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Volgiamoci adesso alla Parola di Dio, in Luca 15. Il nostro testo per questa mattina è Luca capitolo 15, e cominciamo dal versetto 11 con la ben nota parabola del nostro Signore, probabilmente la Sua parabola più conosciuta e più memorabile, nota come la “Parabola del figlio prodigo”. Charles Dickens disse che questo era il più grande racconto breve mai scritto, e lo stesso disse Ralph Waldo Emerson: due signori che, quanto a raccontare una bella storia, se la cavavano piuttosto bene anche loro. È probabilmente la più ricca ed inesauribile tra le parabole di Gesù, e tuttavia, è anche vero che anche un bambino può afferrarne la verità fondamentale.

Quando arriviamo ad una parabola come questa, è davvero essenziale ricordare che la Bibbia è un libro mediorientale. È un antico libro mediorientale; le sue verità sono collocate in una cultura che è molto lontana dalla nostra. Noi viviamo nel mondo occidentale, duemila anni dopo questi avvenimenti, ed abbiamo ben poca esperienza diretta della vita in Medio Oriente, sia antica che moderna. Ed è fin troppo facile strappare questa storia dal suo contesto, trasportarla nel nostro mondo moderno e trarne applicazioni che, nel migliore dei casi, sono estremamente riduttive.

Questa storia merita più di una trattazione ridotta all’osso. Non è una storia che si possa comprendere superficialmente, né nella sua ricchezza né nel suo messaggio. Qui ci sono sfumature, sottigliezze, ci sono atteggiamenti e caratteristiche culturali che le conferiscono il suo pieno significato. E ricordate: qualunque cosa la Bibbia significasse per le persone alle quali fu scritta, quella stessa cosa significa oggi. Qualunque cosa Gesù intendesse comunicare alle persone alle quali parlò, è esattamente ciò che le Sue parole significano oggi.

Ed una delle tristi realtà del nostro mondo moderno è che abbiamo fretta di leggere la Bibbia e di metterla in pratica senza mai interpretarla. E, in uno sforzo piuttosto incessante di aggiornarla, ignoriamo il suo contesto originario, nella fretta di trascinarla nel ventunesimo secolo.

Ma, se vogliamo trarre da tutto questo ciò che Dio voleva che conoscessimo e ciò che intendeva rivelare per la nostra edificazione, è essenziale comprendere che dobbiamo ascoltare queste parole come le ascoltò il pubblico di Gesù. Nella loro mente c’erano idee profondamente radicate, atteggiamenti culturali profondamente radicati, schemi profondamente radicati, sentimenti e sensibilità mai espressi, propri della vita nei villaggi contadini del Medio Oriente. E sono queste le cose che illuminano la storia. Sono queste le cose che la rendono viva. E sono queste le cose che ci permetteranno di viverci dentro.

Cristo parlava ad un popolo di contadini mediorientali. I Vangeli si rivolgono fondamentalmente a persone inserite in quel contesto. Persino la maggior parte delle persone istruite di quel tempo aveva le proprie radici nella semplice vita agricola dei villaggi. Molto di ciò che accadeva nella loro cultura e nella loro vita sociale, e che per generazioni si era radicato nella loro sensibilità, esiste ancora oggi nella vita dei contadini del Medio Oriente. C’erano cose che venivano percepite, ma mai espresse. C’erano atteggiamenti profondi che non venivano mai articolati e che non erano neppure compresi consapevolmente. Erano rimasti nel subconscio per così tanto tempo.

E, se vogliamo cogliere la maestria di questa grande storia e tutto il suo significato spirituale, dobbiamo tornare indietro e fare del nostro meglio per collocarci proprio in quel luogo e in quel tempo. Dobbiamo immedesimarci negli atteggiamenti e nelle aspettative della cultura di un villaggio contadino mediorientale. Allora potremo cominciare a vedere la ricchezza di questa storia illuminarsi davanti alla nostra mente.

Ora, prima di esaminare la storia, consideriamo un po’ il contesto, così da sapere dove ci troviamo. Cristo è diretto a Gerusalemme, negli ultimi mesi della Sua vita. Ha intenzione di offrire Sé stesso come sacrificio perfetto di Dio per il peccato, di morire sulla croce e poi, la domenica seguente, di risuscitare dai morti, dopo aver compiuto la nostra redenzione. Svolge ormai il Suo ministero da quasi tre anni, predicando il messaggio del regno di Dio e del ravvedimento, e chiamando uomini e donne ad entrare nel regno di Dio mediante il ravvedimento e la fede in Lui come Messia, Signore e Dio.

Nel frattempo si è fatto alcuni nemici implacabili: i farisei e gli scribi. Erano fondamentalmente gli architetti della religione popolare del giudaismo di quel tempo. Esercitavano la loro influenza nelle sinagoghe, cioè nelle assemblee locali del popolo ebraico, dove la gente si riuniva per ricevere insegnamento. Erano la principale forza d’influenza. Erano legalisti. Erano corrotti interiormente. Erano ipocriti. Erano ostili a Gesù. Eppure erano loro ad esercitare la maggiore influenza; e così, sotto la loro influenza, la maggior parte della popolazione era ostile oppure indifferente nei confronti di Gesù. E tutto questo, alla fine, si abbatte sul Suo capo, quando a Gerusalemme gridano chiedendo il Suo sangue e Gli tolgono la vita.

Il risentimento dei farisei e degli scribi era dovuto al fatto che Gesù li aveva affrontati direttamente riguardo alla loro ipocrisia. Li aveva descritti come persone che si ritenevano giuste, ma che non erano veramente giuste. Li aveva descritti come persone che non comprendevano veramente né la Scrittura né la volontà di Dio. Aveva detto loro che non conoscevano Dio. Non conoscevano la vera via della salvezza. Aveva detto loro che erano esclusi dal regno di Dio perché erano corrotti interiormente e si dirigevano verso il giudizio divino. E questo non era ciò che volevano sentirsi dire.

E, sebbene Egli lo dicesse con compassione, misericordia e grazia, e sebbene lo ripetesse in ogni genere di situazione, in qualunque modo lo dicesse, loro odiavano quel messaggio. E così, volendo contrattaccare Gesù, escogitarono la peggiore accusa possibile contro di Lui, e cioè che Egli compiva le Sue opere mediante il potere di Satana. Dissero che, lungi dal rappresentare Dio, Egli rappresentava il diavolo stesso, e che ciò che diceva era demoniaco e infernale. Questa era la loro convinzione, e quindi questa fu la menzogna che diffusero in tutto il paese.

In ogni modo possibile, ogni volta che trovavano un’occasione per sostenere quella menzogna, lo facevano. E uno dei modi che, a quanto pare, ritenevano particolarmente efficaci era dire alla gente: “Guardate con chi si accompagna Gesù. Non si accompagna con il popolo di Dio. Si accompagna con il popolo del diavolo. Si accompagna con esattori delle tasse, prostitute, criminali, con quella categoria generale di persone chiamate peccatori”. E ogni volta che potevano mettere in evidenza il fatto che Gesù si accompagnava con i peccatori, erano ben felici di farlo, per screditarLo e sostenere che Egli si trovava a Suo agio con il popolo di Satana e a disagio con il popolo di Dio, che essi credevano di essere.

