Se volete, prendete la vostra Bibbia e apritela al quindicesimo capitolo di Luca, e devo confessarvi che il mio cuore e la mia mente stanno traboccando di cose che voglio dirvi, e sto facendo veramente del mio meglio per trattenermi dal dire tutto, così da trattarvi ragionevolmente, però questo è un capitolo veramente ricco, così come abbiamo già cominciato a scoprire.
Ora, mentre esaminiamo questa storia, essa richiede un’attenzione particolare, ho la sensazione di darvi tanto, però allo stesso tempo, di farvi un torto, perché non riesco a includere tutto; ma è una storia così ricca e così profonda; ed, in superficie, gran parte di quello che succede qui ci sfugge, perché viviamo nel mondo occidentale, 2.000 anni dopo l'accaduto, mentre questa storia ci riporta ai tempi di Gesù, in un villaggio del Medio Oriente; e non abbiamo quella sensibilità istintiva, quella conoscenza della cultura e quegli atteggiamenti che facevano parte della vita di tutti e che quindi non avevano bisogno di essere spiegati. Perciò, se vi state chiedendo perché ci voglia così poco tempo per leggerla, ma così tanto per spiegarla, è perché è difficile colmare ciò che il testo lascia sottinteso.
La storia si divide in tre parti che si sovrappongono. La prima parte riguarda il figlio minore. La seconda parte riguarda il padre. La terza parte riguarda il figlio maggiore. E, man mano che procediamo, la storia diventa sempre più drammatica e culminante. Ciascuna di quelle parti si sovrappone alle altre. Mentre osserviamo il figlio minore, la sua storia si sovrappone a quella del padre, quella del padre si sovrappone a quella del figlio maggiore. E quindi stiamo cercando di distinguere le varie parti, lasciando tuttavia che il racconto scorra.
L’ultima volta abbiamo considerato la prima parte, che va dal versetto 11 al 16, quella che riguarda il figlio minore. E l’abbiamo divisa in due sezioni: "una richiesta spudorata", al versetto 11, dice: “Un uomo aveva due figli”—e fin dall’inizio, è la storia di due figli—ed “Il più giovane di loro disse al padre: ‘Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta’, e così egli divise fra loro i suoi beni”.
Questa era una richiesta oltraggiosa e spudorata, che equivaleva a desiderare che suo padre fosse morto, perché era consuetudine, era accettabile che un figlio ricevesse la sua eredità soltanto dopo la morte del padre. Quindi il figlio sta dicendo: “Vorrei che tu fossi morto; voglio ciò che è mio. Lo voglio adesso”. Questa è una richiesta spudorata.
E questo gli permise di mettere in atto non soltanto una richiesta spudorata, ma anche una ribellione spudorata. “Non molti giorni dopo”—dopo aver ricevuto la sua parte del patrimonio—“il figlio minore raccolse ogni cosa”—il che significa che trasformò tutto in denaro contante—“e partì per un paese lontano, e là sperperò il suo patrimonio vivendo dissolutamente”. Più avanti nella storia ci viene detto che, fra le altre cose, si accompagnò con delle prostitute. “Sperperò il suo patrimonio vivendo dissolutamente. E quando ebbe speso ogni cosa, in quel paese sopraggiunse una grave carestia, ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno dei cittadini di quel paese, il quale lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Ed egli avrebbe volentieri riempito il suo stomaco con le carrube che mangiavano i porci, ma nessuno gli dava nulla”.
Una richiesta spudorata conduce ad una ribellione spudorata. E tutto questo, come vi ho detto, raffigura il peccatore irreligioso, ribelle e immorale, proprio il genere di persona che Gesù frequentava. Quelle persone che venivano trattate male dalla cultura, che venivano disprezzate ed emarginate dalla società, erano quanto di peggio si potesse immaginare. Questo giovane rappresenta qualcuno che è sceso più in basso di quanto sia possibile scendere, fino in fondo, in un paese pagano, vivendo in maniera oltraggiosa e immorale, finendo non soltanto per prendersi cura dei porci, ma per mangiare con i porci, diventando uno di loro. Peggio di così non si può. E alla fine si ritrova indigente e del tutto inerme.
Ora, a questo punto, il padre rientra nella storia. Prima di tutto, il padre rientra nella mente del figlio. E passiamo da una richiesta spudorata e da una ribellione spudorata ad un pentimento pieno di vergogna. Lo vediamo al versetto 17, mentre cominciamo a parlare del padre.
Il versetto 17 dice: “Ma quando rientrò in sé, disse: ‘Quanti servi salariati di mio padre—’”. Fermiamoci qui giusto il tempo necessario per dire che, all’improvviso, gli viene in mente suo padre. Sono certo che aveva fatto tutto il possibile per tenere suo padre lontano dai suoi pensieri mentre si abbandonava ai propri piaceri. Ma ora, rimasto senza nulla, indigente, in mezzo ad una carestia, mentre sta morendo di fame, rientra in sé, torna in se stesso. Ha una conversazione con se stesso. E quello che dice nel suo monologo è: “Quanti servi salariati di mio padre hanno pane in abbondanza, mentre io qui muoio di fame!”
Ed è qui che il pentimento comincia veramente. Comincia con una valutazione accurata della propria condizione. È veramente importante che il peccatore dissoluto, il prodigo, l’emarginato irreligioso e spendaccione arrivi ad una valutazione onesta della propria situazione. Egli sa di trovarsi in una condizione dalla quale non possiede alcun mezzo per uscire. Sa che sta morendo di fame, che nessuno gli darà nulla e che non riesce neppure a contendersi con i porci il loro cibo. È la fine. E ogni pentimento comincia con una valutazione onesta della propria condizione di indigenza, di impotenza, di totale mancanza di risorse e di morte imminente.
E così pensa a suo padre e a quanti servi salariati di suo padre abbiano pane in abbondanza, mentre lui sta morendo di fame. Ora, questo ci dice molto sul padre. È qui che cominciamo a conoscere il padre. Lasciate che vi dica qualcosa su cosa significasse essere un servo salariato, un misthios. Un servo salariato era un lavoratore a giornata. A volte li vedete in giro, non è vero?, fermi ad un angolo della strada, in attesa che qualcuno passi e dia loro un lavoro per quella giornata; accade ancora oggi nella nostra società, in tutto il mondo ed è accaduto lungo tutta la storia.
Si trovano al livello più basso. Sono, fondamentalmente, i poveri, quei poveri che sono disposti a lavorare, che hanno bisogno di lavorare. E chiunque fosse povero a quei tempi, nei tempi biblici, doveva lavorare. I lavoratori a giornata speravano che qualcuno passasse e li assumesse. Per la maggior parte non erano specializzati, anche se alcuni potevano aver sviluppato qualche abilità artigianale specifica per la quale venivano assunti. Ma, per la maggior parte, erano semplicemente lavoratori non specializzati, disponibili ad aiutare durante la mietitura o a svolgere qualche lavoro temporaneo, guadagnando così un po’ di denaro per sopravvivere.
Ora, egli ricorda che suo padre li pagava più che a sufficienza. Vale a dire, ricordava che i servi salariati avevano pane in abbondanza, il che significa che suo padre era che cosa? Generoso. Ricordava che suo padre dava loro più di quanto generalmente fosse necessario per sopravvivere. Suo padre era amorevole. Suo padre era buono. Suo padre era gentile. Suo padre era generoso.
Vedete, i servi salariati erano perfino protetti dalla legge dell’Antico Testamento. Levitico 19:13 dice che il salario di un lavoratore non deve rimanere presso di voi durante la notte, fino al mattino. Se assumete qualcuno per svolgere un lavoro ed egli mangia grazie a quel lavoro, e quel denaro sostiene lui e la sua famiglia, dovete pagarlo il giorno stesso in cui svolge il lavoro.
