parte difficile: ‘Alzati e cammina’”, ed egli si alzò e camminò. E al versetto 12 tutti rimasero stupefatti. Furono presi da una sorta di timore, quasi panico, e glorificavano Dio dicendo: “Non abbiamo mai visto nulla di simile”.

Vedete, se Egli è il Dio Redentore, non ci aspetteremmo forse che possa perdonare il peccato? Deve perdonare il peccato per redimere, no? Ed è ciò che fece. E, per provare di aver perdonato il peccato, fece la parte difficile: guarì quell’uomo. Questo poteva essere verificato; il perdono no. Ma, una volta verificata l’autorità e la potenza che Egli dimostrò nella guarigione, potete riconoscere l’autorità e la potenza che Egli espresse nel perdono.

C’è una seconda cosa. Quando pensate a Cristo, se Egli deve essere il Sovrano “Io Sono”, il Dio Redentore, non solo deve esercitare potere sul peccato, ma deve anche esercitare potere sugli spiriti. Perché? Perché gli uomini sono tenuti in schiavitù dal peccato che danna; sono tenuti prigionieri da demoni e diavoli. Egli deve avere potere anche su di loro.

Guardate Luca, capitolo 4, e vediamo se Egli ha tale potere. Luca 4, versetto 31: “Scese a Cafarnao, città della Galilea, e insegnava loro nei sabati. Erano meravigliati del suo insegnamento, perché la sua parola era con autorità. Ora c’era nella sinagoga un uomo posseduto da uno spirito di demonio immondo”. Ecco un individuo indemoniato. Tutti i demoni sono peccaminosi, malvagi e impuri, ma alcuni sono designati nel Nuovo Testamento come “demoni immondi” proprio per sottolineare che tendono a produrre comportamenti devianti e pervertiti. Ci sono anche demoni in “colletto bianco”. Ci sono demoni religiosi. Sapete, ci sono quei demoni “puliti”, eleganti, in abito grigio: ce ne sono di più sottili. Questo, invece, è il tipo di demone feroce, malvagio, perverso che era venuto ad abitare in questo giovane.

“E lo spirito gridò a gran voce: ‘Ah!’” Interessante, vero? Significa che i demoni hanno emozioni, sentimenti, “Ah!” Questo è panico, “Che abbiamo noi a che fare con te, Gesù di Nazaret? Sei venuto per distruggerci? Io so chi tu sei: il Santo di Dio”. È un demone che parla. Sapevate che tutti i demoni sono fondamentalisti? Tutti. Sono tutti “evangelici”. Hanno una teologia assolutamente corretta su Cristo. Nessun demone si unirebbe a una setta che nega la divinità di Cristo: sanno bene come stanno le cose. Quello è per uomini e donne stolti. Possono operare attraverso quei sistemi, ma sanno di star mentendo. Sanno che Egli è Dio. Sanno che Egli è il Santo di Dio.

Così il demone dice: “È il nostro tempo? Sei venuto?” Ed è impaurito, “Ah! È questo il momento? È ora che dobbiamo andare nella fossa per sempre?” “E Gesù lo rimproverò, dicendo: ‘Taci, esci da lui.’” Proprio così. E il demone si infuriò, scaraventò l’uomo a terra un’ultima volta e se ne andò. Straordinario. Gesù stava dicendo: “Il giudizio finale non è ancora arrivato, ma per ora: esci da quest’uomo”, e il demone se ne andò.

Direte: “Ma perché Dio permise che il demone lo scaraventasse a terra?” Perché volle che fosse evidente che era appena accaduto qualcosa di drammatico, e tutti quelli che guardavano lo capissero — e infatti lo capirono. Versetto 36: “Tutti furono stupiti e si dicevano l’un l’altro: ‘Che parola è mai questa? Con autorità e potenza comanda agli spiriti immondi, ed essi escono!’ E la fama di lui si diffondeva in ogni località dei dintorni”.

Ascoltate: questo è l’“Io Sono” che salva; e l’“Io Sono” che salva, se deve compiere la Sua opera redentrice e radunare un popolo di cui sarà il Dio — e se deve riversare su di esso benedizione per l’eternità — deve avere potere sul peccato che li incatena e potere sui demoni di questo mondo che li tengono prigionieri di istituzioni e macchinazioni sataniche. Egli è sovrano sul peccato. Egli è sovrano sui demoni. Sì, questo è l’“Io Sono”. Nessun altro potrebbe fare ciò.