Ed è proprio questa la circostanza che dà origine alle storie raccontate da Gesù in Luca 15. Al versetto 1 leggiamo: “Or tutti i pubblicani e i peccatori si accostavano a Lui per udirLo”. Venivano perché, come avete notato alla fine del capitolo 14, l’ultima affermazione dice: “Chi ha orecchi da udire, oda”. Erano disposti ad ascoltare, e quindi venivano. “E tanto i farisei quanto gli scribi”—che erano gli esperti di teologia all’interno del movimento dei farisei—“mormoravano, dicendo: ‘Costui accoglie i peccatori e mangia con loro’”. E, naturalmente, mangiare con qualcuno equivaleva ad esprimere tacitamente approvazione e consenso.

E così erano indignati. Loro non si sarebbero mai accompagnati con quel genere di persone. Non avrebbero mai mangiato con quelle persone, in nessun caso. Si tenevano lontani da tutti quelli che appartenevano a quelle categorie, in una sorta di sforzo, da loro stessi concepito, per proteggere la propria presunta purezza.

Nonostante i miracoli di Gesù—che erano innegabili, e infatti non cercarono mai di negarli—nonostante le abbondanti prove della Sua divinità, nonostante la potenza, la chiarezza e la natura trasformatrice delle Sue parole, continuavano a tornare all’accusa che Egli fosse satanico; e, in questa occasione, secondo loro, la prova era evidente, perché si accompagnava con persone che appartenevano al diavolo.

Non soltanto violava le tradizioni del giudaismo e le consuetudini dei farisei e degli scribi, non soltanto non mostrava alcun riguardo per il loro modo di osservare il sabato o per le loro altre regole, ma, soprattutto, frequentava gli emarginati considerati ingiusti. E così sollevarono ancora una volta questa accusa, proprio come avevano già fatto in 5:29-32: la stessa lamentela.

Ora, questo provoca una risposta da parte del nostro Signore. Ed è una risposta piuttosto semplice: “Non capite, vero? La ragione per cui Mi accompagno con questi peccatori è che sono venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”, come dice esplicitamente in Luca 19:10. “Lo faccio perché questa è la gioia del Padre. Questa è la gioia di Dio: salvare i peccatori perduti”. E poi racconta la storia di un pastore che aveva cento pecore, ne perse una, andò a cercarla, la trovò e la riportò indietro. E dice: “Qual è il punto della storia?”. Versetto 7: “Io vi dico che, allo stesso modo, vi sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si ravvede che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento”. E questo è un rimprovero sarcastico rivolto agli stessi farisei, i quali pensavano di essere giusti e di non aver bisogno di ravvedimento. Il cielo non prova alcuna gioia per voi. La gioia del cielo è nel recupero di un peccatore perduto che si ravvede.

E poi raccontò una seconda storia, quella di una donna che aveva dieci monete d’argento, ne perse una e continuò a cercarla finché non l’ebbe trovata. E ancora, al versetto 10: “Allo stesso modo, vi dico, vi è gioia alla presenza degli angeli di Dio per un solo peccatore che si ravvede”.

Ciò che sta dicendo loro è: “Siete così lontani da Dio che non comprendete neppure ciò che procura gioia a Dio. Non comprendete ciò che rende Dio contento, soddisfatto e gioioso. È il ritorno dei peccatori a Dio. Siete così lontani dal conoscere Dio”.

E questo, naturalmente, conduce alla terza storia, che è la parabola principale. Abbiamo visto il ritrovamento di una pecora perduta e di una moneta perduta. E qui abbiamo il ritorno di un figlio perduto. Ma questa storia ha lo scopo di dimostrare la stessa cosa: la gioia di Dio per il ritorno a Dio di un peccatore perduto. Tuttavia, questa storia va ancora oltre e ci mostra la natura del ravvedimento.

Il ravvedimento è stato menzionato al versetto 7 ed è stato menzionato al versetto 10, ma non è mai stato definito. In questa storia viene definito pienamente e, per la prima volta, in questa storia compaiono realmente i farisei e gli scribi. Sono un personaggio della storia, e li vediamo in tutta la loro bruttezza; e anche loro si riconobbero. Ed è proprio questo il finale sorprendente della storia.

Fino a quel momento, erano più o meno d’accordo con la storia. E questo era sempre il metodo di Cristo: indurli a lasciarsi coinvolgere dalla storia, suscitando il loro interesse e la loro comprensione, e poi portarli a comprendere le questioni etiche contenute nella storia, perché essi si gloriavano del proprio elevato livello morale. E poi prendere quella loro stessa comprensione etica, rivolgerla contro di loro e fare della teologia della storia un coltello che penetrasse nei loro cuori peccaminosi. Tutto questo accade, e molto di più, in questa storia.

Le prime due storie, quella della pecora e quella della moneta, mettono in risalto Dio come Colui che cerca, Colui che trova e Colui che gioisce. Ma la terza storia non guarda tanto al lato divino, quanto a quello umano: il peccato, il ravvedimento, il recupero e il rifiuto. Questa è una storia drammatica. È una storia commovente. Ogni sua parte è profondamente interessante ed esercita un forte impatto sul modo di pensare di chiunque sia stato afferrato dalla verità divina.

Ora, la storia non contiene tutto ciò che deve essere detto riguardo alla salvezza. Non presenta l’intera teologia della salvezza. Ma ci conduce alla croce, che deve ancora avvenire, perché è una storia di riconciliazione, e non vi è riconciliazione senza la morte di Cristo, che, avendo pagato per intero la pena al posto del peccatore, rende possibile la riconciliazione. Ma la croce non compare nella storia; deve ancora compiersi. E quindi questa non è una teologia completa della salvezza, ma tratta alcuni degli elementi essenziali del peccato, del recupero, della gioia e del rifiuto.

Ora, la storia ruota intorno a tre personaggi: il figlio minore, il padre e il figlio maggiore. E, in realtà, dovrebbe essere suddivisa proprio in questo modo. Mi piacerebbe poterla dividere così comodamente in tre parti. Questo è stato uno degli obiettivi della mia vita fin da quando ho cominciato a predicare, un obiettivo che non ho mai raggiunto. Quindi la prenderemo così come viene. Ma cominciamo dal figlio minore, il figlio minore. E, mentre apriamo la storia del figlio minore, voglio indicarvi due cose sulle quali riflettere. Prima, una richiesta vergognosa, e poi una ribellione vergognosa. Versetto 11: “E disse: ‘Un uomo aveva due figli. Il più giovane di loro disse al padre: “Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta”’”. Fermiamoci qui per un momento.