Ebbene, il padre era un uomo che non faceva soltanto ciò che diceva la legge dell’Antico Testamento, ma faceva anche di più. Questo torna alla mente del figlio, ed è molto importante ricordare che suo padre non è un uomo duro. Suo padre non è un uomo indifferente. Suo padre è gentile, generoso e buono, e lui conosce suo padre abbastanza bene da sapere che è un uomo misericordioso, che è un uomo generoso e che è un uomo pronto a perdonare. Sa tutto questo perché, quando viveva ancora in casa, aveva visto con i propri occhi che uomo fosse suo padre.
Non conosce nessun altro che sia così. Non sa a chi altro rivolgersi. E qualcuno potrebbe dire: “Beh, aspettate un momento. Voglio dire, ci si aspetterebbe che suo padre, essendo stato completamente disonorato e umiliato davanti al villaggio da una simile richiesta da parte di un figlio tanto ingrato e dissoluto, fosse stato coperto di vergogna, imbarazzato e disonorato fino al punto che non avresti voluto tornare affatto da lui”. Ma egli conosce suo padre meglio di così. Sa che suo padre non è vendicativo. Sa che suo padre è misericordioso e generoso.
Ora, i servi salariati non erano schiavi. Gli schiavi vivevano all’interno della famiglia. Non ricevevano necessariamente un salario; generalmente venivano semplicemente mantenuti. Facevano parte della casa. Quindi, se eravate uno schiavo, lavoravate per una famiglia, ed essi vi davano il cibo e un alloggio, si prendevano cura di tutte le vostre necessità e, forse, vi davano anche un po’ di denaro da spendere per le cose che desideravate.
I servi salariati si trovavano più in basso di loro. Non avevano nessuno che si prendesse continuamente cura di loro. Erano abbandonati a se stessi, al livello più basso fra i più bassi. Però ricevevano un salario, e quel salario, credetemi, veniva stabilito a discrezione dell’uomo che li assumeva. Ricordate quando Gesù raccontò, nel Vangelo di Matteo, la storia di quell’uomo che andò sulla piazza del mercato per trovare delle persone che venissero a lavorare nella mietitura?
Prima ne trovò alcuni alle 6:00, poi altri alle 9:00, altri alle 12:00 e altri ancora alle 15:00; li condusse a lavorare e non contrattarono affatto quale sarebbe stato il loro salario, lo ricordate? Quelli che erano arrivati alle 6:00, alle 9:00, alle 12:00 e alle 15:00 ricevettero tutti che cosa? Un denaro, lo stesso salario, e questo fu dovuto alla generosità di quell’uomo. Non si trovavano nella posizione di poter contrattare. I lavoratori a giornata non potevano farlo. Prendevano ciò che riuscivano ad ottenere per sopravvivere.
Ma questo era un padre generoso. Tutte le persone che Lo udivano raccontare questa storia avrebbero compreso automaticamente tutto ciò che io devo spiegarvi. Ma il figlio è pronto a tornare da quest’uomo che sa essere misericordioso, generoso, compassionevole e gentile. Ora è pronto, perché non ha altra alternativa. Non gli rimane nessun altro luogo dove andare. Tutto ciò che può fare è umiliarsi, affrontare la propria vergogna, ammettere il proprio terribile peccato e il proprio disonore, tornare indietro e cercare di essere trattato con lo stesso genere di misericordia, compassione e bontà con cui sa che suo padre tratta i poveri. E forse, forse, se riuscirà a lavorare abbastanza a lungo, potrà riguadagnare ciò che ha perduto, risarcire la famiglia e, a quel punto, riconciliarsi con suo padre.
Sta pensando nel modo in cui pensava il popolo d’Israele, perché è così che Gesù vuole che egli pensi. Tutti loro avrebbero compreso questo. Tutti avrebbero detto: “Sì, certo, se è veramente pentito, tornerà indietro; tornerà da suo padre, confesserà il proprio peccato, si pentirà, si umilierà, verrà umiliato, sarà disprezzato, sarà coperto di vergogna; ed è giusto, è equo ed è corretto, a causa di ciò che ha fatto a suo padre”.
Tutto questo era molto severo in una cultura fondata sull’onore e sulla vergogna, perché era estremamente importante proteggere l’onore dell’anziano padre. Questo è ciò che deve fare. Deve tornare indietro e poi deve ricevere da quel padre misericordia e perdono sulla base del lavoro che compirà. Deve offrire una restituzione.
Quindi, fino a questo punto della storia, tutti sarebbero stati d’accordo con lui. Sarebbero rimasti inorriditi da ciò che il giovane aveva fatto. Lo avrebbero considerato un emarginato assoluto. E, se ci fosse stata una qualche speranza di poter tornare, avrebbe dovuto tornare, ricevere misericordia e perdono e svolgere il lavoro necessario per guadagnarsi nuovamente la riconciliazione.
Ebbene, è pronto. È distrutto. È solo. È triste. È pentito. Non ha nessun luogo dove andare. E crede in suo padre. Questa è l’immagine di una persona il cui pentimento conduce alla salvezza, perché, vedete, qui non c’è soltanto il pentimento, ma anche la fede in suo padre. Confida nella bontà, nella compassione, nella generosità e nella misericordia di suo padre. Il pentimento è legato alla fede. Egli sa che genere di uomo sia suo padre e, nonostante il modo orribile in cui ha bestemmiato contro suo padre, ha disonorato suo padre, ha coperto di vergogna suo padre, nonostante il modo orribile in cui lo ha trattato, il modo terribile in cui ha vissuto la propria vita, arrivando fino al punto più basso, sa che suo padre è un uomo pronto a perdonare e, con cuore pentito, confida di poter tornare, ricevere il perdono e compiere qualunque opera sia necessaria per offrire una restituzione ed essere riconciliato.
Quindi, al versetto 18, non rimarrò semplicemente qui a morire. “Mi alzerò e andrò da mio padre, e gli dirò: ‘Padre, ho peccato contro il cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio’”. Ecco il mio piano. “‘Trattami come uno dei tuoi servi salariati’”. Tutto questo va bene. Tutti i farisei e gli scribi avrebbero detto: ecco, è proprio così. È esattamente quello che deve fare. Questo sì che è ragionare sensatamente, ragazzo.
Era rientrato in sé. Aveva avuto un piccolo dialogo con se stesso. Aveva avuto un monologo. Aveva capito che non aveva nessun altro posto dove andare se non a casa. Aveva compreso qualcosa della bontà del padre. È pronto ad affidarsi alla misericordia del padre, dopo essersi pentito dei propri peccati. Tornerà indietro e farà quello che deve fare, diventando un servo salariato, al gradino più basso della scala sociale, senza alcuna intimità con il padre, neppure uno schiavo che vive nella casa, tanto meno un figlio. Non ha alcun diritto sulla casa, non ha alcun diritto di consumare ulteriormente le risorse della famiglia. Lavorerà soltanto quando ci sarà bisogno di manodopera per un’attività redditizia, come qualunque altro bracciante. È pronto.
Il suo modo sensato di ragionare, quindi, mette in movimento la sua volontà. È così che funziona il pentimento. Prima di tutto, il peccatore rientra in sé, torna in sé, comincia a guardare veramente e a valutare dove si trova e verso dove è diretto, verso l’inevitabile morte, distruzione e dannazione eterna. Il peccatore dice: “Non posso continuare ad andare in questa direzione. C’è soltanto Uno al quale posso rivolgermi, ed è il Padre, che ho disprezzato e disonorato. Devo tornare da Lui. Devo tornare portando la mia vergogna e assumendomi la piena responsabilità del mio peccato. Devo affidarmi completamente alla Sua misericordia, al Suo perdono e al Suo amore. E devo dirGli che sono disposto a lavorare, a fare qualunque cosa sia necessaria per guadagnarmi la riconciliazione”. Tutti avrebbero compreso questo.