La terza cosa che notiamo è che, se doveva redimere, doveva essere sovrano su Satana stesso — su Satana in persona. Alcuni passi chiave. Uno è Giovanni 14:30, una dichiarazione molto importante fatta da Cristo. In Giovanni 14:30, Gesù — durante l’ultima cena, la sera in cui sarebbe stato catturato — parlando ai Suoi discepoli, al versetto 30 comincia a percepire l’arrivo di Satana. Satana sta arrivando. Satana si avvicina. Egli lo avverte.

E dice, al versetto 30: “Non parlerò più a lungo con voi… perché viene il principe di questo mondo”. Lo sento arrivare. Si sta avvicinando a me. Lo si era già visto all’opera — oh sì — mentre cercava di distruggere la linea messianica, affinché nessun Messia potesse nascere; cercando di annientare completamente i Giudei, perché non ci fosse alcuna nazione da redimere. Era presente quando il Bambino nacque, poiché faceva uccidere tutti gli altri bambini nel tentativo di uccidere Lui. Era stato lì a tentare Cristo, perché abbandonasse l’obbedienza a Dio e seguisse lui. Era intervenuto molte volte; ma ora tornava, ed era la battaglia finale. Sta arrivando. Gesù lo percepisce quella notte.

E poi dice la cosa più incredibile: “Egli non ha nulla contro di Me”. Cosa? Esatto: “Egli non ha nulla contro di Me. Ho vissuto per circa trentatré anni, e Satana non ha una sola accusa valida contro di Me, neppure per un pensiero, una parola o un’azione sbagliata. Egli non ha nulla contro di Me”. Che affermazione! “Egli è impotente su di Me. Lo sento arrivare. Non ha potere”. Fin da Genesi ci era stato detto che un giorno la progenie della donna sarebbe entrata in conflitto con il nemico, il serpente, e gli avrebbe schiacciato la testa, infliggendogli un colpo mortale. La croce fu quel colpo mortale.

Gesù disse che stava arrivando. In Luca 22:52-53 leggiamo: “Gesù disse ai capi dei sacerdoti, agli ufficiali del tempio e agli anziani che erano venuti contro di Lui: ‘Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante?’” Più tardi, quella notte, ricordate, nel giardino: “Quando ero ogni giorno con voi nel tempio, non avete steso le mani su di Me. Perché ora?” E poi risponde alla Sua stessa domanda: “Ma questa è la vostra ora e il potere delle tenebre”.

“Perché ora? Perché è il momento di Satana, il potere delle tenebre, di agire. Lasciatelo venire. Non ha nulla in Me”. Nessuna vulnerabilità, nessuna debolezza, nessun difetto, nessun peccato, nessun punto in cui Satana possa infliggere un colpo mortale. Così Gesù dice, alla fine del versetto 31: “Alziamoci, andiamo via di qui”. E dove stava andando? Alla croce, “Andiamo. Non ho paura. Satana non ha nulla in Me. Può uccidermi lì, ma non può trattenermi nella morte, perché sono senza peccato”.

E secondo Ebrei 2:14, quando Gesù andò alla croce accadde questa grande cosa: “Attraverso la morte, Egli — Cristo — rese impotente il diavolo”. Attraverso la morte lo rese impotente. Se Egli è l’“Io Sono”, e lo è, se Egli è il Dio Redentore, deve avere potere sul peccato — e lo dimostrò; potere sugli spiriti — e lo dimostrò; potere su Satana — e lo dimostrò. C’è un’altra cosa sulla quale deve avere potere: la morte, o il sonno. Fu la morte, secondo Ebrei 2:14-15 — la paura della morte — a tenere gli uomini schiavi e condannarli all’inferno. Il potere della morte doveva essere vinto. Egli doveva vincere sugli spiriti, su Satana e sulla morte. In Giovanni, capitolo 2, Gesù disse, al versetto 19: “Distruggete questo tempio e in tre giorni…”, che cosa? “…lo ricostruirò”. E quegli ottusi, non comprendendo, dissero: “Ci sono voluti quarantasei anni per costruire questo tempio, e tu lo rialzerai in tre giorni?” Ma Egli parlava del tempio del Suo corpo.

“Uccidetelo, e uscirò dal sepolcro, perché Satana non può trattenermi. Egli non ha nulla contro di Me”. Non può esserci punizione, perché non c’è stato alcun crimine. In Giovanni 10, versetto 17, Gesù disse: “Io depongo la mia vita per riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la depongo da Me stesso. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla di nuovo”. Morirò e vivrò di nuovo. È per la Sua devozione volontaria a questa grande opera di redenzione che il Padre lo ama — e noi lo amiamo.