Il primo figlio non è l’unico personaggio. Al versetto 11 avete l’uomo ed entrambi i figli. Ecco perché io la chiamo “la storia di due figli”. In realtà, non è la storia di un solo figlio. È la storia di due figli, ed il culmine dell’intera storia indica che è l’altro figlio, quello al quale non pensiamo, ad essere veramente l’obiettivo principale della storia. Ma noi chiamiamo questo figlio minore “il figlio prodigo”. E suppongo che voi—se vi chiedessi che cosa significa “prodigo”—probabilmente vorreste cercare in un dizionario per scoprire esattamente che cosa vuol dire. Quindi permettetemi di darvi qualche spiegazione.

È una parola, un’antica parola inglese. Non la usiamo molto. Fondamentalmente significava “scialacquatore”. E sapete che cosa significa quella parola: qualcuno che sperpera, una persona insensatamente stravagante e dedita ai propri piaceri. Ed è una parola perfetta per questo primo figlio. Ecco perché è rimasta in uso così a lungo. Ma non è una parola che compare da nessuna parte nella storia. È semplicemente una parola che si adattava bene nelle versioni inglesi originali. Questo giovane è l’illustrazione classica di una vita sprecata, di una sfrenata ricerca del proprio piacere. Ed è per questo che viene chiamato “il figlio prodigo”.

Ma esaminiamo la storia e vediamo che, in realtà, è la storia di due figli e di un padre amorevole. Gesù disse: “Un uomo aveva due figli. Il più giovane di loro disse al padre: ‘Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta’”. Quando Gesù disse questo, potete immaginare che i farisei e gli scribi, che costituivano il Suo unico pubblico, abbiano reagito dicendo: “Ah!”. Questa è un’affermazione assolutamente oltraggiosa. Ora, probabilmente non è sposato, perché vuole andarsene e darsi alla bella vita; con ogni probabilità è ancora adolescente. È completamente irrispettoso nei confronti di suo padre. Non prova alcun amore per suo padre. Nel suo cuore non vi è neppure un briciolo di gratitudine per il patrimonio che le generazioni precedenti della sua famiglia avevano accumulato e che, un giorno, sarebbe passato a lui.

In realtà, la verità è che, secondo la sensibilità della vita nei villaggi dell’antico Medio Oriente, un figlio che avesse detto una cosa simile avrebbe, in sostanza, detto: “Papà, vorrei che tu fossi morto. Sei d’intralcio ai miei progetti. Sei un ostacolo. Voglio la mia libertà, voglio la mia realizzazione e voglio uscire da questa famiglia adesso. Ho altri progetti. E quei progetti non comprendono te. Non comprendono questa famiglia. Non comprendono questa proprietà. Non comprendono questo villaggio. Non voglio avere nulla a che fare con nessuno di voi. Voglio la mia eredità adesso”. E questo equivale a dire: “Vorrei che tu fossi morto”.

In una cultura nella quale l’onore era così importante, in una cultura fondata su uno dei dieci comandamenti, “Onora tuo padre e tua madre”, questo principio era stato ampliato e sviluppato fino al punto che onorare il proprio padre si trovava, per così dire, in cima alla lista della vita sociale. E qualunque figlio avesse rivolto una simile richiesta—una richiesta così sconvolgente, una richiesta così oltraggiosa—a un padre sano e probabilmente ancora relativamente giovane, sarebbe stato considerato da tutti come uno che desiderava la morte di suo padre.

Vedete, le cose funzionavano in questo modo: non ricevevate mai la vostra eredità finché vostro padre non moriva. Ma fare questo, chiederla in quel momento, equivaleva essenzialmente non soltanto ad affermare che vostro padre fosse morto, ma anche, da parte vostra, a commettere una sorta di suicidio, perché chiunque si sarebbe aspettato che un padre rispondesse ad una richiesta del genere con uno schiaffo in faccia.

Quello era un gesto tipicamente ebraico per esprimere riprovazione davanti ad un simile disprezzo da parte di un giovane figlio che aveva beneficiato di tutto ciò che la famiglia possedeva, e probabilmente di tutte le ricchezze accumulate dalle generazioni precedenti; ed era così che trattava suo padre? Sarebbe stato schiaffeggiato in pieno volto, e non certo piano; poi, molto probabilmente, sarebbe stato pubblicamente svergognato, forse privato di tutto ciò che possedeva, forse persino considerato morto ed espulso dalla famiglia.

La rottura era talmente grave che, al versetto 24, quando il figlio ritorna, il padre dice: “Questo mio figlio era morto”. E lo ripete al versetto 32, rivolgendosi al fratello maggiore: “Questo tuo fratello era morto”. In quel tempo e in quel luogo era persino consuetudine celebrare una cerimonia ufficiale, un funerale, se così vogliamo chiamarlo, in risposta ad una simile insolenza. Ed era finita: eravate fuori dalla famiglia, eravate morti. E l’unico modo per rientrare era offrire una qualche forma di restituzione, trovare un modo per riconquistare il favore della famiglia dopo il disonore che avevate recato.

Il sistema era perfettamente chiaro a tutti. Il padre occupava il primo posto nella gerarchia dell’onore, poi veniva il fratello maggiore, e poi il minore. Questa è spudoratezza al suo livello più alto. Il membro più basso della famiglia, l’ultimo nella gerarchia dell’onore, esprime esasperazione, irritazione ed odio verso suo padre per il solo fatto che sia ancora vivo e gli impedisca di ottenere ciò che vuole: questo rappresenta il più alto grado di vergogna immaginabile. Gesù non avrebbe potuto attribuire ad una persona una vergogna maggiore di quella rappresentata da un simile gesto. Nella struttura sociale d’Israele, quello era il supremo atto di vergogna.

E la sua richiesta era: “Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta”. Dammela. Usa la parola “beni”. Nel greco troviamo l’espressione tēs ousias, usata soltanto qui e in nessun altro luogo del Nuovo Testamento, e significa “i beni, le proprietà, la porzione”. Egli chiede le cose materiali: i terreni, gli animali, gli edifici e qualunque altro possedimento della famiglia avesse diritto di ricevere.

E, in una famiglia con due fratelli, secondo Deuteronomio 21:17, il patrimonio veniva diviso in modo disuguale. Il figlio maggiore riceveva il doppio di ciò che riceveva il figlio minore. Ciò significa che due terzi andavano al figlio maggiore ed un terzo al figlio minore. Quindi egli vuole un terzo di tutto ciò che questa famiglia possiede. E dovevano possedere molto. Avevano dei servi, come scopriamo più avanti nella storia. Assunsero musicisti e danzatori per la festa. Avevano dei lavoratori salariati, che impiegavano oltre ai normali servi della famiglia. Avevano degli animali, compreso un vitello ingrassato. E dovevano possedere un patrimonio abbastanza consistente da fargli pensare che, ottenendo il suo terzo, avrebbe potuto finanziare piuttosto bene la sua ribellione.