È molto umiliante. È molto, molto imbarazzante, è pieno di vergogna, però lui dice: “Lo farò”. E ascoltate quanto è severa l’accusa che rivolge contro se stesso. “Ho peccato contro il cielo e davanti a te”. “Contro il cielo”, in realtà, è eis ton ouranon. “Ho peccato fino al cielo”. E potrebbe benissimo voler dire: “I miei peccati si sono accumulati fino a raggiungere il cielo”.
Questo potrebbe essere un richiamo ad Esdra 9:6: “O mio Dio, io sono confuso e mi vergogno di alzare la faccia verso di Te, mio Dio, perché le nostre iniquità si sono moltiplicate fino a superare il nostro capo e la nostra colpa è cresciuta fino ai cieli”. Non sta nascondendo nulla. È sinceramente pentito. Sta rinnegando pienamente se stesso. Questa è la sostanza del vero pentimento. Sta dicendo: “La mia vita è stata un disastro totale. Mi trovo davanti alla morte e non c’è nessuno da incolpare se non me stesso. Mi sono ribellato. Ho disubbidito. Ho sprecato la mia vita. Ho disonorato mio padre. I miei peccati si innalzano fino alla presenza stessa di Dio, tanto si sono accumulati”.
Questo è vero pentimento, senza nascondere nulla, senza scuse, senza attribuire la colpa a nessuno se non a se stesso. E quindi, il vero pentimento, unito alla vera fiducia nell’amore e nel perdono del padre, mette il peccatore sulla via del ritorno. Deve tornare per essere salvato dal proprio peccato. Vuoto, estraniato e diretto verso la distruzione eterna, ogni peccatore che si pente comincia con una potente convinzione della propria condizione: indigente, vuoto e diretto verso la morte eterna.
Ogni peccatore che torna si assume la piena responsabilità di quel peccato e lo considera un’offesa che si innalza fino al cielo. Ogni peccatore che torna dirige il proprio cammino verso Dio, per ritornare a Lui. E i Giudei avrebbero compreso che, quando ritorni, Dio ti accetterà, purché tu compia le opere necessarie. Non aveva alcun diritto, li aveva perduti tutti quando aveva preso la propria parte del patrimonio, l’aveva trasformata in denaro e l’aveva sperperata; nessun diritto, nessun merito.
Non sarà mai più un figlio, almeno questo è il suo modo di vedere le cose. Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami semplicemente come un servo salariato. Dammi soltanto un lavoro e, per tutti gli anni che saranno necessari, lavorerò per riguadagnare tutto ciò che ho perduto. “Non ho alcun diritto”, dice. “Non ho alcun privilegio. Non rivendico nulla. Non mi aspetto affatto che tu mi riceva alle mie condizioni”.
Ricordate, ora, lui è morto. Quando se ne andò celebrarono una cerimonia, un funerale. È per questo che il padre si riferisce a lui per due volte come a “mio figlio che era morto”. Non mi aspetto di vivere in casa. Non mi aspetto di essere uno schiavo. Non mi aspetto neppure di avere un rapporto con te, padre. Voglio soltanto lavorare e mi guadagnerò la possibilità di tornare. Trattami come uno dei tuoi servi salariati.
Sapete, qui c’è una vera fede in Dio e c’è un vero pentimento. Questa è una cosa autentica. E a questo punto quei farisei e sadducei avrebbero applaudito. Avrebbero detto: “Sì, questo è giusto. È quello che deve fare”. Fino a questo momento, in generale, stanno approvando la storia. All’inizio la storia non era piaciuta loro, perché disonorare il padre era qualcosa di ripugnante ai loro occhi. Erano rimasti inorriditi quando il giovane se n’era andato e aveva vissuto in quel modo. Ed erano rimasti ancora più inorriditi quando era finito in mezzo ai porci, i quali, naturalmente, erano considerati completamente impuri.
Però, da quel momento in poi, era piaciuta loro l’idea che fosse rientrato in sé. Era piaciuta loro l’idea che stesse tornando. E sanno che non può esserci una riconciliazione immediata. Non è così che funziona. È pentito e si fida di suo padre, però dovrà guadagnarsi la riconciliazione. Questa è pura teologia farisaica, insieme alla teologia di ogni altra religione del mondo. Torna e dice: “Accetterò la mia punizione. Accetterò di essere escluso dalla comunione della famiglia. Accetterò la distanza da mio padre. Sopporterò l’umiliazione di un lavoro umile. Sopporterò il dolore di un duro lavoro per anni, per ristabilire ciò che ho perduto. Mi guadagnerò la possibilità di tornare, finché non potrò essere riconciliato”.
Oh, è pieno di rimorso per il passato. È pieno di dolore nel presente. E guarda avanti verso un dolore ancora maggiore nel futuro, mentre lavorerà per anni per guadagnarsi la riconciliazione. Tutti lo avrebbero compreso, perché era così che pensavano che dovesse funzionare. Ora l’oro del paese lontano ha perso tutto il suo luccichio, non è vero? Tutto quello stile di vita libero e sfrenato si è trasformato in una terribile schiavitù opprimente. Tutti i sogni sono diventati incubi. Tutto il piacere è diventato dolore. Tutto il divertimento è diventato tristezza. Tutta la realizzazione personale è diventata privazione personale. La festa è finita per sempre. Le risate si sono spente. Gli amici se ne sono andati. La situazione è quanto di peggio si possa immaginare e lui sta per morire. Non ha nessun posto dove andare.
Ebbene, questo non significa che ogni peccatore che si pente arrivi ad un punto così estremo. Non è questo il punto. Non ogni peccatore arriva ad un punto così estremo. Non ogni peccatore è così miserabile. Non ogni peccatore spende il proprio denaro con le prostitute. Non è questo il punto. Il punto è che vogliamo sapere cosa farà questo padre con un peccatore che è arrivato al peggio del peggio, perché, se agisce con grazia verso colui che è quanto di peggio si possa immaginare, allora c’è speranza per quelli che non sono arrivati fino a quel punto. Però il caso deve essere estremo per rendere chiaro il punto. È pronto a tornare umilmente da suo padre. È pronto a confessare il proprio peccato senza scuse. È pronto a compiere qualunque opera sia necessaria per tornare.
Mi ricorda quella persona nella storia raccontata da Gesù in Matteo 18 che, lo ricordate, aveva sottratto del denaro e disse al sovrano: “Lasciami lavorare e ti restituirò tutto”. Quello era il modo tipico di pensare. Quello è il tipico modo religioso. Si entra nella famiglia di Dio attraverso le proprie opere. I suoi pensieri erano rivolti ad un padre disonorato e si sentiva male. I suoi pensieri erano rivolti all’orrore del proprio peccato e si sentiva male. Ed era disposto a fare qualunque cosa gli fosse stata ordinata, pur di offrire una restituzione. Ragazzi, in tutto questo c’è un pentimento veramente autentico, senza porre alcuna condizione.
E quindi, un pentimento pieno di vergogna ci porta al quarto punto di questo sviluppo: un’accoglienza vergognosa, un’accoglienza vergognosa. E questo, di per sé, potrebbe sembrarvi un po’ sorprendente, però lo vedrete fra un momento. Una richiesta spudorata, una ribellione spudorata, poi un pentimento pieno di vergogna e un’accoglienza vergognosa. Questo è sorprendente, è paradossale ed è sconvolgente.