Così, l’“Io Sono” è il Dio Redentore, ed Egli venne e disse: “Io Sono”. E come l’“Io Sono”, Egli doveva redimere il Suo popolo dai loro peccati, e per farlo doveva vincere sul peccato, sugli spiriti, su Satana e sulla morte. Quando Gesù disse: “Prima che Abraamo fosse, Io Sono”, essi sapevano che stava affermando di essere il Dio della redenzione. Avrebbero dovuto anche ricordare che Egli aveva mostrato loro il Suo potere sul peccato per provare di essere il Dio della redenzione. Aveva mostrato loro il Suo potere sugli spiriti, più e più volte, e il Suo potere su Satana. E se non lo avevano ancora visto, presto lo avrebbero visto sulla croce e attraverso il sepolcro aperto. Avrebbero visto anche il Suo potere sulla morte. Avrebbero dovuto fare la scelta giusta: avevano prove sufficienti che questo era l’“Io Sono”. Tutti dissero: “Dunque, sei tu il Figlio di Dio?” Ed Egli rispose: “Sì, Io Sono”.

Sapete cosa fecero? Dissero: “Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla Sua bocca”. Che cosa intendevano dire con questo? “Ecco, lo fa di nuovo, affermando di essere l’‘Io Sono’” — ed Egli lo era davvero.

Voi potreste chiedere: “Quale dovrebbe essere la giusta risposta?” Vi darò un’illustrazione, nel capitolo 18. La loro fu quella sbagliata; almeno questa è un’illustrazione parziale della risposta giusta. Nel Vangelo di Giovanni, capitolo 18, Gesù è nel giardino. Tutti vengono per catturarlo. Gesù prende l’iniziativa, al versetto 4. Ecco arrivare la coorte romana, gli ufficiali dei capi sacerdoti e dei farisei, con lanterne, torce e armi. Non sanno se scoppierà una sommossa o che cosa accadrà, quindi sono armati.

Gesù prende l’iniziativa. Non si nasconde, “Sapendo tutto ciò che gli stava per accadere, uscì e disse loro: ‘Chi cercate?’” Gli risposero: “Gesù il Nazareno”. Egli disse loro — togliete le parole in corsivo — che cosa disse? “Io Sono”. Beh, questo è proprio il punto: “Io Sono”. “E anche Giuda, che lo tradiva, stava là con loro. Quando dunque Egli disse loro: ‘Io Sono’, indietreggiarono e caddero a terra”. Tutta la folla crollò in un mucchio. Questo è potere. Solo pronunciando il Suo nome, “Io Sono”, l’intera folla cadde nella polvere.

E poi, al versetto 7: “Chi cercate?” “Gesù il Nazareno”. Gesù rispose: “Vi ho detto che Io Sono”. Qual è la risposta giusta? Cadere a terra. Essi lo fecero. Erano terrorizzati, schiacciati dalla potenza del Suo nome. Avrebbero dovuto restare a terra. La giusta risposta all’“Io Sono” è cadere a terra, forse per timore, forse per terrore, ma infine in adorazione. La tragedia è che si rialzarono, lo presero prigioniero, uccisero l’“Io Sono”, non onorarono quel nome tremendo e furono distrutti come popolo. Come risponderete voi, questo Natale, a Colui che ricordiamo e adoriamo? Potete scagliargli pietre e chiamarlo bestemmiatore, oppure potete adorarlo come Dio, il Dio che salva il Suo popolo dai suoi peccati.

Padre nostro, Ti ringraziamo per questo scorcio di divinità. Siamo pieni di timore sapendo che ora possiamo parlare con Te, il grande “Io Sono”. Siamo sbalorditi che Tu, l’“Io Sono”, il Dio eternamente esistente, sempre vicino, redentore e benedicente, dimori in noi. Oh, che mistero, che gioia! E possa essere che in questo Natale, mentre guardiamo indietro alla nascita di un bambino, riconosciamo che Egli è l’“Io Sono”. E che non sbagliamo mai su chi era quel bambino, affinché non falliamo nel temere questo nome onorato e tremendo. E possa essere che, a differenza della folla quel giorno nel giardino, noi cadiamo a terra nel timore e restiamo prostrati in adorazione. Preghiamo nel nome potente, glorioso e salvifico di Gesù Cristo. Amen.

FINE

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