Ma tutto ciò che voleva era la tēs ousias, e questa è una parola molto importante, perché la parola normalmente usata per “eredità” è klēronomia; quella è la parola normale. Ma ascoltate attentamente. Quando usate quella parola e parlate di eredità, state parlando di tutto ciò che accompagna i beni materiali. State parlando della gestione della proprietà. State parlando di guida. State parlando della responsabilità di provvedere le risorse per la famiglia. Quando ricevete l’eredità da vostro padre, ricevete letteralmente la responsabilità di amministrare tutti i beni della proprietà a beneficio della famiglia di allora, accrescerli e trasmettere un patrimonio più solido alle generazioni future.

Quindi, insieme alla parola “eredità” vengono la responsabilità e il dovere di rendere conto per il futuro. Lui non voleva nulla di tutto questo, e quindi non usò quella parola. Gesù mise sulle sue labbra questa parola, tēs ousias: “Voglio soltanto ciò che mi appartiene. Non voglio assumere un ruolo di autorità. Non voglio responsabilità. Non voglio dover rendere conto. Non voglio nulla che riguardi il futuro. Non mi assumerò alcuna responsabilità per questa famiglia, né adesso né mai più. Non voglio prendermi cura di nessuno. Voglio soltanto ciò che mi appartiene”. Nessun ruolo di guida, nessuna responsabilità, nessun dovere di rendere conto, nessun ruolo nella famiglia, nessun ruolo nel futuro del padre.

Tutto questo indica che vive sotto l’autorità del padre con grande riluttanza. È infelice. Vuole libertà, indipendenza. Vuole distanza. Vuole andare il più lontano possibile da ogni restrizione e da ogni responsabilità. Non vuole ubbidire a suo padre. Non vuole essere guidato da suo padre. Non vuole dover rispondere a suo padre. Non vuole avere nulla a che fare con nessuno che lo conosca. Vuole andarsene, ma vuole farlo portando con sé tutto ciò che può ottenere per finanziare la sua partenza.

Ora, un padre poteva fare dei doni ai propri figli. Qualunque padre, nella cultura ebraica di quel tempo, poteva fare dei doni ai figli come desiderava. Poteva anche assegnare loro le rispettive porzioni del patrimonio; ad un certo punto poteva dire: “Questi sono i due terzi che riceverai come figlio maggiore. Questo è il terzo che riceverai come figlio minore”. E, anche se avesse fatto quella ripartizione, essi non avrebbero mai potuto prenderne possesso finché lui non fosse morto, perché in quella cultura dell’onore il padre rimaneva a capo di tutto fino alla morte. Non cedeva mai quella posizione ai figli. Quindi, sebbene potesse dire: “Questo sarà tuo”, non avrebbe detto: “Questo è tuo. Prendine il controllo adesso”. Sarebbe sempre rimasto lui il responsabile.

E, se avesse assegnato loro le rispettive parti dicendo: “Ora voglio che cominciate a imparare ad amministrare le parti che vi sono state assegnate”, secondo la consuetudine egli avrebbe avuto accesso a tutto ciò che veniva guadagnato mentre essi amministravano le loro proprietà. Quindi continuava a esercitare un controllo saldo e diretto. Ma il figlio non sta chiedendo questo. Non sta chiedendo di sapere adesso che cosa riceverà in futuro. Sta chiedendo di avere adesso ciò che avrebbe dovuto aspettare di ricevere dopo la morte di suo padre.

Probabilmente la notizia si sarebbe diffusa nel villaggio, come normalmente accadeva. Gli abitanti si sarebbero aspettati che il padre fosse adirato, umiliato, disonorato. Si sarebbero aspettati che fosse furioso con suo figlio. Si sarebbero aspettati che schiaffeggiasse il ragazzo, che lo rimproverasse, che lo svergognasse, che lo punisse, che lo espellesse dalla famiglia e forse persino che celebrasse un funerale.

Ma qui troviamo la prima sorpresa della storia. Tornate al versetto 12: “Ed egli divise fra loro i suoi beni”. Divise i suoi beni. Sapete qual è la parola greca tradotta “beni”? Bios: vita, biologia; questa è la loro vita. Questo è ciò che la vita della famiglia aveva prodotto nel corso delle generazioni. Questo era ciò di cui egli viveva. Questa era la sua fonte di sostentamento. Quindi il testo dice che egli lo divise.

Ebbene, alcuni farisei e sadducei, o scribi, probabilmente pensarono: “Beh, sì, sta semplicemente dicendo loro, sapete: ‘Questo è ciò che riceverete. Questo sarà tuo. Questo sarà tuo. E adesso potete cominciare ad assumervi la responsabilità di ciò che un giorno sarà vostro, ed io sarò qui a sorvegliarvi’”. Forse era questo che intendeva. Stava semplicemente facendo la ripartizione secondo Deuteronomio 21:17: un terzo e due terzi.

E tuttavia, a questo punto ci sarebbe stata una sorpresa. Sarebbe stato piuttosto sconvolgente a causa del modo in cui la richiesta era stata presentata. Se il padre lo avesse fatto di propria volontà, perché nutriva tanto rispetto per i suoi figli, aveva fiducia nei suoi figli e amava i suoi figli, allora sarebbe stato comprensibile. Ma che un padre facesse una cosa simile per un figlio di quel genere, dopo una richiesta di quel genere, era qualcosa di veramente sconvolgente; e questo avrebbe suscitato un altro sussulto tra i farisei.

Invece di schiaffeggiarlo in faccia per la sua insolenza, il padre gli concede ciò che vuole. Gli accorda questa libertà perché è disposto a sopportare l’agonia di un amore respinto. E questa è l’agonia più dolorosa di qualunque altra sofferenza personale: l’agonia di un amore respinto. Quanto più grande è l’amore, tanto più grande è il dolore quando quell’amore viene respinto. Questo è Dio. Questo è Dio che concede al peccatore la sua libertà. Nelle consuetudini d’Israele non vi era alcuna legge che impedisse ad un padre di fare una cosa simile. Non lo fa perché pensa che questa sia la cosa migliore. Concede al peccatore la sua libertà. E il peccatore, in realtà, non sta infrangendo la legge, ma sta dimostrando l’assenza di una relazione. Ed è proprio questo il punto.

Il peccatore non ha alcuna relazione con Dio. Non ama Dio, non si interessa di Dio, non vuole avere nulla a che fare con Dio, nulla a che fare con la famiglia di Dio, non vuole avere nulla a che fare con il futuro della famiglia di Dio, non vuole dover rendere conto a Dio, non prova alcun interesse per Dio, non vuole rispondere a Dio, non vuole sottomettersi a Dio, non vuole alcun tipo di relazione. In realtà, non ne ha alcuna. E Dio, nell’agonia di un amore respinto, lascia andare il peccatore. È come in Romani 1: “Li ha abbandonati, li ha abbandonati, li ha abbandonati”.