Il versetto 20 dice: “Egli dunque si alzò e andò da suo padre. Ma mentre era ancora lontano, suo padre lo vide, ne ebbe compassione, corse, gli si gettò al collo e lo baciò”. A questo punto, i farisei e gli scribi sarebbero caduti dalla sedia. Questo andava ben oltre la loro sensibilità. In realtà, secondo il loro modo di valutare le cose, questa era un’accoglienza vergognosa.
Il racconto comincia semplicemente dicendo che si alzò e andò da suo padre. Il figlio, il peccatore, è pronto ad affrontare la vergogna che merita. Vuole essere ristabilito. Vuole un nuovo inizio. Ha bisogno di suo padre. Ha bisogno delle risorse di suo padre. Suo padre può dargli la vita invece della morte. Ha speranza nella bontà, nella gentilezza e nel perdono di suo padre. È veramente pentito. Non vuole neppure diventare uno schiavo. Lavorerà come servo salariato, ricevendo un salario, per guadagnarsi la riconciliazione. Non vuole nulla che non meriti. E lavorerà per guadagnarselo.
È più o meno così che si sentono le persone. Era così che si sentivano i Giudei. E i farisei e gli scribi che ascoltavano Gesù, insieme a chiunque altro a quel tempo avesse udito questa storia, avrebbero detto: “Sì, è giusto”. E sapete una cosa? Quando arriva veramente da suo padre, loro avrebbero saputo ciò che il padre avrebbe fatto.
Prima di tutto, Il padre si sarebbe rifiutato di riceverlo. Era stato disonorato. La sua reputazione era stata macchiata all’interno della comunità. Era stato coperto di vergogna da un figlio così oltraggioso e ribelle, e in un certo senso aveva attirato vergogna anche su se stesso, permettendogli perfino di fare una cosa simile. Ed ecco che arriva il figlio con un’altra richiesta oltraggiosa, dopo essere già costato alla famiglia una grande parte del suo patrimonio e al padre il suo onore.
Quindi i Giudei si sarebbero aspettati questo. Si sarebbero aspettati—e questo è ciò che si sarebbe fatto allora nel Medio Oriente, e forse ancora oggi in alcuni luoghi—che il padre si rifiutasse di incontrarlo. Il padre lo avrebbe costretto a rimanere seduto fuori dalla porta della casa, da qualche parte in quel villaggio, per giorni, sotto gli occhi di tutti. Nessuno lo avrebbe accolto, così che l’intero paese potesse ricoprirlo di disprezzo, così che l’intero paese potesse riversare sul suo capo la punizione che meritava per il modo in cui aveva disonorato suo padre.
Disprezzo, insulti e calunnie contro di lui, persone che lo deridevano e forse perfino gli sputavano addosso. E il figlio se lo sarebbe aspettato. Se lo sarebbe aspettato. Sapeva che sarebbe potuto accadere, e sarebbe rimasto lì seduto a sopportarlo. I farisei e gli scribi si sarebbero aspettati che venisse giustamente umiliato davanti a tutti, come parte della punizione per la vergogna che aveva fatto ricadere su suo padre.
E quando, dopo un certo periodo di tempo, il padre lo avesse finalmente lasciato entrare, avrebbe ricevuto un’accoglienza molto fredda, e gli sarebbe stato richiesto di inchinarsi profondamente e di baciare i piedi del padre. Poi il padre gli avrebbe detto, con una certa indifferenza, quali opere avrebbe dovuto compiere e per quanto tempo avrebbe dovuto lavorare per dimostrare che il suo pentimento era autentico. E se avesse lavorato per tutto il tempo necessario, avesse compiuto tutte le riparazioni, avesse restituito tutto e avesse ripagato interamente ciò che doveva, allora avrebbe potuto essere riconciliato, e soltanto allora.
Tutti i rabbini insegnavano questo. Tutti i rabbini insegnavano che il pentimento era un’opera compiuta dall’uomo per guadagnarsi il favore di Dio quando provava dispiacere per il proprio peccato. Questo era il pentimento. Ti dispiace per il tuo peccato. Vuoi essere ristabilito davanti a Dio, e quindi compi delle opere. E attraverso quelle opere ottieni il favore di Dio, offrendo una restituzione. Tutti sapevano che era così che si faceva. E perfino il villaggio, dopo aver riversato su di lui disprezzo abbastanza a lungo, gli avrebbe permesso di lavorare lì con una certa dignità.
Ma non è questo ciò che accadde. In realtà, ciò che accadde poteva essere descritto soltanto come vergognoso, vergognoso. Ciò che accadde fu che, “mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide, ne ebbe compassione, corse, lo abbracciò e lo baciò”. Ora, devo soffermarmi un po’ su ciascuna di queste cose. “Mentre era ancora lontano”—non aveva ancora raggiunto l’ingresso del villaggio. Si trovava lungo una strada polverosa, molto lontano dal paese, ancora a grande distanza. “Suo padre lo vide”—e questo indica che il padre lo stava cercando, non è vero? Tutti lo avrebbero capito. Il padre stava guardando.
Avrebbero dato per scontato che avesse guardato molto, molto spesso, che sapesse che il genere di vita verso cui suo figlio si era diretto sarebbe finito proprio nel modo in cui era finito, e che sperasse che riuscisse a sopravvivere, così da poter tornare; e il padre, portando nel proprio cuore un dolore privato e un amore sofferente, tutto solo, continuava a guardare, e guardare, e guardare, e guardare.
È giorno. Nella storia deve essere giorno, perché il padre lo vede da una grande distanza, il che significa che il paese è pieno di persone. Il paese è affollato. Il paese è indaffarato. C’è un gran trambusto. Ferme e in movimento ci sono donne, bambini, persone anziane e tutti quelli che non sono fuori nei campi. Questo significa che è un luogo pieno di attività. E il padre continua a guardare e a guardare.
Perché? È molto semplice. Vuole raggiungere suo figlio prima che suo figlio raggiunga il villaggio. Non vuole soltanto prendere l’iniziativa nella riconciliazione, come fece il pastore quando trovò la pecora e come fece la donna quando trovò la moneta, ma non vuole soltanto prendere l’iniziativa nella riconciliazione—ascoltate—vuole raggiungere suo figlio prima che suo figlio raggiunga il villaggio.
Perché? Vuole proteggerlo dalla vergogna. Vuole proteggerlo dal disprezzo, dagli insulti e dalle calunnie. Vuole portare lui quella vergogna, vuole subire lui gli insulti. È disposto a lasciare che la gente dica: “Che cosa sta facendo? Quest’uomo, che è stato disonorato, ora disonora se stesso abbracciando questo ragazzo miserabile”. Ma vuole proteggere il figlio dal disprezzo, dalle calunnie e dalle provocazioni che ci si aspettava, che erano considerate giuste, che facevano parte della cultura, che tutti si aspettavano.
Come lo fa? Come protegge il ragazzo? Lo vede, dice il testo, “mentre è ancora lontano”—dal villaggio—e dice che “ne ebbe compassione”. Non soltanto compassione per i suoi peccati passati, non soltanto compassione per la sporcizia in cui si trova nel presente—perché era coperto di stracci e puzzava di porco—ma compassione per ciò che stava per subire.
E la parola “compassione” è splagchnizomai, viene da una radice che significa “gli intestini, le viscere o l’addome”. Provò una sensazione di malessere nello stomaco quando vide il ragazzo e comprese che stava per essere investito da un’ondata di disprezzo. E quindi il testo dice che “corse”.
Ora, devo dirvi una cosa, fratelli: i nobili del Medio Oriente non corrono. Questo è un fatto basilare. La parola tradotta qui con “corse”, letteralmente “e correndo”, è dramōn, ed è una parola greca che costituisce un termine tecnico per indicare una gara all’interno di uno stadio. Quello che fece fu uno scatto. È quasi come se fosse impaziente. Non riesce ad arrivare abbastanza velocemente. Questa parola non indica una corsetta, un passo strascicato o l’andatura affrettata di un uomo di mezza età. Fece uno scatto.