Ora, notate di nuovo, al versetto 12, che egli divise fra loro i suoi beni. A questo punto della storia abbiamo ancora due ragazzi, perché, una volta fatta la divisione, fu chiaro anche all’altro fratello quale fosse la sua parte. E così entrambi ricevettero la propria parte. Sebbene abbia detto che una cosa simile fosse rara e che non vi fosse alcuna legge che la proibisse, era estremamente insolito che accadesse, e non sarebbe mai potuta accadere in circostanze come queste, con un figlio di quel genere che avanzava una richiesta di quel genere.

La legge ebraica affermava—secondo la Mishnah, che è la codificazione della legge ebraica—che, se questo avveniva, se un padre decideva di fare una cosa simile, i figli dovevano conservare la proprietà fino alla morte del padre, e soltanto allora avrebbero potuto farne ciò che volevano. Fino a quel momento, il padre continuava a sorvegliare il modo in cui amministravano quei beni, ed aveva diritto a tutto il reddito che essi producevano. Ma questo certamente non si adattava ai progetti del figlio minore. Voleva ciò che voleva, e lo voleva subito.

Ebbene, il primo passo era convincere il padre a dividere il patrimonio. Non ci volle molto per arrivare al secondo passo; versetto 13: “E non molti giorni dopo”. E qui comincia la seconda cosa sulla quale vi avevo detto che avremmo dovuto riflettere nella storia. Prima, la richiesta vergognosa, e poi una ribellione vergognosa. Soltanto pochi giorni: “non molti giorni dopo”. Non aspettò a lungo. Non riusciva ad aspettare. Aveva già aspettato abbastanza. Non ne poteva più di stare alla presenza del padre. Non ne poteva più di dover rispondere al padre o di mantenere un qualsiasi legame con la famiglia. Non provava alcun amore per suo padre. Non provava assolutamente alcun amore neppure per suo fratello maggiore, ed il fratello maggiore non provava alcun amore per lui.

E, a proposito, come nota a margine, neppure il fratello maggiore prova amore per il padre. Proprio così. Il fratello maggiore non prova alcun amore per il padre. Infatti, quando il ragazzo torna a casa ed il padre è felice, il fratello maggiore si adira. Non condivide affatto i sentimenti del padre. È altrettanto privo d’amore, altrettanto ingrato, anche se rimane a casa. È l’ipocrita che vive dentro casa.

Quindi, fondamentalmente, il padre non ha alcuna relazione con nessuno dei due figli. Questi rappresentano due tipi di persone che non hanno alcuna relazione con Dio. Uno è irreligioso e l’altro è religioso. Uno è il più lontano possibile da Dio; l’altro Gli è vicinissimo, ma soltanto esteriormente.

Ma che cosa voleva il figlio minore? “Non molti giorni dopo”—dice il testo—“il figlio minore, raccolta ogni cosa”. Letteralmente significa che “trasformò tutto in denaro contante”. Trasformò tutto in denaro contante. “Voglio andarmene, non voglio avere nulla a che fare con voi”. Tecnicamente, tra l’altro, poteva vendere la proprietà. Una volta che gli era stata assegnata, sebbene il padre continuasse ad esercitare una certa supervisione, potesse riceverne i proventi ed essi non potessero prenderne effettivamente possesso fino alla morte del padre, nell’antica tradizione esisteva una scappatoia, una via d’uscita, ed era questa: poteva venderla a qualcuno che l’avrebbe acquistata, ma che non ne avrebbe preso possesso fino alla morte del padre.

Voi potreste dire: “Beh, è piuttosto difficile vendere a quelle condizioni, non è vero?”. Non necessariamente. Lui vuole denaro contante. Deve trovare un compratore per il suo terzo del patrimonio, un compratore disposto a dargli subito il denaro e ad aspettare la morte del padre prima di prenderne possesso. Ora, se vi sembra insolito, ricordate semplicemente che ogni giorno, in questo mondo, le persone acquistano quelli che vengono chiamati “futures”, contratti su materie prime. E perché mai qualcuno dovrebbe acquistare adesso qualcosa che non potrà ricevere fino ad un momento futuro? Perché pensa che il prezzo possa salire. Quindi ci si protegge rispetto al futuro pagando adesso il prezzo d’acquisto, anche se non si potrà prendere possesso del bene fino ad un momento futuro. Questo significa acquistare futures, tutelarsi rispetto al futuro.

E sapete che il prezzo sarebbe stato conveniente, perché avevano davanti un venditore disperato. Non c’è niente di meglio, vero, quando siete compratori, di un venditore disperato. Qualcuno che vuole andarsene, e vuole andarsene in fretta. Non molti giorni dopo, vuole trasformare tutto in denaro contante. La sua proprietà può essere venduta, vale a dire edifici, terreni, animali, qualunque cosa fosse, e lui riceve subito il denaro. Chiunque l’avesse acquistata non avrebbe potuto prenderne possesso fino alla morte del padre.

E, naturalmente, ci sarebbero state persone ben felici di farlo, perché sarebbe stata una vera e propria svendita. Quel ragazzo vuole andarsene, e vuole andarsene subito. Accetta un prezzo ribassato. E qualcuno è più che felice di assicurarsi il valore di quella proprietà, aspettare per tutti gli anni che mancano alla morte di quell’uomo e poi prenderne possesso ed aggiungerla, in futuro, al patrimonio della propria famiglia.

Questa è la stoltezza del peccatore. Vuole allontanarsi da Dio. Vuole allontanarsi da Dio adesso. Non vuole dover rendere conto a Dio. Vende a poco prezzo tutte le opportunità che Dio gli ha concesso, tutti i buoni doni, tutte le occasioni di ascoltare il Vangelo, ogni cosa buona che Dio ha posto nel suo mondo. Disprezza tutta quella bontà e pazienza di Dio che dovrebbe condurlo ad una relazione con Lui; e, una volta ottenuto il denaro, vedete ciò che accade al versetto 13: “Partì per un paese lontano”.

“Lontano” è la parola chiave. Andarsene, andarsene in fretta ed andarsene il più lontano possibile. Un paese dei Gentili sarebbe stato un paese lontano. Qualunque paese al di fuori d’Israele era terra dei Gentili. Egli andò in una terra dei Gentili, e questo era orribile. Ecco un altro orrore. Quanto è malvagio questo ragazzo? È malvagio quanto una persona possa esserlo. Non potete fare nulla di peggio che disprezzare vostro padre e disonorare vostro padre. E a questo aggiungete l’avidità materialistica. E aggiungete la vendita del patrimonio familiare accumulato nel corso delle generazioni. E aggiungete il fatto che se ne va in una terra dei Gentili, il più lontano possibile da chiunque lo conosca, affinché nessuno sappia o si interessi di ciò che fa. Una condotta scandalosa.

E a quel punto, certamente, la famiglia avrebbe celebrato un funerale nel villaggio. Se n’era andato ed era morto. Era finita. Ormai avrebbe potuto essere ristabilito soltanto se fosse tornato ed avesse riacquistato il patrimonio che aveva venduto. Avrebbe dovuto tornare e ricomprarlo.