E questo è al di sotto della sua dignità, fratelli. Oh, se solo sapeste. Ve lo dirò. Kenneth Bailey ha studiato la vita nel Medio Oriente, avendo vissuto lì per moltissimi anni, e ha raccolto materiale prezioso per comprendere la cultura mediorientale. Egli scrive questo: “Una delle ragioni principali per cui le persone di rango nel Medio Oriente non corrono è che, tradizionalmente, hanno sempre indossato lunghe vesti. Questo vale sia per gli uomini che per le donne. Nessuno può correre indossando una lunga veste senza sollevarla con le mani. Quando questo accade, le gambe vengono scoperte, e ciò viene considerato umiliante. È chiaro”—scrive—“che mostrare le gambe era considerato vergognoso. Le vesti stesse arrivavano fino a terra proprio per assicurarsi che questo non accadesse. Una curiosa regola riguardante il sabato afferma che, se durante il sabato un uccello si infila sotto la vostra veste, non potete catturarlo”. Ora, qui abbiamo un problema. “Perché, per farlo, potreste dover scoprire la gamba”.
Quindi dice: “L’alternativa suggerita è quella di rimanere seduti perfettamente immobili e aspettare il tramonto, così che nessuno possa vedere, e poi afferrare l’uccello. Inoltre, durante il sabato si poteva lisciare la propria veste per farla apparire ordinata, però non si poteva sollevarla. Se la vostra veste non arrivava fino a terra e non ne possedevate una più lunga per il sabato, dovevate scucirne l’orlo, così che potesse toccare il suolo.
“Inoltre, nessuno doveva saltare o fare passi troppo lunghi. Un piede doveva rimanere sempre a contatto con il terreno. La ragione di quest’ultima regola era quella di assicurarsi che nessuna parte della gamba venisse mai scoperta. Il rabbino Hisda, mentre camminava in mezzo a spine e rovi, sollevava le proprie vesti per evitare che si strappassero, e dovette offrire ai suoi seguaci una giustificazione per quella inaccettabile esposizione delle proprie gambe”.
In un altro trattato, un antico trattato, Abba Hilkiah solleva le proprie vesti per evitare le spine mentre cammina in campagna. Gli viene chiesto di spiegare questi atti misteriosi, che per noi risultano sconcertanti. Le vesti esteriori stesse venivano chiamate mekebeduth, che significa “ciò che mi reca onore”. L’onore era collegato alla veste. Ai sacerdoti che offrivano i sacrifici non era permesso sollevare le loro lunghe vesti per evitare che finissero nel sangue sparso sul pavimento, per timore che le loro gambe venissero scoperte.
Ascoltate, questo fa talmente parte della cultura mediorientale che, nelle versioni arabe della Bibbia, del Nuovo Testamento, si manifesta una totale riluttanza a far correre questo padre. In alcune versioni, in alcune traduzioni siriache, il padre corre. Ma nelle antiche traduzioni arabe si legge: “andò, si presentò, si affrettò e si precipitò”. Non riuscivano proprio a tradurre alla lettera ciò che il testo dice: “corse”.
Per mille anni, nelle traduzioni arabe di questo racconto venne impiegata un’ampia varietà di espressioni simili, quasi come se ci fosse stata una congiura per evitare l’umiliante verità del testo, cioè che il padre corse. La spiegazione di tutto questo è semplice. La tradizione stessa identificava il padre con Dio, e correre in pubblico è troppo umiliante perché lo si possa attribuire ad una persona che simboleggia Dio.
Finalmente, nel 1860, in quella che viene chiamata la Bibbia araba Van Dyck, il padre corre. Tuttavia, le bozze di lavoro dei traduttori sono ancora disponibili, e nelle prime bozze avevano scritto: “si affrettò”; soltanto nell’ultima bozza accettarono il termine: “corse”.
Perché Dio corre? Perché attira su Se stesso vergogna e disprezzo, esponendo Se stesso? È semplicemente sconvolgente. La ragione è questa: il Padre corre, prendendo su di Sé la vergogna, per proteggere il figlio dal dover portare quella vergogna. Prende su di Sé il disprezzo, la derisione e le calunnie, così che suo figlio non debba sopportarle. E poi, quando finalmente lo raggiunge, in modo ancora più sconvolgente, lo abbraccia; letteralmente, “gli cadde sul collo”, semplicemente si abbandonò su di lui in un abbraccio fortissimo, affondando il proprio volto nel collo di suo figlio, puzzolente, sporco e coperto di stracci com’era.
E ora sappiamo che il padre aveva sofferto in silenzio per tutto il tempo in cui suo figlio era stato lontano. Aveva sofferto quietamente, continuando ad amare quel ragazzo mentre era lontano; e ora quell’amore quieto, silenzioso e sofferente viene manifestato pubblicamente, mentre corre per la strada, attirando vergogna su se stesso, per abbracciare suo figlio e risparmiargli la vergogna.
Ora tutti sanno quanto quel padre ami quel figlio. Lo ama al punto da prendere su di sé la sua vergogna, da svuotarsi di ogni orgoglio, di ogni diritto e di ogni onore, e, in una manifestazione d’amore in cui rinuncia completamente a se stesso, attira la vergogna su di sé per gettare le proprie braccia attorno a quel peccatore che sta tornando e proteggerlo dall’essere umiliato da chiunque altro. Nel momento in cui il ragazzo entrò nel villaggio, era già un figlio pienamente riconciliato.
Non posso descrivervi lo shock che avrebbe attraversato gli ascoltatori. E, come se questo non fosse abbastanza, dice: “E lo baciò”, kataphileō, ripetutamente, ripetutamente, all’angolo delle labbra, sulla guancia, dappertutto. Questo è sorprendente. Volete sapere quanto Dio sia desideroso di ricevere un peccatore? Correrà nella polvere e porterà su di Sé la vergogna. Abbraccerà il peccatore con tutta la Sua forza e gli riempirà il capo di baci.
Alcune persone pensano che Dio sia un Salvatore riluttante. No, non lo è. Questo è il bacio dell’affetto, ripetuto ancora e ancora. Lui è pronto a baciare i piedi di suo padre, però suo padre gli sta baciando il capo. Nella loro cultura, questo è un gesto di accettazione, di amicizia, di amore, di perdono, di restaurazione, di riconciliazione, tutto questo insieme. E tutto questo prima che il figlio dica una sola parola. Che cosa deve dire? È lì. Questo basta per dimostrare la sua fede nel padre ed il suo pentimento. È venuto sapendo che avrebbe dovuto affidarsi completamente alla misericordia del padre, ed è venuto sapendo che avrebbe dovuto essere pronto a portare la vergogna. Ed è venuto.
Questa è una cosa radicale, fratelli, radicale, completamente contraria all’ortodossia. Quindi, assolutamente inaspettata, ed è qui che la storia presenta la sua enorme sorpresa. Il padre si abbassa e si umilia per il profondo amore che nutre verso il figlio, scende dalla sua casa fino alla polvere del villaggio, corre attraverso il paese portando il disprezzo e la vergogna, e getta le proprie braccia attorno a quel peccatore pentito e credente che sta venendo da lui nei suoi stracci sporchi ed impuri. Quel padre sta facendo esattamente quello che fece Gesù, esattamente quello che fece Lui. Scese nel nostro villaggio per affrontare quella prova, per portare la vergogna, le calunnie e la derisione, per gettare le Sue braccia attorno a noi, baciarci e riconciliarci con Sé.