A proposito, soltanto come nota a margine, mentre esamino tutto questo mi pongo una domanda: dov’è il figlio maggiore in tutto ciò? Perché non si alza mai in difesa dell’onore del padre? Perché non interviene mai per proteggere il padre? Perché non c’è un versetto che dica: “Ma il figlio maggiore andò dal minore e lo rimproverò perché aveva disonorato il padre”? La risposta è che neppure lui amava il padre. Era ben felice di ricevere la propria parte e di rimanere a casa. Non prese mai le difese del padre. Non prova alcun amore per il padre, come vedremo.

L’intera scena è piena di vergogna. È una famiglia completamente disfunzionale. Un padre amorevole e generoso, che ha fatto doni immensi a due figli. Uno è un peccatore apertamente ribelle ed irreligioso; l’altro è un peccatore religioso che è rimasto a casa, ma nessuno dei due ha alcuna relazione con il padre o con l’altro fratello. Si odiano a vicenda ed entrambi odiano il padre.

Ebbene, la ribellione è ormai in corso. E il testo ci dice, tornando al versetto 13, che, quando arrivò nel paese lontano, “là dissipò i suoi beni, vivendo dissolutamente”. “Dissipò” significa “disperdere”. Li gettò semplicemente via, li gettò via. Da qui il termine “prodigo”: sperperò tutto. Vivendo dissolutamente, in modo sconsiderato e dispendioso, zōē asōtōs, una vita dissipata, una vita depravata, una vita dissoluta.

Infatti, più avanti, al versetto 30, suo fratello maggiore dice: “Ha divorato i tuoi beni con le prostitute”. Pensate un po’. Alcuni ritengono che questa possa essere semplicemente un’accusa inventata dal fratello maggiore. Ma non esiste alcun fratello maggiore reale. Questa è soltanto una storia, e l’autore di tutto questo è Gesù. E Gesù inserì quell’affermazione nella storia perché riflette accuratamente ciò che Egli vuole comunicarci riguardo a ciò che fece quel giovane.

Che cos’altro avrebbe fatto? Fuggendo il più lontano possibile da ogni responsabilità, con tutto il suo denaro ancora intatto, si reca in questo paese lontano, cercando di sottrarsi ad ogni responsabilità e ad ogni obbligo di rendere conto a suo padre, e dissipa la propria vita in maniera immorale. La spreca. “Ha mandato la sua vita in rovina”, diremmo nel linguaggio contemporaneo.

Ora, è evidente che questo giovane figlio rappresenta i peccatori che vivono apertamente nel peccato, i ribelli, i dissoluti, i libertini, i depravati, gli immorali, coloro che non fingono di avere fede in Dio e non fingono di amare Dio. Sono quelli del versetto 1: i pubblicani e i peccatori, gli emarginati, gli irreligiosi. E fuggono il più lontano possibile da Dio perché non Lo amano e non hanno alcuna relazione con Lui. Non vogliono avere nulla a che fare con la Sua legge o con il Suo governo. Non vogliono doverGli rendere conto in alcun modo. Non varcano neppure la soglia di una chiesa. Non sono interessati ad esporsi alle aspettative di nessuno.

Ma il peccato non finisce mai come prometteva all’inizio. Versetto 14: “Ora, quando ebbe speso tutto”. Questo ci fa capire che, quando arrivò nel paese lontano, era il gran signore, il ragazzo d’oro, il nuovo arrivato in città con un grosso capitale a disposizione. Ha il suo bel mucchio di denaro. Arriva in città. Si butta nella vita mondana e si abbandona ad una sfrenata baldoria. Certamente raccoglie intorno a sé ogni genere di persone desiderose di approfittare della sua generosità, della sua stolta generosità. Si circonda di gentaglia, di feccia e di persone della peggior specie, e rimane senza denaro. Spese tutto, dice il versetto 14; questa è colpa sua. Questa è colpa sua.

Ma “in quel paese sopraggiunse una grave carestia”. Questa non è colpa sua, ma la vita è così. Alcune cose sono colpa vostra ed altre non lo sono. Ma la convergenza di queste cose può essere devastante. La vita è così. In quel paese sopraggiunse una grave carestia. Ora, voi non sapreste che cosa sia una grave carestia, e neppure io. Che cos’è una grave carestia? Come si comportano le persone durante una grave carestia? Non una carestia di lieve entità, ma “una grave carestia”, dice il nostro Signore.

E volevo in qualche modo cercare di capire che cosa fosse una carestia. Ed ho trovato la descrizione di una carestia. Questa carestia avvenne nel XIX secolo, ed un uomo ne scrisse; ed è una descrizione piuttosto caratteristica di ciò che accade durante una carestia. Questo è ciò che sarebbe accaduto in un villaggio. Questo è ciò che la sensibilità delle persone che ascoltavano Gesù avrebbe compreso. Che cos’è una carestia? Avrebbero ricordato, per esempio, i periodi in cui Israele si trovava sotto assedio e le donne mangiavano la propria placenta ed arrivavano persino a cibarsi dei propri figli. Questo si trova nell’Antico Testamento. Questa è una carestia.

Ma ecco una descrizione di una carestia risalente al XIX secolo. Lo scrittore racconta di bambini venduti come schiavi per impedire che morissero di fame. Parla di uomini trovati morti ogni mattina per le strade. E, quando il loro numero aumentò, il governatore della città dichiarò che ogni uomo era responsabile di gettare nel fiume i cadaveri che si trovavano davanti alla propria casa. E, non volendo avere tutti quei cadaveri davanti alla loro casa, gli abitanti della città trascinavano i morti davanti alle case degli altri.

Ogni mattina, per tutta la città, risuonavano litigi, mentre gli uomini discutevano su dove fossero realmente morte quelle persone. I piccoli commercianti dovevano tenere a portata di mano delle fruste di pelle d’ippopotamo per scacciare i mendicanti impazziti, che li assalivano fisicamente e saccheggiavano quel poco che avevano nelle loro botteghe. I piccoli commercianti che esponevano le proprie merci per strada si gettavano sopra di esse quando quei poveri disgraziati passavano cercando di rubare qualcosa da mangiare. Gli uomini che si avventuravano fuori di notte disarmati venivano aggrediti e mangiati. Gli animali che si allontanavano venivano uccisi e mangiati crudi.

Il cuoio delle scarpe, la carne putrefatta e l’immondizia venivano divorati. Mangiavano le palme. Le famiglie del villaggio, vedendo che la morte incombeva su di loro, muravano le porte delle proprie case ed aspettavano la morte in una stanza, per impedire che i loro stessi corpi venissero divorati dalle iene. Interi villaggi furono spazzati via in questo modo. Questa è una carestia.

Qualcosa del genere sarebbe stata l’immagine presente nella mente degli ascoltatori di Gesù quando Egli raccontò la storia. Stiamo parlando di un livello di disperazione che va oltre qualunque cosa noi possiamo concepire. Quindi, adesso, lui ha preso alcune pessime decisioni, le peggiori possibili, e le circostanze hanno reso tutto ancora più grave. Questa è la vita al suo punto più basso, amici. E i farisei e gli scribi che ascoltano la storia ora sentono tutto il peso dell’orrore della vita di questo giovane.