Lo shock sta nel fatto che tutto questo avvenne senza alcuna che cosa? Opera. Questo è lo shock. Fu tutto per grazia, come rende chiaro il versetto successivo, ed il figlio lo comprese. “E il figlio gli disse: ‘Padre, ho peccato contro il cielo’”, oppure “fino al cielo”, “‘e davanti a Te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio’”. Fine del discorso.
Però lasciò fuori qualcosa. Che cosa lasciò fuori? Tornate al versetto 19: lasciò fuori l’ultima parte, “Trattami come uno dei tuoi servi salariati”. Perché? Perché non c’è alcun bisogno di opere. Ha appena ricevuto la grazia. Questo è il colpo di scena. Il padre è talmente desideroso di riceverlo che lo accoglie, lo abbraccia e si riconcilia con il figlio prima ancora che il figlio possa dire qualcosa.
Però, quando parla, lascia fuori la parte delle opere. Pieno pentimento, piena fede e nessuna opera. Perché? Perché è già stato ricevuto come figlio. È già stato perdonato. Ha già ricevuto misericordia. È già stato riconciliato. Il suo pentimento è autentico. La sua fede è vera. E suo padre risponde con un perdono ed una riconciliazione completi. Ora sa: non devo guadagnarmi la riconciliazione; mi ha abbracciato, mi ha baciato, ha preso su di Sé la mia vergogna.
Una richiesta spudorata, una ribellione spudorata, un pentimento pieno di vergogna ed un’accoglienza vergognosa da parte di quel padre, secondo il loro modo di pensare, condussero ad una riconciliazione senza vergogna. Arriviamo al versetto 22. Questa è l’ultima breve sezione che riguarda il padre. “Ma il padre disse ai suoi servi: ‘Presto, portate fuori la veste migliore e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei sandali ai piedi’”. Fermiamoci qui per un momento.
E qui, ancora una volta, i loro occhi si spalancano. Il padre non ha alcuna vergogna. Ha compiuto quella corsa vergognosa ed ora, senza alcuna vergogna, riversa benedizioni su questo figlio riconciliato. Non avrebbero compreso affatto tutto questo; era assolutamente inconcepibile che un padre non proteggesse maggiormente il proprio onore. Gli dà tre cose: una veste, un anello e dei sandali.
Tutti comprendevano le implicazioni di questo gesto. Tutti quanti. Si sarebbero aspettati che, nel migliore dei casi, gli dicesse: “Senti, va bene. Voglio perdonarti. Forse non ci vorrà una vita intera di lavoro, però voglio osservarti per un anno o due anni, voglio vedere che cosa succede nella tua vita, voglio vedere se ti sei veramente pentito e se intendi veramente dire che desideri ristabilire il nostro rapporto”.
Però non c’è nulla di tutto questo. C’è questa immediatezza. Il padre dice ai suoi servi—e l’immagine sarebbe questa: il padre esce dalla casa, corre lungo la strada polverosa del paese e, dietro di lui, ci sono i servi che corrono cercando di capire dove stia andando e perché stia correndo in quel modo. E sanno che non dovrebbe farlo, però lo stanno seguendo perché sono i servi della sua casa.
E finalmente raggiunge il figlio. Abbraccia il figlio nei suoi abiti puzzolenti e lo copre di baci. Poi si volta verso i servi, che a quel punto lo hanno raggiunto ansimando ed affannandosi, e dice: “Presto”—tachu, immediatamente, in fretta, rapidamente, senza alcun ritardo—“prendete quella veste migliore”.
Nessun padre si comporterebbe in quel modo, perché, sapete, ogni nobile aveva una veste migliore. Voglio dire, ne avete una anche voi, sapete, quando dovete andare in qualche posto elegante, forse tirate fuori il vecchio smoking o qualunque sia l’abito particolarmente elegante che indossate per le occasioni speciali, per le grandi occasioni. Voi donne avete tutte un abito speciale da indossare nelle occasioni speciali. E se non lo avete, andate a comprarne uno, perché l’occasione lo richiede.
Ebbene, a quei tempi le famiglie avevano una veste speciale, ed era la veste più bella, quella lavorata con la maggiore raffinatezza. In realtà, è proprio quello che dice il testo greco. Voglio dire, la chiama perfino stolēn tēn prōtēn, che significa “la veste di primo rango”, la stolē, la veste di primo rango. E lui gliela mette addosso.
E poi gli mette un anello al dito. Tutti avrebbero compreso il significato di questo gesto. Ancora una volta, sarebbe stato inconcepibile, perché quell’anello era un anello con sigillo, e sull’anello si trovava lo stemma o il sigillo della famiglia, così che, quando lo si imprimeva nella cera sciolta sopra un documento, quel documento veniva autenticato ed acquisiva autorità. Ovunque imprimeste quel sigillo, rimanevate vincolati da ciò che avevate approvato.
Ed i lavoratori salariati andavano a piedi nudi, ed i servi andavano a piedi nudi, e soltanto i padroni ed i figli indossavano le scarpe, i sandali. Comprendono quello che sta dicendo. Questo rappresenta il pieno onore dell’essere figlio. Gli sta conferendo onore mettendogli addosso quella veste.
A proposito, la veste apparteneva al padre; era la veste che apparteneva al membro più importante della famiglia, da indossare nel luogo più importante, durante l’avvenimento più importante. Il padre sta per ordinare la più grande celebrazione che abbia mai avuto luogo in quella famiglia ed in quel villaggio, e sta dando via l’abito che normalmente avrebbe indossato lui.
Questo è un modo per dire al figlio: “Tutto ciò che possiedo è tuo”. È un segno con cui gli dice: “Il meglio che possiedo è tuo. Il meglio di tutto ciò che ho è tuo”, e tutto questo viene simboleggiato dalla veste. Ma è perfino più di questo. Ora sei stato pienamente ristabilito come figlio. È come se il re passasse la propria veste al principe. Un altro atto di rinuncia a se stesso da parte del padre, che riveste il figlio con il proprio abito glorioso.
Nessun padre farebbe mai una cosa simile. Ancora una volta, questo padre sembra non essere minimamente preoccupato del proprio onore. Però, vedete, loro non comprendono che l’onore di Dio si manifesta nella Sua grazia amorevole e nel Suo perdono. Tutto ciò che conoscono sono le Sue opere e la Sua legge. Il figlio era arrivato puzzolente. Era arrivato coperto di stracci. Era arrivato impuro. E nessuno lo avrebbe mai più visto in quelle condizioni. Questa è l’immagine.
Era arrivato senza nulla. Non era arrivato con una valigia. Era arrivato con i suoi abiti puzzolenti. Era riuscito a malapena ad arrivare. Non aveva nulla. È così che viene il peccatore. È così che siamo venuti tutti noi, perché Dio giustifica l’empio, dice Romani 4:5, coloro che non hanno nulla, coloro che sono soltanto miserabili e nient’altro.
È proprio questo che Gesù sta facendo con quei peccatori, ed è precisamente ciò che i farisei e gli scribi rifiutano di riconoscere come opera di Dio. Rifiutano di considerarlo l’opera di Dio. Però è l’opera di Dio. È opera di Dio dare immediatamente tutto ciò che possiede al peccatore pentito—non dopo un certo intervallo di tempo—ma immediatamente.
E poi il padre, facendo questo, esercita quello che storicamente viene chiamato, con un’antica parola, usufrutto. Potreste averne sentito parlare, se avete mai lavorato nel mondo finanziario. L’usufrutto è un termine usato per indicare il diritto di esercitare il controllo su una proprietà che è già stata irrevocabilmente assegnata al figlio maggiore. Anche se il padre ha già assegnato irrevocabilmente quella parte del patrimonio al figlio maggiore, che vive ancora nella casa, il padre può esercitare il diritto di usufrutto ed utilizzarla a propria discrezione, dal momento che è ancora il patriarca della famiglia. Possiede l’autorità per farlo.