Da un luogo meraviglioso, sotto la cura di un padre amorevole, in un ambiente generoso, è arrivato a questo. È la vita al suo punto più basso, nel baratro della disperazione più assoluta. Non ha una famiglia. Non gli è rimasto nessuno. Si trova in una terra straniera e non ha nessuno a cui rivolgersi. Tutte le sue risorse sono esaurite. È indigente. È sul lastrico. È senza un soldo. È solo. La festa è decisamente finita.

Ma non è ancora pronto a tornare a casa. E questo è importante. Non è ancora pronto ad umiliarsi completamente, ad ingoiare il rospo, a tornare indietro, ad essere svergognato, ad essere umiliato, ad affrontare suo padre e il risentimento del fratello maggiore per aver sperperato quei beni. Il fratello maggiore sa che, una volta diviso il patrimonio, non avrebbe più potuto attingere risorse dall’altro terzo e che, quindi, questo lo avrebbe privato di ciò che avrebbe ricevuto; e questo accresce il suo odio. Non vuole affrontare nulla di tutto questo. Non vuole affrontare gli abitanti del villaggio. Non vuole affrontare niente di tutto ciò.

Quindi fa ciò che le persone tendono a fare quando toccano il fondo. Alla fine del versetto 14 leggiamo: “Cominciò ad essere nel bisogno”. Per la prima volta, non è in grado di procurarsi ciò di cui ha bisogno. Questo è l’inizio. E, come fanno normalmente i peccatori, escogita il primo piano. Questo è il suo piano A. “Andò e si mise al servizio di uno dei cittadini di quel paese”. La prima cosa che disse fu: “Devo trovarmi un lavoro. Devo rimettermi in piedi”.

Questo è tipico del peccatore. Fugge da Dio, se ne va, vive una vita dissoluta e ribelle, si abbandona al peccato senza freni, finisce nel baratro, finisce senza assolutamente nulla, completamente al verde, senza più nulla. È sul lastrico. Vaga per le strade. Non ha nulla, ma si rimetterà in piedi. Devo trovarmi un lavoro e, per la prima volta, devo lavorare.

Non ottenne ciò che voleva dalla sua piccola impresa. Non ottenne ciò che voleva dalla sua avventura. Rinunciò ad una vita facile. Abbandonò un padre amorevole. E si ritrovò con una vita dura, durissima. Voleva un piacere senza restrizioni. Voleva soddisfare le proprie passioni senza interruzioni e senza rimproveri. Ciò che ottenne fu dolore, insoddisfazione e solitudine. In realtà, si trovava davanti alla morte.

Quindi, “andò e si mise al servizio di uno dei cittadini di quel paese”. La parola “cittadino” indica una persona privilegiata. Non tutti erano cittadini. Significava essere privilegiati ed onorati dalla società, avere il proprio nome iscritto nel registro della città. Trovò qualcuno che possedeva dei mezzi, un cittadino, e si mise al suo servizio. Questa è una parola meravigliosa in greco, kollaō, che significa “incollare”. Si incollò a quell’uomo.

Sono abbastanza certo che qui l’implicazione sia che questa non fosse un’idea di quell’uomo. Se avete mai viaggiato nel Terzo Mondo, se siete mai stati in India, liberarvi dei mendicanti sarà una delle imprese più difficili che affronterete. Basta uscire per strada e, nel giro di poco tempo, si aggrappano al vostro cappotto, vi tirano per un braccio, cercano di infilare le mani nelle vostre tasche, e dovete essere protetti, perché potete veramente essere sopraffatti del tutto. Il livello di disperazione spinge le persone a comportarsi così. E l’immagine che abbiamo qui è quella di un uomo che ormai è un mendicante. Quindi trova un cittadino che possiede dei mezzi e si attacca a quest’uomo fino al punto che quello non riesce a liberarsi di lui. E infine, dice il versetto 15, “lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci”.

Questo non è veramente un lavoro. Voglio dire, è la cosa più umiliante che una persona possa mai fare e, come vedremo, non viene neppure pagato. Ma, per liberarsi di lui, quell’uomo dice: “Va’ nei campi e pascola i miei porci”. Ed egli, talmente disperato, lo fa.

E a questo punto il sussulto è più forte che mai. Questo è un giovane ebreo che pascola porci in una terra dei Gentili, al servizio di un Gentile. Levitico 11:7, Deuteronomio 14:8 ed altri passi dell’Antico Testamento indicano che gli Ebrei non potevano mangiare carne di maiale, perché i maiali erano animali impuri. Ed egli finisce a pascolare i porci. “Va’ a pascolare i miei porci”. Più in basso di così non si può scendere.

Ma non è tutto. Guardate il versetto 16. Quindi se ne va; che altro può fare? Ed arriva là, ed il testo dice che “desiderava riempirsi il ventre con le carrube che mangiavano i porci”. Ehi, avete mai cercato di farvi spazio tra i maiali per riuscire a prendere la loro brodaglia? È questo che il testo sta dicendo. Era talmente affamato che non si limitava a pascolare i porci e a guadagnare un salario; cercava di mangiare il loro cibo e di lottare con loro per ottenerlo. Ed è una lotta persa in partenza. Desiderava riempire il proprio stomaco con le carrube; erano proprio baccelli di carrubo. Si tratta di un frutto nero ed amaro che talvolta i maiali mangiavano direttamente dagli arbusti. Ma veniva anche raccolto, e poi dai baccelli di carrubo si estraeva una specie di melassa; e la polpa che rimaneva veniva gettata ai porci. Quindi, molto probabilmente, ciò che sta facendo è mangiare insieme ai porci la polpa rimasta delle carrube.

Quando frequentavo le scuole superiori, per un breve periodo durante l’estate lavorai per alcune persone che allevavano maiali nella zona orientale della nostra città. Era un lavoro piuttosto strano, ma il padre di uno dei miei amici delle superiori lavorava in quell’attività e, a quei tempi, erano loro a raccogliere i rifiuti della città di Los Angeles. Raccoglievano tutta l’immondizia. La portavano ad est della città e la facevano bollire in enormi caldaie; poi l’immondizia bollita veniva scaricata su pavimenti di cemento dove si trovavano i maiali. Tutta quell’immondizia bollita veniva mangiata dai maiali; poi vendevano i maiali, i maiali venivano macellati e se ne ricavava la pancetta. La pancetta veniva messa nei negozi di alimentari, e le persone che avevano prodotto l’immondizia compravano la pancetta, e così il ciclo ricominciava da capo. Ecco come funzionava.