E quindi, in sostanza, quello che fa è rivendicare tutto ciò che potenzialmente appartiene al figlio maggiore e dire al figlio minore: “È tutto tuo”. E loro avrebbero detto: “Come puoi ricompensare questo ragazzo per il modo in cui si è comportato ed attingere a ciò che appartiene a quello che è rimasto a casa?” Ancora una volta, questo va semplicemente oltre la loro capacità di comprensione. Però è esattamente quello che dice il padre.
Quel figlio maggiore avrebbe dovuto indossare quella veste. Probabilmente, il figlio maggiore avrebbe indossato quella veste per la prima volta al proprio matrimonio, perché era allora che quella veste sarebbe stata tirata fuori. Quello era l’avvenimento più importante che potesse verificarsi in una famiglia: il matrimonio del figlio maggiore. Sarebbe stato lui ad indossarla, però ora ce l’ha il fratello minore. Il figlio maggiore avrebbe dovuto poter agire per conto di suo padre, possedendo l’anello del padre e potendo quindi firmare in modo autentico tutti i documenti relativi ai beni della famiglia. Tutto questo non ha alcun senso. Non si ricompensa una persona che ha agito in quel modo. Si ricompensa quello che è rimasto a casa, non è vero? Sbagliato.
Presto, senza esitazione, senza neppure battere ciglio, mettetegli addosso la veste, nessuno lo vedrà mai più coperto di stracci. E, a proposito, non dice al figlio minore: “Perché non vai a casa e non ti fai un bagno? Dopo averti abbracciato, sono giunto alla conclusione che sia assolutamente necessario”. Non dice questo.
Lo tratta come un principe. Dice—guardate che cosa dice ai suoi servi—“Voi prendete la veste e mettetegliela addosso. Prendetelo voi. Pulitelo voi. Trattatelo come un re. Trattatelo come un principe. Mettetegli l’anello al dito. Mettetegli i sandali ai piedi”. È un trattamento regale. E, naturalmente, ancora una volta, tutto questo va semplicemente oltre ogni immaginazione. Il messaggio è chiaro: piena riconciliazione, pieni diritti, privilegi, autorità, onore, rispetto e responsabilità come figlio.
L’intera folla sarebbe rimasta semplicemente sbalordita ed incredula. Tutto questo era completamente opposto al loro modo di pensare. E poi, non soltanto gli stai dando la veste, che essenzialmente gli conferisce l’onore all’interno della famiglia, ma gli stai dando anche l’anello, che gli conferisce l’autorità di agire in relazione a tutto ciò che la famiglia possiede; tutti i beni della famiglia, tutti i tesori della famiglia, tutti i possedimenti della famiglia possono essere amministrati da chiunque possieda quel sigillo. Incredibile. Ha l’autorità di agire per conto di suo padre. Ha l’autorità di agire al posto di suo padre. Ha l’autorità di distribuire tutte le risorse della famiglia.
Qui non c’è alcun periodo di attesa. Non c’è alcun periodo di prova. Non c’è alcun tempo di reinserimento. Non c’è alcun limite ai privilegi. Questa è una piena dignità di figlio, al livello più alto. E arriva immediatamente. Tutto questo sarebbe dovuto andare al figlio maggiore. I sandali ai piedi sono il segno che ora è un padrone. Non è un servo salariato. Non è neppure uno schiavo. È il padrone. Ha autorità. Ha onore. Ha responsabilità. Ha rispetto. È un figlio pienamente investito di ogni diritto, che può agire al posto di suo padre e che ha il diritto di accedere a tutti i tesori della famiglia. Incredibile.
Qual è il messaggio qui? La grazia trionfa sul peccato anche nella sua forma peggiore. La storia non sta dicendo che ogni peccatore raggiunga il livello raggiunto da lui, ma, quando i peccatori arrivano fino a quel punto, la grazia trionfa comunque. Questa è un’idea completamente nuova. Dovete comprenderlo, non è vero? Un’idea completamente nuova. Perdono immeritato, dignità di figlio immeritata, salvezza immeritata, onore, rispetto e responsabilità immeritati, pienamente investito della dignità di figlio senza alcuna restituzione, senza alcuna opera. Questo genere di amore prodigo, questo genere di grazia concessa ad un peccatore pentito e fiducioso è un’idea assurda per una mente legalista.
E poi l’attenzione si sposta dal figlio al padre. E c’è una gioia senza vergogna, al versetto 23. Il padre non trattiene nulla. Non conosce vergogna. Ordina una festa che superi ogni altra festa. “‘Portate il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa; perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato’. E cominciarono a far festa”.
Ogni famiglia che possedeva degli animali, se era una famiglia nobile come questa, evidentemente, e disponeva di una certa ricchezza, teneva in quei giorni un vitello speciale da ingrassare. Nel testo greco, il termine reso con “ingrassato” richiama il grano con cui il vitello veniva nutrito. Questo è vitello nutrito a grano. Questo è vitello di prima qualità. E tenevano quel vitello per un’occasione come il matrimonio del fratello maggiore, oppure per l’arrivo di qualche dignitario molto importante, per qualche avvenimento straordinario che avrebbe richiesto un banchetto enorme, una festa gigantesca.
Questa era l’occasione. Era questa. Dal punto di vista del padre, questo è l’avvenimento più importante che sia mai accaduto nella storia della famiglia o del villaggio. È questo. E qui abbiamo l’immagine del cielo, non è vero?, che gioisce. Anche quando un solo peccatore perduto torna a casa, Dio prepara una festa gigantesca. Portate quel vitello ingrassato, quel vitello di prima qualità nutrito a grano, ed ammazzatelo. E sarebbero subito cominciati i preparativi per macellare il vitello e servire la cena quella sera.
L’animale era stato scelto molto tempo prima, nutrito, curato e conservato per questa occasione speciale. La carne, a proposito, ai tempi di Gesù veniva mangiata molto raramente nel Medio Oriente, molto raramente. Soltanto nelle occasioni speciali si mangiava carne, e soltanto nelle occasioni veramente, veramente speciali si mangiava il vitello ingrassato. Ma questa era la celebrazione che superava tutte le altre. “Mangiamo e facciamo festa. Mangiamo e rallegriamoci”. Prima, nel Vangelo di Luca, c’era stato uno stolto, ricordate?, che disse di volere soltanto mangiare, bere e divertirsi, e quella stessa notte gli fu richiesta la sua anima. Era uno stolto. Celebrava i propri possedimenti. Se volete celebrare, celebrate l’opera redentrice di Dio. Quella è una celebrazione legittima.
A proposito, un vitello del genere poteva sfamare fino a 200 persone. E doveva farlo, perché tutti gli abitanti del villaggio sarebbero stati presenti. Sarebbe stato un insulto per gli abitanti del villaggio avere un intero vitello e non invitare tutti. E doveva essere mangiato tutto in un’unica occasione. Non avevano modo di conservare quelle cose. Venite tutti e partecipate alla festa. Questo ci riporta al versetto 6, quando la pecora venne riportata a casa sulle spalle del pastore, ed egli chiamò i suoi amici ed i suoi vicini e disse: “Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora”. E al versetto 9, quando la donna ritrovò la moneta, chiamò le sue amiche e le sue vicine: “Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la moneta”. E quando il padre ritrovò il figlio: “Rallegratevi con me, perché ho ritrovato mio figlio”.
Al versetto 24 dice: “Questo mio figlio era morto”. Ricordate, vi ho detto che, quando il figlio se ne andò, avrebbero celebrato che cosa? Un funerale. Era come se fosse morto. Aveva desiderato che suo padre fosse morto, e quindi lo trattarono come se fosse morto. Colui che “era morto è tornato in vita”. Chi lo ha riportato in vita? Chi gli ha restituito la vita? Se l’è riguadagnata? No. Suo padre gliel’ha restituita, insieme a tutti i diritti ed a tutti i privilegi. Era perduto, ma chi ha fatto sì che venisse ritrovato? Chi lo ha abbracciato, lo ha baciato e lo ha reso pienamente figlio? Lo ha fatto suo padre, e cominciarono a far festa.
Questa non è tanto la celebrazione del figlio. Questa è la celebrazione del padre. Il banchetto onora il padre. Onora il padre per ciò che ha fatto. È il padre che gli ha restituito la vita. È il padre che lo ha reso figlio. È il padre che lo ha ristabilito nella benedizione attraverso il perdono misericordioso e l’amore pieno di grazia. E l’intero villaggio viene a rallegrarsi con questo padre senza vergogna, che celebra la propria grazia e la propria misericordia.
Questo padre ha manifestato una bontà mai udita prima, una benevolenza mai udita prima, un amore sacrificale ed una grazia sacrificale. Il figlio che era morto, letteralmente il greco dice, “si è rialzato ed è vivo”. Colui che era perduto è stato ritrovato. Il figlio possiede una nuova vita, una nuova posizione ed un nuovo atteggiamento. Per la prima volta, ha una vera relazione con un padre amorevole e pronto a perdonare, il quale lo ha reso erede di tutto ciò che possiede, con il quale è stato riconciliato e al quale, in risposta, offrirà con entusiasmo il proprio amore ed il proprio servizio.
Il figlio affida la propria vita al padre ed il padre affida le proprie risorse al figlio. Finalmente il figlio è a casa. È nella casa del padre. È nella famiglia. Ha pieno accesso a tutte le ricchezze del padre. E si unisce a tutti gli altri nel celebrare la grandezza di questo avvenimento.
Mi piace molto quello che dice alla fine del versetto 24: “E cominciarono a far festa”. Perché questa festa non finisce mai. Ecco che cos’è il cielo. È la celebrazione senza fine della grazia di un Padre amorevole verso peccatori pentiti e credenti. Questo è ciò che rappresenta l’eternità. La gioia del cielo non finirà mai quando un peccatore torna a casa.
In conclusione, quali sono le lezioni? Non ve le espongo tutte in modo dettagliato, perché credo che possiate comprenderle mentre procediamo. Però permettetemi soltanto di ricordarvene alcune. Dio riceve il peccatore pentito che viene a Lui ravvedendosi e credendo. “Colui che viene a Me, Io non lo caccerò fuori”. Presso di Lui c’è misericordia. C’è un trono della grazia al quale possiamo avvicinarci per ottenere misericordia. Dio concede una grazia perdonatrice che è prodiga. Dio sostituisce gli stracci sporchi e puzzolenti del peccatore con la Sua veste di giustizia. Come disse il profeta Isaia: “Egli ci riveste con una veste di giustizia”.
Dio concede al figlio del Suo amore perdono, onore, autorità, rispetto, responsabilità, pieno accesso a tutti i Suoi tesori ed il pieno diritto di rappresentarLo. Noi andiamo dalle persone che ci circondano portando loro i tesori di Dio, come Suoi ambasciatori. Dio è quasi impaziente nel Suo desiderio di donare. Corre per abbracciare. Corre per baciare. Presto, mettetegli la veste; presto, dategli l’anello; presto, portate i sandali. Vuole che tutto ciò che possiede venga dato al peccatore pentito, e vuole che la festa cominci immediatamente, e chiama tutti coloro che vivono in cielo a riunirsi ed a celebrare Lui, il Padre che riconcilia e che accoglie un figlio pentito.
Dio tratta il peccatore come se appartenesse alla famiglia reale, rendendolo erede e coerede con Gesù Cristo. E Dio celebra una festa celeste per ogni miserabile peccatore che viene a Lui, e quella festa non finisce mai, mai.
Ascoltate, in conclusione, Dio non gioisce perché il problema del peccato nel mondo sia stato risolto. In cielo non stanno dicendo: “Beh, ci piacerebbe organizzare una festa quassù, però stanno accadendo così tante cose che non vanno bene. Non possiamo veramente cominciare la festa finché le cose non saranno molto migliori di quanto siano adesso”. Non stanno dicendo: “C’è così tanta sofferenza nel mondo. Ci sono così tanti traumi. C’è così tanto dolore. C’è così tanta delusione. È un mondo così tormentato. Accidenti, ci piacerebbe organizzare una festa, ma non riusciamo proprio a venirne a capo”.
No, e Dio non rimanda la festa aspettando qualche grande avvenimento in cui 10.000 persone vengono salvate in qualche stadio da qualche parte. No. Quanti peccatori devono pentirsi perché cominci la festa? Uno solo. E accade ogni volta: la festa per ogni peccatore non finisce mai, perché è una festa in onore di Dio, non del peccatore. E sempre di più, giorno dopo giorno, mentre il Signore salva le persone, la festa viene prolungata, e prolungata, ed arricchita, ed arricchita, e gli angeli ed i santi redenti lodano Dio perché è un Padre così pieno di grazia e pronto a riconciliare.
E suppongo che la domanda che dobbiamo porci sia: quale contributo diamo noi alla festa? Prima di tutto, se non siete cristiani, questo è il momento di ricevere l’amore del Padre che aspetta che voi torniate. Però, per quelli di noi che sono cristiani, contribuiamo alla gioia di Dio facendo tutto ciò che possiamo per portare questo glorioso vangelo del perdono alle persone che incontriamo?
Alcune persone non comprendono mai tutto questo. E sono persone religiose che non riescono a capirlo. I farisei odiavano l’idea che il Padre trattasse un peccatore in questo modo. E la prossima volta vedremo la loro reazione. Preghiamo insieme.
Padre, questa è una verità così potente racchiusa in questa grande storia, e Ti ringraziamo per essa. Ti ringraziamo perché ci arricchisce così profondamente e per ciò che ci rivela riguardo a Te. Ti amiamo. Ti amiamo ancora di più quando conosciamo queste cose. Ti vediamo in un modo nuovo. È tutto così incarnato. È tutto così reale. È vita.
Grazie per averci raccontato questa storia, non in una fantasia, non in qualche altro mondo mistico, non attraverso immagini nelle quali non possiamo riconoscerci e che renderebbero la comprensione doppiamente difficile, ma in modi semplici che possiamo afferrare. Grazie perché sei il Dio che sei. Ti lodiamo. Ti loderemo nei secoli dei secoli, alla Tua presenza in cielo. Saremo lì, alla festa, celebrando un Dio che riconcilia in questo modo e che, alla fine, viene onorato perché è stato disposto a portare la vergogna. E non è forse sempre così? Nessuno di noi sarà mai onorato da Te finché non avrà affrontato la vergogna del proprio peccato.
Padre, grazie per questa splendida mattinata e per questo meraviglioso tempo di adorazione. Siamo pieni di gioia mentre pensiamo al fatto che fu con la nascita di Cristo che Tu lasciasti per la prima volta la Tua casa e scendesti sulla strada polverosa, fino al villaggio nel quale viviamo, questo mondo, e prendesti su di Te la vergogna, affrontasti gli scherni e l’umiliazione, Ti sporcasti, per così dire, con la polvere della sofferenza di questo mondo, affinché Tu potessi abbracciarci e, attraverso la Tua croce, prendere su di Te la nostra vergogna e renderci Tuoi figli. Per noi, tutto ebbe inizio qui, a Betlemme. Non c’è da meravigliarsi che celebriamo. Non c’è da meravigliarsi che gioiamo. Fa’ che la nostra gioia sia vera e autentica mentre esprimiamo il nostro amore per Te. Ti ringraziamo. Amen.
FINE
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