Ma nei primi anni, a Los Angeles, le stesse persone che raccoglievano i rifiuti erano quelle che fornivano tutta la carne di maiale, perché era così che funzionava il sistema. E posso dirvi che lottare contro i maiali per ottenere qualcosa da mangiare sarebbe stata una battaglia persa. Sono bestie feroci. E qui abbiamo questo Ebreo là fuori, e la realtà incredibile è che lui stesso è diventato un maiale. Non è semplicemente insieme a loro. È uno di loro, e vorrebbe soltanto riuscire a procurarsi il cibo meglio di loro; Il verbo è epithumeō, e indica un “desiderio intenso”. Sta lottando insieme ai maiali. È semplicemente inconcepibile. È sceso così in basso che non può scendere più in basso.

E, qualunque fosse stata la promessa riguardo al lavoro e al denaro, alla fine del versetto 16 leggiamo: “Nessuno gli dava nulla”. Non ricevette nulla. Ed è questo che mi fa pensare che si fosse incollato a quell’uomo e che quello gli avesse detto: “Vattene da qui, va’ a pascolare i miei porci”, e lui non avesse altra scelta. Corse là fuori. Non veniva pagato nulla, e finì per comportarsi come un maiale, cercando di mangiare la brodaglia dei maiali e di ottenerne abbastanza da riempirsi lo stomaco.

Non potete neppure cominciare a comprendere la sensibilità altezzosa ed elitaria dei farisei e degli scribi mentre immaginavano un qualunque giovane ebreo fare una cosa del genere. Inconcepibile. E, alla fine, nessuno gli dava nulla. Questa è la più grande tragedia che avrebbero mai potuto concepire. Questa è la più grande ribellione, la più grave rottura, il più grave spreco di una vita e di un’opportunità. Questa è la condotta più spregevole che potessero concepire. Ed era proprio questo il punto. Ed ora sta morendo di fame. Questa è disperazione. Questo è il peccatore: povero, affamato, senza speranza, che cerca di ottenere un po’ di brodaglia per maiali. Nessuno che lo aiuti. Nessuno che abbia pietà di lui.

Qual è la lezione qui? La lezione è che il peccato è ribellione contro Dio Padre. Non è tanto ribellione contro la Sua legge, quanto contro il rapporto personale con Lui. È un rifiuto della Sua paternità e del Suo amore. Il peccato è certamente disprezzo per la legge di Dio, ma, prima ancora, è disprezzo per la persona di Dio, per l’autorità di Dio, per la volontà di Dio. Il peccato significa rifiutare ogni responsabilità, ogni obbligo di rendere conto. Significa negare a Dio il posto che Gli spetta. Significa odiare Dio. Significa desiderare che Dio fosse morto. Significa non amarLo affatto, disonorarLo. Significa prendere tutti i doni con i quali Egli vi ha circondati nella vita e sperperarli come se non valessero nulla.

Significa fuggire il più lontano possibile da Dio, non rivolgerGli alcun pensiero, non mostrarGli alcun rispetto, non provare alcun interesse per Lui. Significa sprecare la propria vita nella ricerca egoistica del piacere, nella dissolutezza e nella concupiscenza sfrenata. Significa rifiutare tutto ciò che non corrisponde a ciò che volete, ed è una malvagità sconsiderata ed un’indulgenza egoistica che alla fine vi lasciano nella brodaglia dei maiali, spiritualmente falliti, vuoti, indigenti, senza nessuno che vi aiuti, senza un luogo a cui rivolgervi, davanti alla morte, alla morte eterna.

E poi lo stolto peccatore ha esaurito il piano A. Sistemerò da solo la mia vita. Mi rivolgerò alla psicologia. Prenderò delle droghe. Berrò alcolici. Andrò in qualche gruppo di auto-aiuto. Mi trasferirò in un altro quartiere. Sposerò un’altra persona. Quando tutti questi tentativi sono falliti, il peccatore si risveglia dopo aver toccato il fondo. Ed è proprio qui che si trova il giovane. Una richiesta vergognosa, una ribellione vergognosa, ma tutto questo conduce ad un ravvedimento pieno di vergogna. E questo lo vedremo la prossima volta. Ed è veramente straordinario. Preghiamo.

La storia non è lontana da noi, Padre nostro; ci riguarda molto da vicino. È la storia di ogni peccatore irreligioso, la storia di ogni figlio minore che è fuggito il più lontano possibile da Dio, o di ogni figlia che ha fatto lo stesso. È la storia di tutti i peccatori apertamente dissoluti, depravati, degradati, immorali, dediti ai propri piaceri e dominati dalla concupiscenza, che arrivano al punto in cui tutto è finito: hanno perso ogni cosa. Nulla ha più significato, nulla soddisfa. Stanno soltanto lottando per sopravvivere.

Era così per quei pubblicani e peccatori, ed è per questo che venivano. Volevano ascoltare Colui che aveva il pane della vita. Volevano ascoltare Colui che offriva il perdono. Volevano ascoltare Colui che diceva: “Dio vi ristabilirà. Dio vuole riconciliarvi con Sé. Dio vuole che torniate nella Sua casa”.

Come la pecora che fu riportata indietro, come la moneta che fu recuperata, Dio opera per ricondurre a Sé peccatori indigenti, svuotati, soli e disperati. È qui che Egli trova la Sua gioia. È per questo che il cielo gioisce. Padre, Ti ringraziamo per il grande messaggio contenuto in questa parte della storia, che ci pone davanti alla realtà del peccato e della disperazione. Perché è proprio qui che il peccatore deve arrivare.

Finché esiste un piano A e funziona anche soltanto un po’, i peccatori non vengono a Dio. È quando il piano A, il piano B, il piano C e ogni altro piano falliscono, e non rimane nessun altro luogo dove andare, che il peccatore si ricorda di un Padre amorevole, del cui carattere ci si può fidare, ed è disposto a ravvedersi. Siamo pronti per quella parte della storia. L’abbiamo vissuta. Ti preghiamo, Signore, di imprimere nei nostri cuori la consapevolezza di ciò che il peccato produce e di quanto sia orribile.E comprendiamo i farisei. Sono d’accordo. Stanno dicendo: “È assolutamente orribile, è terribile”. Ma, come si scopre, loro erano peggiori, erano peggiori. Il figlio minore viene perdonato. Quello maggiore non voleva il perdono, non pensava di averne bisogno.

Padre, Ti preghiamo di aiutarci a gioire della grazia che ci viene offerta, non importa quanto orribili siano state le nostre vite. Gesù dipinge qui un quadro che non potrebbe essere peggiore, per mostrarci che, non importa quanto in basso scenda il peccatore, egli può tornare con cuore ravveduto a Dio, un Padre amorevole e degno di fiducia, e ricevere il Suo perdono. E noi gioiamo per questo.

Padre, congedaci ora con la Tua benedizione. Riportaci qui domenica prossima con grande attesa, per ascoltare il seguito della storia. E raccoglici questa sera alle 18:00, mentre entriamo nelle glorie di Romani 7 e nelle meraviglie della trasformazione spirituale. Donaci una giornata meravigliosa, Te lo chiediamo nel nome di Tuo Figlio. Amen.

FINE

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